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Bianca è la mia rosa

di Amarisee   tradotta da  Rose

Nota: i personaggi non mi appartengono, ma sono una gran romantica e sentimentale. Non è che un modesto contributo senza pretese, non me ne vogliate troppo. Se avete delle domande o vi prefiggete di riparare ai miei errori (queste storie non sono brillanti, è la mia mancanza…), lasciatemi un messaggio. Ancora una volta, grazie a Morgane, che mi ha convinto ad andare a rovistare nella mia soffitta. E’ là che ho trovato questa ( vecchia) storia… E’ la prima che abbia mai scritto… siate gentili con me, è di molto tempo fa.

 

I. Una lettera di addio?

Non aveva mai sentito parlare di amici ad Areche. Alzando la testa, cercò la nonna con lo sguardo. Ma non era in nessuna delle zone della casa in cui di solito poteva essere di primo mattino, e la casa sembrava così silenziosa senza il suo buon umore e la sua vivacità comunicativa.

" Avrà ricevuto una lettera simile alla mia" si disse Oscar, e il suo cuore si strinse di più.

Come poteva far soffrire così la nonna? Come poteva far soffrire lei? E poi capì che il suo dolore non era niente a confronto di ciò che Andrè poteva provare, e che manifestava il suo cuore, quel compagno silenzioso, quell’essere dolce che aveva rinunciato alla sua vita per stare al suo fianco, quel cuore immenso che lei non aveva visto, giorno dopo giorno, riempirsi di amore per lei, quel cuore era arrivato al punto di spezzarsi.

Rilesse le parole tormentate della sua lettera:

"Non può perdonarsi"

"Non mi ha mai parlato di familiari o di amici ad Areche"

"il mio dolore… il mio fardello… avrei preferito tradire il mio cuore piuttosto che ferire il tuo…"

Mio Dio! André!

Delle immagini si urtavano nella sua testa… Lo sguardo duro che lei gli aveva lanciato, dicendogli che da ora in poi non erano più richiesti i suoi servizi, quando era andato a trovarlo alle scuderie:

"Sei libero di fare ciò che ti pare adesso, non c’è più bisogno che ti occupi di me!"

La cosa ironica era che lei voleva che queste parole fossero rassicuranti. Come poteva non perdonargli gli atti della notte precedente? Conosceva bene lei, il dolore di un amore ardente. Aveva avuto paura, tuttavia, perché l’amore di André era un braciere, e, senza pensarci, non aveva forse paura di consumarsi anche lei? Conosceva il fuoco, e l’ampiezza dei sentimenti di André l’aveva tuttavia impressionata. In quel momento, tutto ciò, non aveva fatto che confermare i suoi pensieri…

Come poteva vivere lei in quanto donna, in quel braciere di sentimenti? La sua decisione era presa, sarebbe restata un uomo, avrebbe rischiato la vita, ma il suo cuore sarebbe stato salvo. Sarebbe stato molto più facile…

Quella tragica mattina, prima di farlo partecipe della sua decisione, aveva interpellato il suo amico. Ma André non aveva risposto, abbassò gli occhi per un secondo. Quando incontrò di nuovo il suo sguardo, aveva realizzato che forse, questa era l’ultimo momento della loro vita in comune. Quando André arrivò al palazzo, era un bambino dai capelli scarmigliati. Ora, anche lui era un uomo che prendeva la sua decisione. Oscar soffocò una lacrima e uscì dalle scuderie a passi veloci.

Si svegliò presto l’indomani. Nessuno si era preso cura di svegliarla ne di prepararle la sua nuova uniforme, come di solito. Se madamigella aveva bisogno di essere pronta per un impegno di prima mattina, la nonna l’avrebbe svegliata all’alba "nel caso in cui"…

Ma la sola cosa che indicava la presenza dell’anziana donna era il rumore incessante dei suoi passi rapidi al pianterreno. Il the non era pronto, Oscar non sentiva nessuno degli odori abituali della prima colazione. Ma poteva sentire la nonna lamentarsi : "No, no…" distintamente adesso.

