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GRETSCH 6120 CHET ATKINS HOLLOWBODY





Prima
parte, dal 1954 al 1958
Tra
i modelli universalmente riconosciuti come pietre miliari della storia della
chitarra americana, la Gretsch 6120 Chet Atkins Hollow Body rappresenta un
elemento unico, per molti aspetti privo di termini di paragone. Le
caratteristiche della 6120 sono in genere valutate non solo in termini musicali,
e la sua estetica tutt’altro che anonima ha spesso incoraggiato scorribande
psico-sociologiche sul suo appeal e sul profilo dei suoi fruitori.
Cercheremo
qui di ripercorrerne le vicende attraverso gli anni, senza farci troppo prendere
la mano. Anche perché tra i fruitori sopra citati c’è anche chi scrive, e
delle eventuali inclinazioni (e devianze) della sua psiche si occuperà, presto
o tardi, uno specialista più attrezzato del lettore medio di Guitar Club.
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L’idea
di una chitarra così particolare era nata in casa Gretsch sulla scia dell’endorsement
di Les Paul per la celebre solidbody Gibson lanciata due anni prima. In cima
alla lista dei chitarristi più amati e seguiti dal pubblico c’era, insieme a
Paul, anche Chet Atkins, uno dei maestri assoluti della chitarra del Novecento.
Atkins, attraverso lunghe collaborazioni con vecchi mostri sacri del Country,
era ormai uno dei protagonisti assoluti della Grand Ole Opry e con il suo stile
raffinato e al tempo stesso radicato nella tradizione, e soprattutto con il suo
incredibile senso del gusto, aveva attirato su di sé un seguito paragonabile a
quello di Les Paul. A quel tempo utilizzava una D’Angelico da lui stesso
modificata, e quando venne interpellato da Jimmie Webster, mente creativa e
affaristica di casa Gretsch, fu certamente lusingato dall’idea di potere
legare il proprio nome ad un modello di una delle Case più importanti degli
USA: l’affare si dimostrò un successo soprattutto per la Gretsch, che ai
modelli della linea Chet Atkins deve ancora oggi gran parte del proprio successo
e della propria fama. Il prototipo fu realizzato sul corpo di una Streamliner, e dopo varie modifiche suggerite da Chet si arrivò alla versione definitiva che potete vedere su queste pagine in un modello degli inizi del 1956.
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| Queste,
in sintesi, le caratteristiche: corpo in acero largo circa 16” e profondo
circa 2” ¾ con singola spalla mancante, manico in acero in due pezzi con
tastiera in palissandro, due pickup
DeArmond (Dynasonic nella colorita
terminologia Gretsch) con un selettore, due controlli per il volume ed un
controllo per il tono, più un volume master sulla spalla mancante con manopole
dorate adornate da una freccia, capotasto in metallo, vibrato Bigsby con braccio
fisso e ponte precompensato in alluminio con base in legno (sempre Bigsby). Fin
qui, nulla di eclatante. Ma un’occhiata allo strumento rivela immediatamente
un allestimento estetico da delirio kitsch: sulla paletta campeggia una testa di
bufalo o manzo (steer-head logo) in madreperla, e lo stesso motivo affianca
altre citazioni dall’iconografia western sugli intarsi a blocchi della
tastiera, ricca di cactus, corna e quant’altro. Il corpo, dall’acceso colore
arancio, non è da meno, con una “G” impressa a fuoco sul top (il celebre
“G-brand”) e un battipenna dorato con il cosiddetto “signpost
logo”, cioè una firma di Chet Atkins all’interno di un cartello
squinternato che non avrebbe sfigurato nelle praterie texane. Per i più attenti
di voi preciseremo subito che rispetto alla versione del ’54, la ’56 che
vedete qui ha già un Bigsby B-6 con braccio mobile. Il tutto era completato da
una custodia bianca, oggi nota come Cowboy
Case, ornata da un bordo in cuoio lavorato che riprendeva gli stessi motivi
western, e dall’altrettanto mitica tracolla in cuoio che ai motivi già citati
affiancava un dettaglio se possibile ancora più vistoso, cioè dei finti
brillantini rossi incastonati nella fibbia. |
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Diremo
subito che Atkins, al quale il ruolo del chitarrista country tout-court è
sempre andato stretto, si mostrò tutt’altro che entusiasta dell’abbuffata
western che il modello proponeva, apprezzando tuttavia le qualità strettamente
musicali dello strumento. Ciò che proprio non riusciva ad entusiasmarlo erano i
DeArmond, ma non vi erano al momento altre possibilità. Cominciò così un
lungo processo di graduali modifiche apportate allo strumento, sia dal punto di
vista estetico che da quello strutturale.

