Mostra collettiva di artisti bosniaci

Nusret Pasic

Mustafa Skopljak

Mirsad Begovic

 

 


 


Scrive Erri De Luca introducendo l'edizione recente (L'amore al primo binocolo, Edizioni L'Obliquo, 2000) di una raccolta di poeti bosniaci: "Dicono che c'erano i ponti e che sotto passava la Neretva come un cavallo verde che aveva molte selle. La più bella era bianca, di pietra 'tinelia' e così alta che pareva una mezza luna. Così gli innamorati di Mostar avevano due lune per andarsi a baciare. Quando c'entrai la prima volta era l'inverno del 93/94, non c'erano ponti e quella non era una città. Era campo di guerra, trincea e lebbra di granate dal selciato ai tetti, ahi Mostar di oriente, era facile amarti, per la ferrovia ferma e arrugginita, per l'ospedale che ricuciva corpi negli scantinati al buio di candela, per i bambini svelti di sorrisi e agili di fame, così fratelli degli scugnizzi di Napoli della mia infanzia di dopoguerra. Non dico del fiume, perché non c'erano più tuffatori."Pochi anni fa, a pochi chilometri di distanza dal nostro paese si è consumata una feroce guerra civile. Luoghi amati per i loro paesaggi e per le nostre convenienti vacanze, luoghi ammirati per le vestigia storiche e per la singolare mescolanza di culture sono andati in frantumi.
Così appare un piccolo miracolo vedere riunite le opere di tre artisti bosniaci, Mustafa Skopljak, Nusret Pasic e Mirsad Begovic, che oggi, in tempo di pace ci sono giunte dovendo superare ancora non poche difficoltà. Sono opere fragili, alcuni fogli; non godono dei solidi telai e della robusta canapa che supporta i segni e i colori. Nella violenza della guerra le loro opere e i loro studi sono andati distrutti. Ora lentamente la vita torna alla normalità. La normalità è anche la possibilità di stabilire un contatto e cogliere la loro proposta che esprime con grande efficacia uno sguardo sugli avvenimenti che li hanno coinvolti, attraverso l'opera d'arte.
Skopljak è scultore. Lo vediamo in una fotografia comporre una piramide con frammenti di vetro: è tutto quello che rimane dopo che, il primo giorno di guerra, una granata colpì il suo studio.
Skopljak è il più anziano dei tre; si forma e lavora a Sarajevo ed espone dalla fine degli anni settanta. Nel gesto che il fotogramma ha fissato c'è tutta l'intelligenza, il desiderio e la speranza che l'arte può rappresentare. Le sue sculture sono mobili e plurime. Si compongono di materiali tra i più diversi, nobili e poveri come il bronzo trattato grezzo, con la tecnica dello stampo diretto, nel quale sono inserite pastiglie di colore e cristallo, gli scarti di ferro. Sono legni trovati che compongono armadi improbabili come le antiche Wunderkammern, che custodiscono spaesanti fisionomie; oppure che reggono stendardi sovrapposti e incisi così che la luce si trasforma in giochi di ombre riflesse. La terra cotta, utilizzata per la costruzione dei più arcaici manufatti, viene tradotta da Skopljak in forme organiche di antica memoria, alvei che custodiscono e da cui scaturisce la linfa vitale.
Su tutti questi impianti polimatrici egli poi interviene col disegno e col colore. Le figure a cui si è fatto cenno sono primarie ma esercitano un potere attrattivo ulteriore. E' come se Skopljak costruisse con le sue opere una scenografia dalle caratteristiche dionisiache dove la comparsa e la scomparsa, la luce e l'ombra, la vita e la morte s'intrecciano e si combinano tra di loro. Un modo per eternare con sguardo ironico e beffardo la tragedia contingente. Calato nel dolore dell'oggi è invece il lavoro di Pasic. Nelle opere che precedono la guerra nella ex Jugoslavia egli dipingeva su grandi tele. Il segno forte e l'esuberanza dei colori possono essere ricondotti alla poetica dell'espressionismo che ha visto nel gesto e nella partecipazione emotiva dell'artista la fonte dell'ispirazione. La libertà assoluta era la prerogativa dell'opera.Oggi il suo sguardo è raggelato. Non solo la povertà e la mancanza assoluta dei mezzi, ma un intuizione precisa lo hanno indotto a scegliere i fogli dei giornali quotidiani come supporto alle sue opere. Su di essi egli stende una densa pasta di colore, quasi a voler cancellare o velare le inutili parole che raccontano la tragedia. Il disegno è volutamente secco, stentato, larvato. Come larve umane si compongono le figure sopra una sindone ed anche i giganteschi ritratti non comunicano espressione alcuna, se non nello sguardo, di pungente e profondissima tristezza.
Nusret Pasic appartiene a quella schiera di pittori che ha elaborato un nuovo linguaggio segnico caratterizzato da una libertà compositiva fatta di lettere e numeri. In realtà il suo è un alfabeto misterioso, tanto astratto quanto organico. E un linguaggio compresso dentro di sé, in corpi filiformi avvinghiati e sovrapposti, la cui testa non ha sufficiente forza per pronunciare un soffio di speranza. Guardando nell'insieme questa mostra possiamo dire che un pezzo di mondo, al quale abbiamo guardato con timore o forse con insofferenza, ci viene svelato. Se pensavamo di essere estranei o "diversi", queste opere ci smentiscono clamorosamente. Cogliamo il senso di una ricerca in seno all'espressione artistica contemporanea che è molto prossimo a quanto avviene in tutto il mondo. Queste opere ci parlano nel profondo perché vengono da un mondo nel quale ci possiamo riconoscere; forse più complesso, più intrecciato di culture, oggi senz'altro più povero. Ma è un mondo pieno di "resurrezione" al quale ci dato modo di partecipare.

Romualdo Inverardi
Settembre 2000

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