Quando fece un ultimo passo, la trovò a percorrere il corridoio rapidamente, i capelli disfatti e un pezzo di carta in mano. Aveva gli occhi umidi, e si fermò appena un secondo davanti ad Oscar.

"- Il mio bambino". Disse soltanto, e rovistò nella tasca per estrarvi un pezzo di carta identico e lo tese ad Oscar. Questa lo prese, e la nonna si diresse verso la porta e sparì, lasciando Oscar in uno sgradevole silenzio.

Prese la lettera, poiché era una lettera che le aveva consegnato la nonna, e fisso le due sole parole sul dorso del foglio. Una scrittura piccola e fitta, nella quale riconobbe la precisa grafia utilizzata da André.

"Per Oscar".

Si chiese se avrebbe voluto veramente andare oltre. Qualcosa la spinse tuttavia, a girare e aprire il foglio. Il messaggio non era molto lungo:

"Mia Oscar, è la prima e l’ultima volta che oso definirti mia, Poiché tu non sarai mai mia, e a me non rimane che la terra. Ho degli amici ad Areche, si prenderanno cura di me, mi insegneranno ad occuparmi della terra, perché essa un giorno sarà mia, come tu non lo sarai mai.

Non ho timore, mia Oscar, e se non posso vivere senza te, non posso vivere con la tua ombra, ed è questo che io ho fatto di te, e la decisione che hai preso a spento del tutto il tuo fuoco. E se tu non ci sei più, io non posso più servirti.

Non ho mai avuto nulla da offrirti se non il mio cuore, e se questo soffre, almeno so di avere sempre avuto un cuore. Oscar, tu non puoi essere ciò che non sei.

Addio, mia Oscar, e non pensare di avermi reso infelice. Poca gente ha conosciuto un tale amore, e io, io l’ho conosciuto. Soffro, ma vivo. Vivi Oscar, anche senza di me, guarda la tua luce!"

"- Nonna! Chiamò quando uscì dalla stanza. Cosa dice la vostra lettera?"

"- Il mio povero bambino, dice le stesse cose di quella di tuo padre. Il mio povero André, penso che abbia perso la ragione. Si scusa per aver vissuto qui, vi ringrazia per l’ospitalità, e che non ritornerà più… Madamigella Oscar?"

"- Ehm… anche la mia. Ha degli amici ad Areche?"

"- Mia cara bambina, è sempre stato con te, immagino che tu dovresti saperlo meglio di me."

"- Sono desolata, nonna, non volevo ferirvi. E solo che mi dice che partiva per andare a lavorare la terra ad Areche, ma questo non ha senso."

"- E’ partito… il mio André è partito…"

E il modo in cui lo disse fece rabbrividire Oscar. Come avrebbe potuto immaginare che dietro a quella facciata di pazienza e di dolcezza bruciasse un tale fuoco?

"- Troppo tardi, André, ti ho conosciuto troppo tardi."

E lasciò scorrere una lacrima che aveva tentato di trattenere da troppo tempo.

 

II. Il sudore

 Era una cosa che l’aveva sempre incuriosita, il contrasto fra la natura dolce e silenziosa di André e la sua muscolatura di acciaio. Normalmente, nascosta sotto la camicia e la giacca, non era molto apparente. Adesso, guardandolo sotto il sole, sembrava riscoprirla. Sapeva di fissarlo, ma si sentiva solo vagamente imbarazzata, e affascinata, come una farfalla avvinta dalla fiamma.

André sentiva il suo sguardo come un ferro rovente sulla sua pelle. Sapeva di presentarsi, forse per la prima volta, nel modo più naturale e sincero che fosse possibile, ben lontano dai fronzoli e dai giochi a rimpiattino del palazzo. Ma si sentiva denudato davanti a colei che infiammava il suo cuore. "Ha fatto tutta questa strada perché era preoccupata per me!".