Per
un breve periodo, nel 1956, la tastiera con blocchi in madreperla perse i suoi
intarsi western, mentre venne mantenuto il G-brand.
La
versione del 1957, che pure vedete qui illustrata, presenta delle modifiche più
evidenti: la paletta non ha più la testa di bufalo, sostituita dal motivo a
ferro di cavallo che durerà fino alla metà degli anni ’60. La tastiera,
sempre in palissandro, ha i cosiddetti humptop
inlays, intarsi rettangolari con un’onda che ne solleva il lato superiore.
Cosa ancora più notevole, il G-brand
scompare dal corpo della chitarra, privandola della sua caratteristica estetica
certo più eclatante. Le altre modifiche degne di nota riguardano alcuni
dettagli come le manopole, del nuovo tipo decorato con freccia e G, e il ponte,
che verso la fine dell’anno viene sostituito dall’efficace straight
bar in metallo con base in ebano, una soluzione a sella singola che si
mostrerà assai duratura. Ma se consideriamo la sostanza strutturale dello
strumento, possiamo dire che essenzialmente la 6120 del ’57 differisce
pochissimo dalla prima versione, dato che i dettagli fondamentali restano
invariati: corpo in acero interamente vuoto e di dimensioni invariate, pickup
DeArmond Dynasonic, capotasto in metallo. Da notare che le meccaniche Kluson
Deluxe installate sulla ’57 che vedete qui sono rigorosamente originali, pur
non essendo quelle abitualmente utilizzate su questo modello, cioè le Grover
Sta-Tites con bottone ovale che vedrete su tutte le altre 6120 illustrate in
questa nostra storia in due puntate.

Restavano
irrisolti due problemi sollevati dallo stesso Atkins: l’efficacia e il sustain
dei DeArmond e la tendenza al feedback. In questa direzione vennero rivolti gli
sforzi della sperimentazione in casa Gretsch, anche per restare al passo con la
concorrenza – leggi Gibson – che in quegli stessi anni stava per realizzare
strumenti di nuova concezione ed equipaggiati con pickup che ancora oggi
rappresentano lo standard con cui tutti si confrontano. Ma questo verrà
discusso e illustrato nella prossima e ultima puntata della nostra Storia della
Gretsch 6120: non perdetela!

