CAPITOLO QUINTO

 

33.

Il maestro percorreva un giorno con una carovana un'alta ed impervia giogaia. D'un tratto riconobbe a molte braccia sotto di sé, lontano e minuscolo, il villaggio alpestre dove solitamente amava trascorrere il mese più caldo dell'estate nella pace perfetta.

Fissò a lungo il paesello con animo colmo di dolcissima nostalgia sinché la distanza l'ebbe velato di sofficità nebbiose, quindi, rivolto al discepolo Kao Shih (che lo accompagnava) disse: "Un viaggio costa sempre infiniti rimpianti e solo in apparenza potrebbe arrecarci un po' di pace !"*

Note:

* Gioco di parole intraducibile tra i termini arcaici Ta-i, "viaggio" e T'ai, "pace".

 

34.

(Il discepolo) Tien Tse Fang disse: "Raramente il maestro stava a pranzo in compagnia di gente ignobile, ma quando per avventura ciò avveniva egli sembrava comportarsi in maniera ancora più ignobile della loro (creando in tutti un senso di immenso imbarazzo)."

 

35.

Ch'ong Tzu disse: "Se riesci ad annodarti il naso, la tua abilità invero è grande. Non sarebbe allora assai più pratico ricordare direttamente quel che occorre senza far ricorso ad astrusi espedienti?"

 

36.

Accadde che il discepolo Bao-yu cadesse molto malato. Ch'ong Tzu non si allontanò per tre giorni e tre notti dal suo capezzale.

Il quarto giorno, ristabilito che fu il discepolo Bao-yu, il maestro uscì all'aperto ed alla luce del primo mattino si sciacquò il viso con l'acqua fredda del torrente.

Quindi compose il sonetto Tre piccole foglie d'altea appassite, si recò al palazzo del re (Ssu Wu, del quale era allora consigliere) ed assolse impeccabilmente ai suoi uffici.

 

37.

Il maestro disse: "Quattro monete d'oro per due tazze sfondate: veramente questo è un prezzo troppo alto!"

 

38.

Se il discepolo Bao-yu avesse mai cercato di dare un insegnamento (parlando), oggi non lo ricorderemmo tra gli antichi saggi.

 

39.

Era una mattina d'inverno particolarmente fredda. Al risveglio Ch'ong Tzu si rese conto che durante la notte aveva abbondantemente nevicato.

Indossò sulla tunica di lana gialla il giubbotto di volpe dorata, infilò ai piedi calde calzature ed uscì di casa per recare la sua deferenza ed il suo omaggio al principe di Poyang-mei. (Era infatti il giorno del solstizio e, in occasione della chiusura dei passi montani, l'usanza voleva che i sudditi visitassero i signori del regno rinnovando il loro voto di fedeltà.)

Dopo aver a lungo camminato affondando sovente fino alla cintola nella neve fresca, il maestro Ch'ong giunse finalmente al palazzo del principe Shien Chu di Poyang-mei e domandò ai servitori d'essere ammesso alla presenza del signore.

Ma i servitori risposero che quel giorno era impossibile ogni udienza (dal principe Shien Chu di Poyang-mei) poiché, a causa della nevicata notturna, egli si sentiva sfibrato da pesante indolenza ed aveva stabilito di non lasciare il suo giaciglio sino all'indomani.

Il maestro ripercorse quindi la strada in senso inverso mentre il vento gelido andava sferzandogli naso ed orecchie.

Rientrato a casa compose uno dei suoi sonetti più amari, divenuto poi celebre come Quando i diecimila esseri cadono in letargo:

 

Nevicata notturna a Poyang-mei:

presto mi levo per visitare il principe.

Il vento freddo sferza la mia tunica

ed invano mi stringo nel giubbotto.

Come i leprotti ed i maiali selvatici,

il mio signore dorme nel suo letto

senza far memoria dei precetti antichi.

 

Se nel regno principi e ministri

non tengono in alcun conto le usanze d'una volta,

come potranno ordine e buoni costumi

risplendere tra il popolo?

Decadenza, decadenza!

 

Torno a casa e con neve sciolta

mi preparo un tè profumato:

l'aroma del tè almeno è sempre uguale

a quello che allietava le ore buone

del saggio re Wenn.

 

In una tazza di tè dimentico ogni delusione,

sciolgo i miei affanni e libero da passioni

infrango gli Otto Limiti del Compasso.

 

Grande Vuoto, Grande Vuoto!

In te di certo

mai vi sarà decadenza!

 

40.*

Il principe Wei, in occasione delle nozze di suo nipote, mandò un suo dignitario di secondo rango a supplicare il maestro affinché volesse formulare un buon augurio per il fausto evento. Il maestro fece vergare su un foglio (che inviò racchiuso in uno scrigno di foggia molto semplice) queste parole: "Muore il nonno, muore il padre, muore il figlio."

Quando il principe Wei ebbe letto la riposta di Ch'ong Tzu, andò su tutte le furie ed inviò di nuovo il suo messaggero a domandare il senso di quello scherzo di pessimo gusto.

Il maestro, tranquillamente, rispose: "Il principe mi ha domandato un buon augurio ed io l'ho formulato con sollecitudine ed autentica devozione! Che sarebbe infatti della felicità (d'una famiglia) quando morisse prima il figlio, poi il padre e da ultimo il nonno?"

Note:

* Questo aneddoto viene altrove riferito a Confucio.

 

Indice de "Il Giusto Comportamento"