BRINDISI:
AREA AD ALTO RISCHIO AMBIENTALE!
Sembra
superfluo ripetere ad ogni occasione che una delle emergenze più significative
della nostra provincia è quella ambientale.
Ma questa si lega con un filo rosso al modello di sviluppo del nostro
territorio. Lo sviluppo non può certamente continuare ad essere quello proposto
per cinquant’anni, ossia la monocultura industriale dei megaimpianti (prima
petrolchimico, poi centrali termoelettriche, oggi rigassificatore o torcia al
plasma), magari non voluti da altre comunità.
Siamo
convinti che un vero sviluppo economico passa anche attraverso uno sviluppo
industriale; ma questo deve essere legato alle vocazioni del territorio e
diversificato (piccola e media impresa – attività portuale – turismo –
cultura ) e, non in ultimo, in sintonia con la salvaguardia ambientale. Servono,
quindi, delle regole certe e dei controlli efficaci nei confronti di tutti gli
impianti industriali. Oggi, come ieri, ci propongono dei veri “mostri”
industriali che non ci aiuteranno ad uscire da questa grave crisi economica.
Ma,
per comprendere compiutamente quanto sta avvenendo oggi, che discutiamo
del nuovo impianto di rigassificazione di Capo Bianco, è necessario
ripercorrere la storia di tutti gli insediamenti che sono non solo ad alto
rischio di incidente rilevante ma, addirittura, altamente inquinanti. Ci
riferiamo, evidentemente, alla storia del petrolchimico, alla storia delle
centrali termoelettriche di Brindisi nord e di Cerano. Alla complicità delle
classi dirigenti locali (politiche, economiche e sindacali) che hanno permesso a
questi colossi industriali ed a
tutti i governi nazionali di distruggere il nostro territorio e la nostra stessa
salute, impedendoci, come si è detto, di
avere un altro sviluppo, un altro futuro, sicuramente più florido.
Un’area
industriale, quella di Brindisi, in cui insistono
impianti altamente inquinanti e pericolosi. Tanto che negli anni ottanta
il nostro territorio fu dichiarato (DPCM 88) AREA AD ELEVATO RISCHIO DI CRISI
AMBIENTALE. Un’area che doveva necessariamente essere bonificata e che per
tale condizione si pensò addirittura alla chiusura di una delle due Centrali
elettriche esistenti, quella di Brindisi Nord. Sembra un paradosso! La
convenzione sottoscritta da Enel, Governo ed Enti Locali brindisini del 1996
(peggiorativa rispetto alla precedente bozza degli anni 80, comunque migliorata
dall’intervento del Ministro RONCHI e dal Sottosegretario CARPI – cosd. LODO
CARPI-RONCHI), proprio a causa del
disastro ambientale dell’area prevedeva la chiusura della Centrale di Brindisi
Nord a far data dal 1° gennaio 2001. Una centrale, ricordiamo, carente di
quelle opere di ambientalizzazione (camini troppo bassi, desolforatori mancanti
etc.) che continuava (e continua) a
bruciare carbone ed olio combustibile ad alto tenore di zolfo. Si voleva inibire
il funzionamento di quella centrale, proprio per le condizioni ambientali, era
necessario delocalizzare impianti ad alto rischio di incidente rilevante, ora
invece, ecco il paradosso, proprio in quell’area si vuole costruire il
terminale di rigassificazione!
Ma
come tutti sapete quella convenzione non fu mai rispettata. Una convenzione che
aveva valore di legge fra le parti. Non fu mai rispettata dall’Enel, né dai
governi nazionali che si sono succeduti, ne mai voluto che si rispettasse da
parte degli enti locali che avrebbero invece dovuto mettere in essere tutte le
azioni necessarie per far rispettare quel patto.
Nella
metà degli anni novanta la movimentazione di carbone e l’utilizzo di questo
combustibile era di circa due milioni di tonnellate all’anno, oggi, assistiamo
ad un consumo e movimentazione del carbone pari a circa 7 milioni di tonnellate.
Sarebbe interessante parlare anche delle società che movimentano questo
carbone, ma evidentemente se ne stanno occupando altri poteri dello Stato.
Quella
centrale doveva essere trasformata a ciclo combinato (Decreto BERSANI), dopo la
liberalizzazione del mercato elettrico (Decreto D’ALEMA) e fu venduta da Enel.
Sembrava imminente la sua trasformazione e alimentazione a gas. Oggi, invece,
anche aiutata dal decreto “sblocca centrali” del Governo Berlusconi,
continua a bruciare carbone. Ed il carbone viene movimentato proprio a pochi
passi da dove si vorrebbe costruire il rigassificatore. Proprio sulle stesse
banchine in cui i turisti si imbarcano per la Grecia e la Turchia. La
movimentazione del carbone avviene, inoltre, in condizioni che rasentano
l’illegalità. Provate a sostare qualche ora su quelle banchine.