Questo pensiero gli ridonò fiducia e raddoppiò le sue forze. "E’ sempre piena di riguardi, non mi ha cacciato dai suoi pensieri… Ma come spinge le sue responsabilità!". Questo lo fece sorridere, un piccolo sorriso da gatto in una cuccia calda e confortevole. Oscar notò quel sorriso felino e si chiese cosa gli passasse per la testa. Tentò un diversivo:

"- Sai André, non ti ci vedevo affatto come fattore!"

"- Non ci sono molte altre possibilità…"

("per le persone come me, che non sono nobili")

Avrebbe potuto imprimere quelle parole sulla tenera pelle di Oscar. Non dire quelle parole, e lasciare sospeso nell’aria che l’aveva cacciato da ciò che lui aveva conosciuto da tutta la vita, le fece tanto male come se gliele avesse lanciate nella testa.

"Oscar avrà sentito le mie parole" Pensò. E si ricordò della furia che lo aveva invaso l’ultima volta. Aveva bevuto, ma questa non era una scusa. Era in collera con il mondo intero, ma ancora di più con se stesso, ma prima di poter dire qualcosa per rompere quel pesante silenzio, Oscar spezzò la tensione, salvandolo ancora una volta. ("Come sempre, mia Oscar")

"- Ma devo riconoscere che ha sempre amato la terra a palazzo, e ti sei sempre occupato degli animali.."

"- E’ vero, ma non avevo molta scelta."

Ma perché aveva detto una cosa simile? Oscar gli stava nuovamente tendendo la mano, e lui veniva una volta ancora a morderla. Si maledisse, e vedendo la sua espressione di pena, continuò:

"- All’inizio almeno. Oscar, sai come me che non mi si può forzare a fare qualcosa che non voglio."

("Ma tu faresti tutto per me" Pensò Oscar, e non era sicura se questo pensiero la spaventasse o se le riscaldasse il cuore. "Non dovrei essere così sentimentale, non sono più una bambina!")

Ma, malgrado tutto, i suoi occhi si arrossarono.

André si sentiva colpevole di avere adombrato l’umore di Oscar, quando lei cercava di adattarsi a una situazione la quale, dopo tutto, non le era familiare. Come osava farle la morale, dopo avere abusato della sua forza brutale quella notte fatale?

"- Bene Oscar, vuoi stare a guardarmi tutto il giorno o vuoi deciderti ad aiutarmi a lavorare? Se non vuoi sporcarti troppo, puoi sempre incoraggiare i buoi!"

Oscar, ‘incoraggiare i buoi’! Poteva fare di meglio!

E così, sicura, Oscar si alzò di scatto.

"- Credi che abbia paura di sporcarmi? Vuoi farmi tirare i buoi?"

E dicendo questo, andò dritta verso André e gli prese la rastregliera dalle mani. André la respinse dalle spalle, e lei lasciò il pesante pezzo di metallo.

Lo acciuffò come aveva fatto tante volte quando erano bambini, e a fatica riuscì a spingerlo indietro di 10 passi. Lui si riavvicinò, si abbassò all’ultimo passo e raccogliendo un pugno di terra glielo lanciò all’altezza delle spalle, non voleva dopo tutto, ne ferirla ne accecarla. Invece di indignarsi ("Era Oscar dopo tutto, non era come battersi nel fango con una di quelle damigelle curate della corte"), si affrettò a prendere della terra a piene mani, infischiandosene del fatto che la sua uniforme fosse ora sudicia, e replicò.

Prima di potersene rendere conto, si presero a pugni, cadendo lunghi distesi nel fango, l’aratro era ormai dimenticato, e i buoi continuavano la loro strada con noncuranza, senza preoccuparsi del fatto che l’aratro fosse ora molto meno resistente alla terra.

Dopo aver smesso di ridere come dei bambini, si alzarono a fatica, con il cuore leggero.

"- Ho Andre, non ridevo in questo modo da così tanto tempo, ma guardati! Sei così… buffo!"

