Corriere della Sera 26 maggio 2000

Zeffirelli: è solo una provocazione, non è con le marce che si conquistano i diritti

MILANO - «Se voglio vedere il Carnevale vado a Rio, non certo all'ombra del Vaticano». Franco Zeffirelli, 77 anni, regista di cinema, di teatro, di lirica, famoso in tutto il mondo, è fra i pochi della sua generazione ad aver ammesso pubblicamente, anche se solo in tempi recenti, tre anni fa in un'intervista alla rivista americana Advocate , la sua omosessualità. Una confessione tardiva quanto sofferta per uno come lui, cattolico convinto e praticante, che quella condizione ha sempre vissuto con estrema discrezione, dentro confini strettamente privati. Artista con il culto dell'estetica, credente rispettoso dell'ortodossia , Zeffirelli fra le ragioni dei manifestanti gay e quelle della Chiesa non ha dubbi. «Già le marce in sé non mi piacciono. Questa poi, a Roma, nell'anno del Giubileo, è solo una provocazione. Volgare e imbecille come il suo titolo, il Gay Pride», assicura. Che c'entra il titolo? «C'entra, c'entra.
Contesto entrambi i termini: "gay" è quanto di più improprio e ipocrita, un eufemismo squinzio e di cattivo gusto. Che c'è di gaio nell'essere omosessuale? Quanto al "pride", non vedo di cosa si dovrebbe essere orgogliosi. Se è giusto non demonizzare chi fa scelte diverse, altrettanto giusto sarebbe non sottolinearle con sciocca enfasi. Forse che gli eterosessuali sbandierano l'orgoglio di esserlo?». Forse non ne hanno bisogno. Così come non hanno bisogno di marce per rivendicare la loro sessualità «Ma non è nemmeno così che si conquistano nuovi diritti. Primo perché non è legittimo sbattere in faccia a nessuno la propria vita intima, secondo perché quel modo di presentarsi, anzi di esibirsi con spudorata ostentazione, non aiuta certo a sfatare i luoghi comuni che da sempre intrappolano gli omosessuali in tristi e squallidi clichè. Una parata di checche scatenate ha ben poco da spartire con gli omosessuali veri. E sono tanti. Negli Stati Uniti, stando al "Rapporto Kinsey", il 36 per cento della popolazione avrebbe avuto, più o meno occasionalmente, quel genere di esperienze. In Italia siamo intorno al 10 per cento, in parte dichiarati, ma soprattutto "sommersi", magari nascosti sotto i tranquillizzanti panni del buon padre di famiglia. Una fetta importante di elettorato che fa gola, che la sinistra tenta di conquistare con la solita demagogia. Ma che certo, in grandissima parte, non si riconosce in quello zoo di pagliacci osceni, in quelle baracconate offensive che sono quei cortei.
Michelangelo, Leonardo, Giulio Cesare, gente che ha vissuto virilmente il problema, quei "gay" marciatori, li prenderebbero a calci». E allora, che proporrebbe lei in alternativa? «Per esempio, un serio convegno. Con studiosi, intellettuali, disposti ad affrontare in modo sommesso ma serio quei temi così importanti e così sconvolgenti per chi li deve affrontare. Tanto più se deve fare i conti, oltre che con la società, con la propria coscienza morale, con le leggi della Chiesa». Una Chiesa ancora lontana da accettare ufficialmente le ragioni degli omosessuali. «Ma è logico. Cosa pretendiamo? Che il Papa benedica i matrimoni omosex? Non scherziamo. La religione ha regole precise, non si può piegarle a proprio comodo. Una morale di gomma ha aperto le porte alla cosiddetta "liberazione sessuale", con tutto il suo seguito di malattie, di aborti, di infelicità. Questo non vuol dire negare o rimuovere il problema. Che esiste, anche dentro la Chiesa stessa. Molti ecclesiastici vivono questo conflitto, ma se lo risolvono privatamente. Con sofferenza, con lacerazione. Come fu per Testori, per tutta la vita tormentato da una condizione di cui era responsabile, ma solo fino a un certo punto»». Ma lei, come ha affrontato questo nodo difficile fra fede e sessualità? «Naturalmente il prezzo da pagare è stato alto. Io riconosco la mia colpa e non mi assolvo. Però, è cosa che riguarda solo me. Mai mi sarei sognato per esempio di parlarne nei miei film. Qualunque trasposizione cinematografica di questi temi rischia di sfociare nella pornografia. Non mi verrebbe mai in mente di raccontare in pubblico argomenti che mi riguardano tanto da vicino. Troppo importanti e troppo privati per farne spettacolo. L'unico luogo giusto per dibatterli è il segreto del confessionale e la propria coscienza. Per fortuna, il confronto con la Chiesa oggi si è fatto più aperto. Un'apertura silenziosa ma importante. Che sempre più tende a considerare i peccati della carne tutti alla stessa stregua». Insomma, marce e cortei a parte, c'è qualcosa che si può fare per far uscire dal ghetto degli stereotipi l'omosessualità? «Altrochè. Un bell'esempio, anche se circoscritto nel piccolo schermo televisivo, viene dalla Gran Bretagna. La BBC ha realizzato una "soap" di sei puntate, in cui titolo suona pressappoco "Anche i froci sono persone comuni", che presenta l'omosessualità in modo molto esplicito, senza falsi pudori, ma anche molto "normale", all'interno della vita quotidiana. Una serie di situazioni, scritte con grande abilità ed eleganza, tratteggiate in modo molto divertente ma anche molto amaro, molto vero. Soprattutto molto utile per togliere ogni morbosità a una sessualità "diversa". La tv britannica ha avuto il coraggio di mandarla in onda in prima serata. Le nostre reti, pubbliche e private, non oserebbero mai. Da noi quelli che van di moda sono i gay da varietà».