Amos, il profeta del giudizio di Dio


Nella prima lettura della liturgia di questa domenica il profeta Amos, polemizzando col sacerdote ufficiale del santuario di Betel, Amasia (i due nomi sono quasi identici e significano “il Signore porta, sostiene”), evoca quel giorno ormai lontano in cui il Signore l’aveva chiamato a una missione inattesa.
Egli stava seguendo il suo bestiame nelle steppe di Giudea, nei pressi del villaggio di Teqoa in cui era nato, a una ventina di chilometri a sud di Gerusalemme. Mentre gli armenti pascolavano, egli incideva le scorze dei sicomori, un albero da cui si ricavava una specie di sughero.

All’improvviso il Signore gli aveva indicato la sua vocazione e quella voce gli era parsa simile a quella di un leone. «Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce; sono desolate le steppe dei pastori, è inaridita la cima del Carmelo», sono queste le prime parole del libro del profeta, vissuto nell’VilI sec. a.C. Dio lo costringe a lasciare greggi e coltivazioni e a trasferirsi dal sud al nord, a entrare nella splendida, lussuosa e corrotta città di Samaria, capitale del regno settentrionale di Israele, allora retto probabilmente dal re Geroboamo II.

L’ex contadino aveva provato nausea di fronte al lusso ostentato dall’aristocrazia e dagli alti burocrati statali nei cui palazzi di città odi campagna si potevano ammirare avori intagliati (che l’archeologia secoli dopo metterà in luce), divani damascati, oggetti preziosi e persino banchetti sfrenati e orgiastici (3,15).
Questo lavoratore non aveva temuto, allora, di urlare contro le oscene nobildonne dell’alta società queste parole: «Ascoltate, o vacche di Basan, che siete sul monte di Samaria, voi che opprimete i deboli, schiacciate i poveri e dite ai vostri mariti: Porta qua, beviamo! Il Signore Dio ha giurato per la sua santità: Ecco, verranno per voi giorni in cui sarete prese con ami e con arpioni da pesca!» (4,1-2).

Quelle labbra tinte e impudiche erano già intraviste come sanguinanti quando, secondo il macabro uso carcerario di allora, i prigionieri erano tenuti fermi con arpioni inseriti nel labbro inferiore, cosa che accadrà pochi decenni dopo, allorché il re assiro Sargon II conquisterà Samaria nel 722-721 a.C. Amos non tace e, sfidando il potere e lo stesso sacerdozio di regime, denuncia tutte le ingiustizie e condanna in nome di Dio il culto ipocrita celebrato nei vari santuari, esigendo un’unione tra fede e vita, preghiera e onestà.

Le parole del Signore sono ferme e sferzanti: «Io detesto, respingo le vostre feste, non gradisco le vostre liturgie. Anche se mi offrite olocausti, io non accetto i vostri doni... Lontano da me il frastuono dei tuoi canti, il suono delle tue arpe non posso sopportano! Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (5,21-24). E il profeta fa balenare l’irruzione del ‘~giorno del Signore”, cioè di quel giudizio finale a cui non ci si potrà sottrarre con una raccomandazione o col potere. Egli lo descrive in una scenetta vivace, desunta dalla vita dei campi, come spesso accade nel suo libro profetico, un testo in nove capitoli tutto da leggere.

«Il giorno del Signore sarà tenebra e non luce. Sarà come quando uno fugge davanti a un leone; ma, ecco, s’imbatte in un orso. Entra di corsa in una casa, appoggia la mano alla parete ed, ecco, un serpente Io morde!» (5,18-19).
Ma per i giusti sorgerà un’alba di speranza e di gioia: «Chi ara s’incontrerà con chi miete, chi pigia l’uva con chi getta il seme. Dai monti stillerà vino nuovo e colerà giù per le colline» (9,13).