"- Va bene che non puoi vedere cosa sembri tu. Credo che la tua uniforme sia definitivamente rovinata."

"- Non ti preoccupare, ne valeva la pena. Anzi, ci ho guadagnato, questo mi ricorda i vecchi tempi! Ma tua hai un’aria così…"

E non potè continuare talmente rideva. Non era una risata dolce o trattenuta, era una risata aperta e libera, che sembrava salire al cielo.

Questo riscaldò il cuore di André e scatenò in lui lo scoppio di una risata. Restarono così a lungo, ispezionando i loro vestiti sudici e i loro visi macchiati di fango, ridendo di cuore.

Trascorsero i minuti seguenti a riprendere i buoi che correvano in campo aperto, riportandoli verso la fattoria. Dopo aver staccato l’aratro, si sentirono più tranquilli, ma anche più infreddoliti. Si era alzato il vento, e i vestiti umidi si incollavano ai corpi.

"- Credo che faremmo meglio a pulirci un po’!" disse André con il sorriso sulle labbra.

Si diresse verso il pozzo, prese la tinozza, tirò su l’acqua e cominciò a strofinarsi le mani e la faccia.

Mentre cercavano di rendersi più presentabili, e di ridurre l’odore che li avvolgeva, Jeannette passò sul viale e accorse:

"- Bene André, quando dici che ci metti le mani, lo dici veramente con il cuore" disse lei con scherno ma con un sorriso franco.

Oscar fece un leggero sorriso. "Come mi ricorda la nonna", pensò.

"- Bene, fareste bene tutti e due a venire dentro prima di prendervi un malanno! C’è un catino, vi potrete lavare, ma non restate con quei vestiti umidi, non è sano!

"- Sei peggio di mia nonna, Jeannette!"

"- Povera donna, se ha a che fare con te! Ma non voglio che vi buschiate un raffreddore, se dovete aiutarci ad arare questa settimana!"

André sorrise e la guardò, poi posò la mano sulla spalla di Oscar e la diresse verso la porta della piccola fattoria.

Il fuoco era acceso nella stanza centrale, e vicino alla porta, nella piccola stanza che serviva da cucina, c’era in effetti un secchio di acqua chiara, che si stava riscaldando.

"- Oscar, almeno hai altri vestiti, a parte quelli che indossi? Non penso di averti visto portare dei bagagli. Io ho una camicia o due che potrebbero starti, ma non sono sicuro per il resto.

 

"- Non vi preoccupate ragazzi, lo interruppe Jeannette, che li aveva seguiti nella cucina. Io ho dei vecchi vestiti che non posso più indossare dopo undici figli, speravo di darli alle mie figlie, ma vivono troppo lontano adesso, e io non ho la salute per fare certi viaggi. Non sono gran cosa, ma penso che uno o due andranno bene. E’ sempre meglio che restare bagnata!"

Oscar guardò verso André. Fissava il fuoco dell’altra stanza.

"- In effetti, disse alzandosi, credo che sia meglio che porti qualcosa della mia taglia allora. Grazie per le camice, André, ma vedendo il modo in cui Martin e Jeanette hanno intenzione di sfinirti, penso che presto ne avrai più bisogno di me!"

"- Bene, allora è tutto a posto. Muovetevi a cercare di togliervi quel fango , così non vi sentirete più come dei maiali!"

E con questo, lasciò la stanza. André aveva terminato con il catino e Oscar cominciò a strofinarsi il viso.

"- Gli hai parlato di me…"

Non era una domanda, solo un’osservazione, che la lasciò un po’ pensierosa. André non doveva rispondere. Tuttavia, lo fece, con una voce appena percettibile:

"- Si. Io gli ho sempre parlato delle persone che mi sono care."

Lei girò rapidamente la testa per gardarlo intensamente. Jeannette attraversò la porta in quel momento, una pila di tessuti indefinibili sotto il braccio.

