Storia

Il crollo dell'Impero Ottomano nel 1917 e i successivi mandati affidati dalla Società delle Nazioni a Francia e Inghilterra per spartirsi il Vicino Oriente, segnano l'inizio di un'attività archeologica senza precedenti in tutta l'area, dall'Iraq alla Palestina, dal Libano alla Siria. È in questo fervore di ricerche che nasce anche il primo scavo a Tell Misherfa, diretto dal Conte Robert du Mesnil du Buisson, finanziata dal Ministero della Pubblica Istruzione e delle Belle Arti francese. Solo pochi anni prima (1906) era stato chiarito che l'enorme sito di forma quadrata, cinto da un terrapieno di 15-20 m d'altezza, non rappresentava un accampamento fortificato romano in Siria centrale, come ritenuto dai radi viaggiatori ottocenteschi; e qualche ritrovamento di superficie aveva al contrario già indotto a sospettare che vi fosse documentata l'età dello scontro tra i grandi imperi -l'Egitto faraonico e l'Anatolia ittita- negli ultimi secoli del II millennio a.C.. Questa prima missione (aprile-giugno 1924) si svolse, per ammissione dello scavatore, nella totale "mancanza di comfort, insalubrità e difficoltà materiali": e, certo, è ben possibile che il circondario -oggi tra i più ridenti e fertili della Siria, terra di grano, olivo e vite a strascico- fosse a quel tempo in stato di parziale abbandono, come angolo negletto dell'esteso latifondo che i proprietari, i membri della famiglia Tabet, gestivano in tutta la provincia di Homs, e in cui si batteva addirittura moneta autonoma (la villa dei Tabet sorge ancora, in un suo decadente splendore liberty, a poche centinaia di metri dallo scavo). In ogni caso, a queste durezze dell'ambiente ovviò l'aiuto organizzativo prestato -nella gestione della cucina- dalla stessa comtesse, e -sul campo- da una compagnia di fucilieri algerini: peraltro, come sappiamo da alcune lettere conservate a Parigi, il Conte stesso aveva fatto domanda esplicita all'Armée du Levant per riottenere ufficialmente la propria divisa del primo conflitto mondiale, e in questo abbigliamento militare lo vediamo -minuscolo, caparbio, rapido nelle decisioni- procedere da una zona all'altra del sito, aprendo qua, indagando là, ma in realtà assai attento, almeno per gli standard dell'epoca, ai metodi e alla documentazione di scavo. Il Conte du Mesnil du Buisson tornò -con il sostegno di più società di studi e accademie scientifiche- a Tell Misherfa per altre tre campagne (1927-1929): a dispetto del duro regime francese, bande armate di irredentisti percorrevano il territorio, e i fucilieri (ora malgasci) erano incaricati di sorvegliare sia il circondario che i detenuti che fungevano da operai. Attorno agli scavatori, all'interno del vasto terrapieno, si svolgeva la vita del villaggio moderno, popolato da mussulmani e cristiani insieme: tante piccole case di mattoni crudi, con il tetto in fango e paglia, si articolavano attorno alla chiesa che -allora, prima che il Conte stesso ne ordinasse lo smontaggio e la ricostruzione altrove- marcava l'alta falesia di calcare e argilla, maestosamente dominante verso la porta nord della città antica. Il luogo originario della chiesa -da cui il nome del cantiere conferito dal Conte, Butte de l'Église- ci venne indicato con precisione nel 1998 da Maria, una donna ancora bella e straordinariamente agile, unica superstite a Misherfa della classe '99. I risultati dell'abile e fortunato Conte du Mesnil a Tell Misherfa furono tali da marcare la storia dell'archeologia vicino-orientale fino a oggi. Egli infatti metteva in luce le quattro porte urbiche, e in particolare la bella porta Ovest a tripla camera, che ha paralleli in vari siti del II millennio nel Levante, e addirittura a Cipro. Sulla "altura della chiesa", poi, veniva scavato un vasto complesso di quasi un ettaro, comprendente un palazzo reale, e due piccoli santuari laterali, oltre ad una sale riempita di giare. Indagini più limitate venivano svolte sulla collina che, dall'interno, fronteggia le mura sud-est, detta "Cupola di Lot" dai locali, e sul luogo più elevato del sito, chiamato la "Collina centrale". Nel complesso, il Conte du Mesnil riconosceva le fasi distinte del Medio Bronzo (ca. 2000-1600), Tardo Bronzo (1600-1100), e dell'Età del Ferro (1100-500); gli era apparsa anche in alcuni luoghi la fase del Bronzo Antico, che rappresenta un'epoca oggigiorno particolarmente ben documentata e ricca di ritrovamenti materiali e testuali in Siria centrale. Di notevole importanza fu la seconda campagna di scavi sulla "altura della chiesa"(1927), poiché fruttò -in un ambiente a lato del Palazzo Reale- il rinvenimento di una quindicina di frammenti di tavolette cuneiformi in babilonese, che, una volta ricomposti, si rivelarono come lunghi e dettagliati inventari di gioielli e ornamenti, in oro e pietre preziose, donati al tesoro del tempio intitolato a Nin-e-gal, "La Signora del palazzo". Così, ad esempio, possiamo leggere che un donativo era formato da "una placca-pettorale in oro, con 13 semicerchi in