Ma
ciò può essere possibile anche grazie alla sottoscrizione di nuove
convenzioni, mai discusse, ne approvate, dalle
assemblee elettive di Comune e Provincia, con gli attuali produttori di energia
(ENEL, EDIPOWER, ENIPOWER). ANTONINO e FRUGIS hanno svenduto questo territorio,
sottoscrivendo atti che per quanto ci riguarda non hanno alcun valore di legge,
anche e non solo, perché mancanti dell’approvazione dei rispettivi consigli.
Ed è per questo che chiederemo formalmente di impugnare quelle convenzioni che
non hanno alcun valore. L’unica
convenzione che ha ancora valida è quella, appunto sottoscritta, nel 1996.
Come
vedete, questa premessa ci sembrava importante, proprio per far emergere le
contraddizioni forti di questa decisione.
Sappiamo
benissimo che il Rigassificatore, ad esempio, non è un impianto altamente
inquinante (ma ci riferiamo solo alle emissioni inquinanti),
ma rimane un installazione ad altro rischio di incidente rilevante:
infatti, la sua dislocazione (capo Bianco) è vicinissima alla città e si trova
sul cono d’atterraggio dell’aeroporto. Peraltro,
la sua ubicazione è prevista in quell’area cui si è fatto cenno in
precedenza, che uno studio dell’ENEA giudica area ad alto rischio di incidente
rilevante, evidenziando la necessità di delocalizzare gli impianti a potenziale
rischio di incidenti e quindi la impossibilità di pensare a nuovi insediamenti
in quell’area.
Ma
la nostra contrarietà si basa non solo sulla pericolosità di tale impianto, ma
anche perché riteniamo questo in contraddizione con uno sviluppo legato alle
nostre potenzialità vocazionali e strutturali. Il porto ad esempio. Le attività
portuali, con la presenza di tale impianto, sarebbero ulteriormente
ridimensionate. Nel porto di Brindisi si dovrebbero movimentare circa
8 miliardi di metri cubi di gas, per
il quale occorrono circa 110 navi gasiere l’anno, della stazza di
130.000/140.000, che saranno presenti nello stesso porto. Il che significa che
il nostro porto sarà esclusivamente al servizio di questo Impianto. Tutti
saprete, infatti, che per ragioni di sicurezza durante la dislocazione delle
navi gasiere, non vi può essere la presenza di nessun tipo di imbarcazione.
Nemmeno le derive dislocate nel porticciolo turistico potrebbe navigare il
nostro porto. Pensate quali effetti avrà tale presenza sul traffico marittimo
di passeggeri e merci. Il nostro porto vive una crisi profonda già in queste
condizioni, cosa sarà con la presenza di queste metaniere?
La
morte del nostro porto, infatti, a favore di quello di Bari e di Ancona.
Pensiamo,
invece, così come avvenuto in altri centri d’Italia, questo territorio
martoriato sotto il profilo ambientale e che ha dato tanto per l’interesse
nazionale, debba oggi essere risarcito. Bagnoli, ci insegna, che un investimento
per bonificare un territorio, crea una possibilità di occupazione per almeno
dieci anni. Un risarcimento di cui la nostra provincia ha pieno diritto.
Ma
entriamo nel merito dell’affaire rigassificatore. Una storia molto strana.
Evidentemente interessi economici hanno prevalso sullo spirito di servizio. Un
impianto deciso solo da alcuni. La delibera in discussione ci ricorda che MAI il
consiglio comunale e provinciale di Brindisi si sono interessati della vicenda,
votando, cioè, un atto deliberativo. I soliti noti, FRUGIS e ANTONINO, hanno partecipato alla conferenza di servizi del 03/10/2002,
senza alcun mandato da parte delle assemblee elettive. Anzi, bisognerebbe andare
a rileggere i giornali dell’epoca per ricordare che di quella conferenza di
servizi non era a conoscenza
nessuno (tranne loro, ovviamente) e fu il PRC a “scoprire” che c’era una
convocazione ufficiale presso il Ministero dell’Ambiente, il quale ne diede
notizia agli organi di stampa e si aprì ufficialmente la crisi della giunta
Antonino e la fuoriuscita del nostro Partito dalla maggioranza. Ma le colpe evidentemente non sono dei soliti Antonino e
Frugis e delle loro maggioranze, anche la Regione ha avuto alcun ruolo
determinante nell’affaire (si disconosce addirittura se l’assessore
all’ambiente ha proposto una delibera di giunta sull’argomento). Le uniche
raccomandazioni in quella conferenza di servizi avanzate dall’assessore
Saccomanno, si limitarono alla opportunità di una corretta informazione
sull’impianto alla cittadinanza (sic!). Informazione sull’impianto, non
coinvolgimento e partecipazione! Tre soli uomini, ANTONINO – FRUGIS e
SACCOMANNO hanno deciso le sorti di una intera comunità. