BERLINO — A raccontare la storia di
BERLINO — A raccontare la storia di famiglia, è l'unica ancora in vita.
Elisabeth, 68 anni, la più giovane dei figli di Thomas Mann, fa da voce
narrante fuori campo per Die Manns - ein Jahrhundertroman, (I Mann - Un
romanzo del secolo), che è andato in onda sull'ARD, il primo canale pubblico
tedesco, tre puntate per complessive 4 ore e mezza, e che certo arriverà
anche sul nostro piccolo schermo. Il regista Heinrich Breloer è rimasto
fedele al suo stile, usato in Todesspiel, gioco mortale, la cronaca del
dirottamento del Boeing della Lufthansa a Mogadiscio nel 1977 e la fine dei
capi della Baader-Meinhof, nel carcere di Stammheim. Un misto di interviste
con i testimoni, brani di documentari dell'epoca, e scene ricostruite con
l'impiego di attori.
Anni di preparazione
Per la storia dei Mann non ha avuto bisogno di calcare i toni. E' bastato
attenersi alla verità, o a parte di essa, per girare una sorta di «Dallas»
del Baltico, sullo sfondo dei più importanti avvenimenti del secolo. E' una
vicenda corale, ma il protagonista è lui, Thomas, l'autore dei Buddenbrook,
e premio Nobel per la letteratura, interpretato da uno straordinario Armin
Mueller Stahl.
Già all'inizio degli Anni Ottanta, Breloer aveva progettato di girare questa
storia familiare, ma solo nel 1997 ha potuto cominciare il lavoro
preparatorio, con ricerche negli archivi tedeschi e americani, e interviste
filmate con oltre 60 testimoni, per 120 ore complessive, di cui ben 20 con
Elisabeth Mann Borgese. «Senza di lei — ammette — l'impresa non sarebbe
stata possibile». In studio è stata fedelmente ricostruita la villa dove i
Mann abitavano, nella Poschingerstrasse, a Monaco, prima dell'esilio in
Svizzera, e la fuga in California. Sempre in studio è stata ricreata la
residenza di Pacific Palisades a Los Angeles, dove Mann scrisse il Doktor
Faustus. Il regista ha esaminato oltre 245 ore di documentari d'epoca. La
prima puntata va dal 1923 al 1933, dagli anni splendidi e miseri della
Repubblica di Weimar, dopo la grande guerra e la sconfitta, fino alla presa
di potere da parte di Hitler. Thomas Mann è impegnato nella scrittura della
Montagna incantata, ma suo fratello Heinrich, l'autore de L'Angelo Azzurro,
è noto quanto lui, e protagonista della vita culturale a Berlino.
La fuga in America
Giunge il Premio Nobel per Thomas, ma si è costretti a fuggire dai nazisti.
Lo scrittore, conferma la figlia Elisabeth, non si rese subito conto del
pericolo, era convinto che non avrebbero osato toccarlo. Fu il fratello Golo
a indurlo a partire. La seconda parte racconta le vicende familiari fino al
1941, con il legame tra i figli Klaus e Erika e Gustav Grundgens, il più
grande attore tedesco che si lascia sedurre dal potere nazista (e Klaus si
ispira a lui per il suo Mephisto). Del gruppo fa parte anche la figlia di
Wedekind, e i rapporti all'interno del quartetto, tra eccessi, e droga, si
spingono fino al limite dell'incesto.
In California, Thomas è l'unico in grado di guadagnare. Mantiene tutti,
anche il fratello Heinrich, tormentato dalla moglie Nelly che, alcolizzata,
finisce per togliersi la vita. La casa di Thomas è il centro degli esuli
tedeschi, da Alma Mahler a Bertold Brecht, da Franz Werfel a Schoenberg,
mentre l'FBI sorveglia quegli strani e ambigui ospiti: se sono nemici di
Hitler, vuol dire che sono comunisti. Assoldano Erika per spiare famiglia e
amici, e lei saggiamente finge di collaborare. Anche Klaus si toglie la
vita, poco più che quarantenne.
Gli ultimi segreti
L'ultima parte va dalla fine della guerra al ritorno in Europa, il primo
viaggio nella Germania distrutta, la decisione di non vivere in patria, fino
alla morte, nel 1955: «Era difficile, ma l'impresa mi sembra riuscita, di
meglio non si poteva fare. Siamo noi, anche se io so dell'altro, che non
racconterò mai a nessuno», ha commentato Elisabeth. Ma il resto viene
rivelato, senza ipocrisia, compresa l'inclinazione omosessuale del
protagonista che, per la verità, non la nascose alla moglie e alla figlia.
Tuttavia c'è qualcosa di estremamente intimo che non viene mai mostrato: non
si vede mai Mann scrivere. Si ritira nel suo studio e la macchina da presa,
pudicamente, si ferma innanzi alla porta.
di Roberto Giardina
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