oro, di cui uno ornato in cristallo di rocca". Da queste tavolette, che si lasciano datare al XV sec. a.C., apprendiamo poi che la dea Nin-e-gal era "la Signora di Qatna": veniva così chiarita l'identificazione di Tell Misherfa con una città già nota in testi assiro-babilonesi, ittiti, egiziani come cruciale centro politico, militare ed economico della Siria centrale nel II millennio a.C. Una serie di nomi di re, precedentemente sconosciuti, apparivano poi tra i donatori dei beni di lusso, fornendoci una rudimentale genealogia della dinastia locale in quest'epoca. Infine, altre sporadiche scoperte di tavolette effettuate dal Conte qua e là per il sito chiarivano che a Qatna doveva esservi anche una scuola per gli scribi: lo dimostra una lista astrologica frammentaria, che rappresenta il più antico esempio di un testo sulle posizioni della Luna, quale ci è pervenuto integralmente dalla ben famosa biblioteca di Ninive, allestita dall'ultimo grande sovrano dell'impero assiro, Assurbanipal (668-627 a.C.). Oggi, specie dopo le grandi scoperte dell'archivio palatino della città di Mari sul Medio Eufrate, siamo in grado di ricostruire diverse tessere del mosaico storico di Qatna nel cruciale periodo di sviluppo della città, tra il 1800 e il 1300 a.C. Quando l'alta Mesopotamia -ivi compresa Mari- era dominata dal re d'Assiria Shamshi-Addu I (1813-1781) e i suoi figli, Qatna rappresentava la testa di ponte di questo regno oltre l'Eufrate, come punto di passaggio per i rapporti con i regni della Siria meridionale e la Palestina: carovane di mercanti cariche di beni rari o preziosi, oppure messaggeri con lettere diplomatiche percorrevano il deserto (in cui Mari e Qatna avevano una frontiera in comune) in dieci tappe giornaliere, con sosta regolare presso l'oasi di Tadmur (il nome più antico di Palmira). Ma l'amicizia tra il re d'Assiria e Iskhi-Addu, re di Qatna, non si arrestava alle cortesie e alle informazioni: le lettere di Mari ci mostrano anche truppe mesopotamiche -fino a 21.000 unità- in via per Qatna, per aiutare il regno siriano nelle sue lotte contro le città circostanti, specie nella regione di Damasco e nel Libano. Infine, una principessa di Qatna, di nome Beltum, sposò Yasmakh-Addu, re di Mari e figlio del re assiro: e proprio quest'ultimo auspicava al figlio quest'unione matrimoniale, notando tra l'altro che la fama di Mari e di Qatna era del tutto paritetica. La caduta di Mari ad opera di Hammurabi di Babilonia (ca. 1760 a.C.) portò ad un diradarsi di rapporti tra Qatna e la Mesopotamia. Ma già dalla fine del XX secolo, la città aveva, per contro, stabilito fruttuosi rapporti con l'Egitto: ancora nel tempio di Nin-e-gal fu rinvenuta una statuetta in forma di sfinge con la testa di una figlia di Amenemhet II, dono cerimoniale della corte nilotica. Della prosecuzione di tali rapporti nei secoli successivi sappiamo poco; ma Qatna era tra gli stati toccati dalle prime spedizioni egiziane in Asia, attorno al 1475, da parte di Tutmosi III, come sappiamo dalle iscrizioni del faraone a Karnak. Alla fine del XV secolo, il sovrano di Qatna, Akizzi, scrive al faraone Akhenaton, ricordandogli di essere stato suo vassallo da gran tempo, e rifiutandosi di seguire il vicino re di Qadesh nella sua adesione agli Ittiti; certo è, che la città era posta proprio sul limitare dei territori dei due regni maggiori che si contendevano il Levante. Non stupisce dunque constatare che Qatna sia stata investita nel 1380 dalla furia delle armate del re ittita Shuppiluliuma; un'ultima lettera di Akizzi al faraone indica che gli Ittiti hanno portato via la statua d'oro del dio della dinastia. Cala da questo momento un silenzio quasi totale su Qatna, se non totalmente distrutta (essa infatti ricompare in alcune liste egiziane posteriori), certo ferita al punto da uscire dal "gran gioco" tra imperi e staterelli che avrebbe portato alla battaglia egizio-ittita di Qadesh nel 1274. Il vasto sito venne rioccupato nel I millennio, nell'età dei regni aramaici e delle invasioni assire e babilonesi del Levante: ma ne ignoriamo, a tutt'oggi, il nome e l'importanza nello scacchiere dell'epoca. L' età classica e bizantina vedono invece l'abbandono definitivo della città murata, e il trasferimento delle comunità in centri minori a pochi chilometri di distanza. In sostanza, la storia finora nota di Qatna ce la mostra come un elemento cruciale nell'equilibrio politico, militare e commerciale dell'antico Levante, a cavallo delle rotte che veicolavano beni, uomini e messaggi dalla valle mesopotamica al Mediterraneo, e dall'Anatolia all'Egitto. E se le notizie si concentrano a tutt'oggi sull'importante nodo storico del II millennio a.C., si può tuttavia ben sperare che futuri ritrovamenti da parte della nostra Missione aiutino a chiarire il ruolo del sito anche nella formativa "età di Ebla" (2500-2000) e nel periodo più recente (700-500 a.C.), quando gli eserciti dell'Assiria e della Babilonia annettevano la Siria centrale ai loro domini "universali".