Il blu sbiadito dominava su tutti i colori. Oscar capì che quei vestiti erano probabilmente i meno sciupati che possedesse, e si sentì nello stesso tempo leggermente in pena e ansiosa. Tuttavia, aveva ormai deciso che avrebbe indossato un vestito da donna!

"- Mi sentirò come mascherata" si disse.

André aveva osservato le emozioni passare sul suo volto, ma restò in silenzio, un piccolo sorriso triste sulle labbra. Poi finalmente si alzò e uscì dalla piccola stanza.

Quando riapparse, lei aveva indossato quegli abiti rimessi a nuovo da Jannette e si alzò al centro della cucina con un aria nel contempo contrita, avvinta, e appena un po’ ansiosa. Ma André non disse nulla per qualche istante. Tuttavia, la divorava con gli occhi. Una sola volta aveva potuto distinguere i tratti femminili di Oscar in un abito da donna, e aveva cercato di dimenticare quell’istanza che fu uno degli elementi che gli fece perdere il controllo. Eppure, lui sapeva che Oscar era molto bella. Anche troppo desiderabile, in quella condizione di donna esposta dal destino davanti a lui, e non poteva rischiare un gesto o una parola infelice. Così non disse nulla, ma la visione davanti a lui gli aveva troncato la parola anche se avrebbe desiderato dire qualcosa.

In quanto ad Oscar, giudicando l’effetto che il suo "travestimento" fece sul giovane, lo prese per un buon segno e il suo viso si illuminò un po’. Il vestito sciupato dai colori sbiaditi esaltava tuttavia lo splendore dei suoi occhi e la delicatezza della sua pelle sembrava accentuata da quel tessuto pesante. La casacchina marrone scuro le fasciava con delicatezza la vita, e la gonna blu sembrava fluttuare attorno alle sue lunghe gambe. Al di sotto della vita si potevano intuire le anche arcuate e forti che sapevano portare la gonna in maniera perfetta. Oscar era, in effetti, più alta di Janette e il vestito le saliva al di sotto delle ginocchia, ma questo le dava un’aria ancora più ingenua e, agli occhi di André ancora più desiderabile.

Oscar si rendeva perfettamente conto che quel bizzarro abbigliamento la rendeva vulnerabile. Da una parte perché metteva in evidenza il suo sesso e lei non ne era certo abituata. In più, non era molto facile correre in un tale abbigliamento! Ma la stoffa ruvida le ricordava anche di stare indossando i vestiti di una classe sociale più modesta, e si chiedeva se così non avesse un’aria ridicola.

André sembrò leggere nei suoi pensieri, e turbò il silenzio stabilito:

"- Vedi, malgrado il vestito modesto, mia cara Oscar, il tuo portamento è più nobile di quanto non sia mai stato. Per qualche istante puoi far supporre ciò che non sei, ma guardandoti da più vicino si capisce che non è l’abbigliamento adatto a te. Detto questo, la trasformazione sembra molto riuscita. Almeno non hai più freddo?"

"- No, no, disse lei con una voce un po’ irritata (Ma come diavolo fa a capire sempre ciò che mi preoccupa?). Mi ci vorrà un po’ di tempo per abituarmici!"

Dopo di che fece qualche passo nello stridere della stoffa, dando l’aria di sembrare un po’ scontenta, questo divertì molto André, che la guardò fare con un filo di commiserazione nello sguardo.

Janette riapparse e si estasiò davanti ad Oscar, che la guardava con aria sicura, come se dovesse, ora sprovvista del suo solito abbigliamento, dare nuovamente prova del suo carattere. Lo sguardo nostalgico della contadina tuttavia la fermò:

"-Come siete bella! Mi scuso per lo stato di questi cenci, avrei dovuto disfarmene, ma non si sa mai! Ad ogni modo sono felice che vi vadano bene. (Diede un piccolo sguardo verso André che non riusciva più a nascondere la sua ammirazione). Anche questo mascalzone di André vi trova incantevole, vero André? (Annuendo con la testa). Ah, quando avevo la vostra età… Questo vestito mi rammenta dei bei ricordi. Aspettate che Martin vi veda!!!

