La Stampa
10 ottobre 2001

Uccise l’amico, patteggia 8 anni

Pena ridotta in appello per la morte dell’archivista

«L’ho colpito con due pugni, lui ha battuto contro la stufetta. Si è spenta la luce. Ho afferrato un oggetto su un tavolo e ho colpito. Poi sono scappato». Roberto Raffaelli, 31 anni, ha spiegato così l’omicidio di Luciano Beltramo, l’archivista di 58 anni del Sant’Anna ucciso il 21 marzo dello scorso anno in un garage di via Torrazza, tra Moncalieri e Torino. Una verità ripetuta anche ieri davanti ai giudici della Corte d’assise d’appello (presidente Romano Pettenati) che gli hanno ridotto la pena a 8 anni di carcere. In primo grado, davanti al gip Prunas Tola, aveva avuto 9 anni e mezzo con rito abbreviato. Raffaelli, idraulico di Cumiana, è stato ritenuto responsabile di omicidio preterintenzionale. Non voleva cioè uccidere l’amico Luciano, che lui chiamava zio. «Sono andato da lui per chiedergli perché mi aveva denunciato. Poi è nata una discussione violenta. L’ho colpito, ma non volevo ucciderlo» ha spiegato l’imputato. E i giudici, come il gip Prunas Tola, gli hanno creduto, hanno derubricato quello che all’inizio era contestato come omicidio volontario in preterintenzionale. Una grossa vittoria per l’avvocato Giorgio Faccio, che ha assistito l’idraulico. La sorella della vittima si è costituita parte civile con l’avvocato Giancarlo Nisi, ed è stata risarcita con 10 milioni per i danni morali. Si conoscevano da tempo l’idraulico e l’archivista, che viveva in modo tormentato la sua condizione di omosessuale. Un tipo discreto, un uomo solitario. Per anni aveva chiesto un alloggio popolare, a Moncalieri. Niente da fare. «Ha un reddito troppo alto» gli avevano risposto. E allora la sua casa era diventata quel box di via Torrazza, a pochi metri dalla ferrovia. Aveva trovato lavoro al Sant’Anna un paio d’anni prima. Assunto con un contratto a tempo determinato. Ma si impegnava anche in un’attività di volontariato, all’assistenza di anziani soli. Molto curato, colto, socievole sul lavoro. Ma c’era quel suo rapporto con Roberto. Due mesi prima lo aveva denunciato ai carabinieri: «Mi ha rubato la tessera del bancomat. Mi ha svuotato il conto corrente». E Roberto Raffaelli il 21 marzo era andato da lui a chiedergli spiegazioni per quella denuncia. E la discussione era degenerata, era finita in un litigio violento. E Roberto Raffaelli aveva perso la testa e colpito. Poi era scappato. «Ma prima ha chiuso la porta - ha sostenuto la parte civile Nisi - per impedire che qualcuno potesse soccorrerlo. E poi è corso a prendere i soldi con il bancomat rubato alla vittima». Il cadavere di Luciano Beltramo venne trovato quattro giorni dopo la morte. Lo scoprì per caso un vicino, un ambulante di frutta e verdura che in via Torrazza affittava un magazzino. Si era insospettito perché alla porta del garage dove Beltramo viveva non c’erano i soliti tre lucchetti che la vittima applicava ogni volta che usciva di casa. E subito si era sospettato di Raffaelli: la sua amicizia con Beltramo era nota a tanti.