Sinistra:
1956, paletta larga, steer's head logo, capotasto in metallo. Centro: 1958,
intarsio a ferro di cavall, capotasto in osso. Destra: 1960,
paletta piccola, zero-fret.
Seconda
parte, dal 1958 al 1961
Riprendiamo
la nostra storia, interrotta nel numero scorso nel momento in cui la 6120, dopo
avere perso per strada buona parte del suo allestimento kitsch da “chitarra da
rodeo”, si trovò a fronteggiare un radicale restyling che comprendeva la
riprogettazione di buona parte delle
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La versione della Gretsch Chet Atkins HollowBody che vide la luce nel corso del 1958, qui illustrata in uno splendido esempio originale, aveva lo stesso corpo da 16” a singola spalla mancante delle versioni precedenti, ma la profondità era diminuita di un paio di millimetri e misurava ora 2” e 2/3. Cosa ben più importante, all’interno del body era stato realizzato il cosiddetto sound-post una struttura solida in legno visibile attraverso le buche ad F, che connetteva direttamente il top al fondo con la funzione di ridurre al minimo le vibrazioni non desiderate che erano responsabili dell’innesco del feedback quando lo strumento veniva suonato ad alti volumi in prossimità dell’amplificatore. Come abbiamo visto nella scorsa puntata, questa era stata una precisa richiesta di Chet Atkins.E’ interessante notare come proprio in quegli stessi anni anche la Gibson stesse studiando un sistema in grado di ridurre il feedback sulle semiacustiche, approdando al design ancora più radicale rappresentato dalle semi-solide della famiglia 335. Ed è altrettanto interessante osservare come queste innovazioni su uno strumento tutto sommato giovane, la chitarra elettrica, fossero legate alle diverse esigenze dei protagonisti della “nuova musica”: il problema dell’alto volume poteva ancora non porsi ai tempi di T-Bone Walker o di Charlie Christian, ma sul finire degli anni ’50 la scena musicale era già stata sconvolta da nuove realtà come il blues elettrico e il rock & roll, e l’amplificazione della chitarra si imponeva con esigenze assai più estreme con conseguenti necessità di controllo degli “effetti indesiderati”.
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| Il circuito elettrico era stato modificato mediante la sostituzione del controllo dei toni con un selettore che consentiva la scelta tra due toni predefiniti, mentre venivano mantenuti i controlli di volume master e per i singoli pickup e lo switch. Gli stessi pickup rappresentavano un’innovazione fondamentale per le Gretsch: parallelamente alla ricerca di Seth Lover in casa Gibson, approdata nel ’57 alla creazione degli humbuckers, gli studi di Ray Butts per la Gretsch andavano nella stessa direzione: realizzare un pickup in grado di eliminare il ronzìo tipico dei single-coil. La nascita dei Filter-Tron, brevettati poco dopo i PAF Gibson, risale proprio al 1958, e la chitarra che vedete qui è equipaggiata con la primissima versione di quest’unità ormai leggendaria: i coperchi metallici dei primi Filter-Tron sono ancora privi della scritta Pat. App. For che troveremo dalla metà del ’58 fino al 1959, sostituita più tardi dal numero effettivo del brevetto. Ma le novità rispetto al modello del ’57 illustrato nel numero scorso non sono finite: il capotasto in metallo è stato sostituito da uno in osso, e la tastiera stessa è stata radicalmente modificata con l’adozione dell’ebano invece del palissandro, con gli intarsi stile “thumbprint”, cioè ad impronta di pollice (o se preferite a mezzaluna). Questa versione della tastiera, chiamata ‘neoclassica’ dalla Gretsch, rappresenta una felice svolta stilistica, anche se la sua eleganza che resisterà per tutti gli anni ’60 è in aperto contrasto con la pacchianeria a noi tanto cara degli intarsi western della prima versione della 6120 Chet Atkins. |
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Ancora novità in arrivo con il modello del ’59-’60 (su queste pagine è illustrato un modello del 1960): il capotasto in osso si trasforma in una semplice guida per le corde, mentre la sua funzione è svolta dal cosiddetto zero-fret, un mega-tasto che funge da effettivo inizio della tastiera. Il circuito elettrico è lo stesso del ’58, e invariati sono anche gli intarsi e la struttura interna del sound-post. Cambia invece la forma della paletta, che pur mantenendo il vecchio intarsio a ferro di cavallo viene assottigliata, mentre lo stesso corpo della chitarra vede ridotta la propria profondità ad appena 2” ½ . L’ultima modifica degna di nota riguarda il Bigsby, che non è più il modello B-6 ma il cosiddetto V-Cutout con la scritta “Gretsch by Bigsby” e un’apertura a forma di V nella piastra sul top.
L’ultima chitarra che potete osservare sulle nostre pagine è un modello del 1961, l’ultimo anno in cui è stata prodotta la versione a singola spalla mancante prima di passare al radicale restyling con l’adozione della doppia spalla mancante con corpo sottile con finte buche ad F.
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Lo strumento illustrato ha caratteristiche assolutamente inusuali e transizionali, e rappresenta per alcuni versi una rarità anche rispetto alle altre chitarre prodotte nel corso dello stesso anno. Infatti, oltre all’ulteriore riduzione della profondità della cassa (2” ¼ ) e all’introdizione del “neck-dowel”, uno spinotto in legno che irrigidisce l’inserzione del manico nel corpo, la “tipica” 6120 del ’61 non ha altre variazioni rispetto alla versione dell’anno precedente. Compaiono infatti lo zero-fret su tastiera in ebano con intarsi a mezzaluna, il battipenna col vecchio signpost logo, il vibrato Gretsch by Bigsby, il circuito con due Filter-Tron con controllo volume individuale e master e i due selettori per pickup e tono, con la struttura di irrigidimento interna chiamata sound-post. Ma la chitarra che vedete qui ha la particolarità di avere già il battipenna con logo Gretsch e firma di Atkins ma senza il signpost logo tipico della versione a doppia spalla mancante, e addirittura è presente anche l’interruttore di stand-by, anche questo “ufficialmente” presente solo nella versione successiva. Anche il manico stesso, con la base più corta nel punto di inserzione nel corpo, rivela che probabilmente era destinato ad essere installato già sul nuovo tipo di chitarra. Questi dettagli rivelano che l’esempio che vedete qui illustrato è in realtà il prodotto di un assemblaggio avvenuto in una fase in cui il processo produttivo procedeva già sulla nuova strada, utilizzando elementi della versione precedente (in questo caso il body) secondo la vecchia logica del “qui non si butta niente”. Anche la tipica finitura rosso-arancione della 6120 a singola spalla mancante, essenza stessa dell’anima western del modello, era stata modificata con l’adozione di un colore arancio più tenue, che sarebbe poi stato adottato per tutti gli anni della produzione del nuovo modello, fino (e oltre) la trasformazione in “Nashville”.
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La trasformazione in thinline segna l’inizio di una nuova storia, e la fine della nostra. La pur fortunata versione anni ’60 della Chet Atkins Hollwbody non riuscirà a far dimenticare la vecchia single-cutaway, il cui successo è andato ben oltre il target country a cui la Gretsch faceva inizialmente riferimento. Grazie ad artisti come Eddie Cochran, Duane Eddy, Brian Setzer è diventata un elemento essenziale dell’iconografia rock, consacrato dal successo degli Stray Cats negli anni ’80, con conseguente pletora di riedizioni più o meno fedeli all’originale. La vintage-mania ha poi fatto di questa chitarra uno degli oggetti più desiderati, grazie all’intrigante mescolanza di eleganza e kitsch, al suono inconfondibile, e ad un’anima ribelle che rimanda ai tempi in cui con ciuffo sulla fronte e macchina decappottabile con musica a tutta, potevate sentirvi in cima al mondo guidando verso il drive-in con la vostra ragazza al fianco.

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