Proprio in quel momento, Martin entro nella stanza. Fissò Oscar con aria stupita:

"- Ah questa! Questa poi!"

Oscar aveva abbassato la testa davanti all’assalto di questi complimenti, ma Martin sembrava non percepire il suo imbarazzo:

"- Sai Janette, è come te i primi anni del nostro matrimonio. Portavi quest’abito i primi tempi che siamo venuti a vivere qui! Mi ricordo! Così somigliate incredibilmente alla mia Janette, madamigella!"

"Andiamo Martin, smettiamola di seccare questi ragazzi! Vieni ad aiutarmi a fare la zuppa. André, sarà pronto fra un’ora, d’accordo?"

"- Molte grazie!" disse André, con l’aria divertita nel vedere Janette tirare suo marito letteralmente fuori dalla stanza.

Oscar prese una sedie e si sedette, sostenendo con una mano le falde ingombranti della sua gonna. Sembrava fissare il suolo, ma la sua voce risuonò chiaramente in quel nuovo silenzio.

"- Non rimpiango di essere venuta, André. Volevo dirtelo. Areche o Normandia, avevo bisogno di allontanarmi un po’ da tutto. Ma avevo paura…"

"- Paura tu, Oscar?"

"- Si, paura per te."

Lo guardava senza esitazione adesso e fu il turno di André di abbassare gli occhi.

"- Non ce n’è motivo, come vedi va tutto bene."

"- Certo, si, ma dopo aver letto la tua lettera… mi sono detta… allora sono partita per cercarti. Nonna non era a conoscenza di amici ad Areche, ma conosceva il Signor Raubin. Lui mi a detto che sapeva dove passavi il tuo tempo quando eri più giovane, ma che i contadini si erano trasferiti ad Areche, appunto. Dopo, ritrovare Martin e Janette e stato facile."

"- Non volevo procurarti tante difficoltà. D’altra parte è per questo che non avevo lasciato un indirizzo. Anch’io avevo bisogno di una vacanza. Sono dispiaciuto. Veramente. Non so perché, ma da un po’ di tempo non so fare che del male…"

Oscar chiuse gli occhi, davanti alla confessione di André che le rimandava il doloroso ricordo della sua dichiarazione.

"- Oscar? Ti sono molto riconoscente per…"

"- Per?"

"…no, niente, devo dimenticare. Ti ringrazio di essere stata in pensiero per me malgrado tutto."

André si prese il viso fra le mani. Sentì appena il frusciò del vestito quando Oscar si alzò dalla sedia, ma sentì delle mani decise scostare le sue e un dito determinato sollevargli il mento. Si trovò di fronte a un viso di ghiaccio con degli occhi trafiggenti, ma quegli occhi brillavano come il fuoco e non avrebbe potuto dire se fosse per collera, per odio o per amore. Ma Oscar parlò lentamente, molto lentamente, con una voce decisa che tratteneva con difficoltà il suo impeto:

"- Ora è necessario che tu mi ascolti. Non voglio che ciò che è accaduto ti porti a commettere un atto irreparabile. Hai capito? Ti proibisco di fare una tale sciocchezza. Come credi che mi sentirei? Vuoi farmi sentire responsabile? E’ questo che vuoi? Vuoi farmi soffrire per la tua morte? Credi che io non senta niente nei tuoi confronti, che tutti questi anni non significhino niente per me? Che possa rimanere a vederti distruggerti senza battere ciglio quando saprei di esserne responsabile? Allora, dimmi: cosa conti di fare?"

