Aquila e Priscilla, sposi Cristiani


In quella festa paesana che ha al centro una coppia anonima di sposi e che è narrata dal Vangelo di Giovanni (2,1-11), letto in questa domenica, c'è la storia di tante coppie cristiane che nella loro città o nel loro villaggio, ben lontano da Cana di Galilea, hanno consacrato il loro amore con la presenza santificante di Cristo. Vorremmo far emergere da quella folla immensa di sposi cristiani due figure neotestamentarie, Aquila e Prisca (o Priscilla). Esse occhieggiano nelle pagine dell'epistolario paolino (lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo) e in quelle degli Atti degli Apostoli (capitolo 18).

Il marito portava un nome latino, Aquila, grecizzato in Akylas, ma era un ebreo nativo del Ponto (regione dell'attuale Turchia). Da quel territorio era emigrato a Roma ove si era sposato con Prisca, chiamata col diminutivo di Priscilla, nome anch'esso romano.

Quando l'imperatore Claudio (41-50 d.C.) espulse da Roma con un editto gli Ebrei ivi residenti, anche i due, che si erano convertiti al cristianesimo, dovettero lasciare la capitale e rifugiarsi a Corinto, in Grecia.

Qui incontrarono Paolo e - come scrive Luca negli Atti degli Apostoli - "poiché erano del medesimo mestiere, Paolo si stabilì nella loro casa e lavorava con loro: erano, infatti, di mestiere fabbricatori di tende" (18,3).

Questa amicizia con l'Apostolo continuò anche quando egli si trasferì a Efeso, nell'attuale Turchia costiera: essi Io seguirono e lo aiutarono nell'attività missionaria, dedicandosi alla formazione, "con maggiore accuratezza", di un convertito di nome Apollo, che sarebbe poi diventato un acclamato predicatore cristiano (18,26).

Essi erano ancora con Paolo quando egli scrisse da Efeso la prima lettera ai Corinzi. Infatti, in finale a quel testo si legge: "Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa" (16,19). È suggestiva la menzione della loro casa nella quale i cristiani si incontravano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l'Eucaristia, trasformando così quell'appartamento in una "chiesa domestica", come accadeva nei primi anni del cristianesimo.

Cessato il divieto di Claudio, Aquila e Priscilla ritornarono a Roma e, allora, Paolo - scrivendo da Corinto ai cristiani della capitale la famosa lettera che è anche il suo capolavoro teologico -non esita a ricordare i suoi amici, tessendo una lode e un ringraziamento per il loro amore nei suoi confronti, un amore che gli aveva salvato la vita durante un tumulto scoppiato a Efeso, quando vivevano ancora insieme: "Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa e ad essi non io soltanto sono grato!" (Romani16,3-4).

Anche scrivendo per la seconda volta al discepolo e collaboratore Timoteo, Paolo non esiterà a menzionare questa coppia di sposi 2 Timoteo 4,19: "Saluta Prisca e Aquila", un vero modello di coniugi cristiani impegnati a testimoniare il Vangelo con la semplicità della loro vita e l'intensità del loro amore.