Come mentire davanti a questo cuore ardente. André si sentiva consumato. Consumato dalla vergogna davanti allo splendore di questa dignità, di questa sorta di amore, anche, che egli conosceva ma che aveva cercato di ignorare, perché non sarebbe stato più così facile…

"- Io non posso vivere senza di te. Preferirei non vivere affatto. Non volevo ferirti, allora ho dovuto partire. Quando sei lontana, c’è qualcosa che già muore in me, e allora niente a più importanza. Ma ho fatto una promessa, lo sai, ho promesso a Martin e Janette che li avrei aiutati. Qualunque sia la mia decisione, io mantengo sempre le mie promesse…"

Oscar continuava a tenergli il viso, ma lui sentiva le sue dita tremare. Sentiva anche la goccia traditrice delle sue lacrime fuggire dai confini del suo occhio destro, e scorrere fino alla pelle di Oscar, che lasciò il suo viso come bruciata da quel liquido.

André aveva mantenuto il suo sguardo fisso su di lei, e non temeva più adesso di mostrare la sua sofferenza, mentre il flusso di lacrime scorreva e scavava dei solchi brillanti lungo le sue guance.

Oscar girò la schiena. Ma lui vedeva perfettamente il vibrare delle sue spalle. Avrebbe voluto gettarsi verso di lei e stringerla forte, sentire la sua testa contro il suo petto, placare il torrente di emozioni che stringeva il suo cuore, stringerla come un annegato stringe il suo salvatore. Ma non fece nulla, sapendo che sarebbe stato respinto.

"- Te lo prometto Oscar, tutto questo è finito. Prima di adesso. Ancora prima che tu facessi questo viaggio per trovarmi. Ti ho fatto troppo male. Se devo, vivrò con l’ombra di me stesso."

Si alzò a sua volta e uscì dalla stanza.

Più tardi, molto più tardi, Oscar non si era ancora mossa dalla stanza, sì diete da fare su uno strumento di cucito nel quale gli ingranaggi richiedevano cure e André la trovò quasi a quattro zampe sotto il tavolo. Lei si alzò precipitosamente al suono dei suoi passi.

"- Amici? Disse lui offrendole un largo sorriso."

"- Amici, concluse lei alzando la testa. Peraltro, devi aiutarmi a tenere questa ruota mentre la lubrifico."

Il resto della conversazione fu animate e quasi gioviale.

Raggiunsero Janette e Martin che erano già seduti attorno ad un grande tavolo, senza dubbio così grande per accogliere i numerosi figli. Si sedettero ognuno al proprio posto, dietro i piatti già disposti sulla tavola. Janette li servì di buon cuore un liquido denso e guarnito di piccoli pezzetti di carne.

"- Mi scuso per il modesto pasto, disse lei, ma è tutto ciò che potevo comprare al mercato questa mattina, e non sapevo del vostro arrivo, damigella."

Oscar si morse le labbra prima di rispondere:

"- Ha un’aria squisita, vi ringrazio. Non c’è bisogno che vi facciate dei problemi per me, sono io che mi scuso di impormi in questo modo!"

"- Ma no, tutti gli amici di André sono nostri amici, quindi approfittatene! Se possiamo, faremo di tutto per farvi piacere! Forza, mangiate prima che si raffreddi"

"- Vi ringrazio", disse Oscar con voce strozzata.

André guardava dritto davanti a se ed evitò di incontrare il suo sguardo.

Infine, dopo il frugale pasto, Janette rifiutò a gran voce di lasciarsi aiutare nei lavori di cucina, deducendo che avevano già lavorato molto nei campi durante la giornata, e li mandò a prepararsi per la notte, mentre Martin scomparì per la notte senza chiedere di restare e soprattutto volendo evitare quel lavoro ingrato.

André condusse Oscar in una piccola camera, in cui fra il modesto mobilio c’era un immenso letto che avrebbe potuto servire per almeno quattro persone. Il materasso non sembrava molto buono, ma c’erano delle calde coperte e questo era l’essenziale. Si sedettero entrambi uno a fianco dell’altro sopra il letto.

"- Per dormire, disse André con una voce piccola, credo che non abbiamo che un grande letto. E’ quello in cui ho passato le mie prime notti. E’ quello dei bambini, per questo è grande. Ma non mi crea problemi andare a dormire nel granaio o nelle scuderie, l’ho fatto molte volte. Così potrai dormire meglio. Mi sento un po’ colpevole di averti affaticato in questo modo…

"-No! Voglio dire, no, non fa niente, ti prego André. Ho un po’ freddo, e poi ho soprattutto bisogno di compagnia… E poi sono in vacanza infondo. Questo mi ricorderà di quando eravamo bambini!"

André gettò un colpo d’occhio divertito verso la sua compagna. Di solito, lei non avrebbe senza dubbio mai ammesso di avere bisogno della sua compagnia, ma erano cambiate talmente tante cose! D'altronde preferiva di gran lunga il grande letto all’idea di dormire con quel tempo nel fieno.

"- Si, disse lui, abbiamo passato tutto il nostro tempo a passare uno nella stanza dell’altro. Infatti, ho ricevuto parecchi rimproveri da parte di nonna…"

"- Mi ricordo soprattutto che venivi a trovarmi in quelle grandi notti di temporale… pauroso! Fece Oscar con voce leggera.

"- Lo ammetto! Ma non ho mai amato molto i lampi, e poi… non ricordo più molto bene adesso, ma mia madre e morta… una notte di temporale", aggiunse André con voce malferma.

Oscar si avvicinò a lui e appoggio una mano sulla sua spalla.

"- Lo so." Disse semplicemente. Non parve sorpresa quando la mano dell’uomo si posò sulla sua.

"- Alle volte, Oscar, vorrei ritornare bambino. Tutto sembrava chiaro all’epoca"

"- Si, devo riconoscerlo, è allettante… Ma non serve a niente avere rimpianti!"

"- Oh, ma io non ho… veramente alcun rimpianto, disse André con voce insicura.

"- E’ vero, e poi noi possiamo sempre fare ciò che facevamo all’epoca! Comunque, sono sfinita e vorrei veramente andare a dormire.

"- Lo vedo bene! Ti lascio preparare. Ho bisogno di passarmi un po’ d’acqua sul viso. Non devi preoccuparti, dormirò sulle coperte. Non ho freddo, dopo tutto il lavoro di oggi!"

Si alzò gagliardamente, fece qualche passo per cercare un vestito nella pila disordinata sul mobile, diede un’ultima occhiata verso Oscar che lo guardava a metà ansiosa e a metà sognante. I suoi occhi tradivano un’estrema curiosità, quel fuoco che l’aveva sempre affascinato, ma il suo viso tradiva la fatica, e così varcò la porta per lasciarla sola a prepararsi per la notte.

Quando tornò nella stanza, vestito semplicemente con un pantalone di pigiama, la piccola candela sul comodino era quasi finita, e Oscar riposava nel lato sinistro del letto, nascosta sotto le coperte. Poté intravedere il lembo bianco di una camicia da notte che aveva visto numerose volte lavare da sua nonna insieme alle sue. Rannicchiata al fondo del letto avvolta nelle coperte, i suoi capelli riposavano come un ventaglio dorato sulle miti orecchie, ebbe una visione della sua bellezza addormentata e si disse che non avrebbe mai potuto togliere lo sguardo da quello spettacolo inaudito. Lei dormiva serena, e questo dava pace al suo cuore ferito. Non era riuscito a sciuparla. Restava pura e fresca… e immobile nel sonno che anche il suo imperdonabile gesto non era riuscito a turbare.

Fu lo scintillio finale della candela, il fumo nero e l’odore acre, e infine l’oscurità che lo strappo alla sua contemplazione. Quindi, delicatamente, si distese all’altra estremità del grande letto, avendo cura di non avvicinarsi per paura di turbare i suoi sogni… e si sentiva anche indegno di toccare quell’essere formidabile che gli aveva donato un’altra possibilità di condividere la sua esistenza, non fosse che per quei brevi istanti benedetti.

Tuttavia si addormentò immediatamente, sognando la sua amazzone, un sorriso fluttuava sulle sue labbra, come non gli capitava da molto tempo.

 

Continua… (molto presto!)

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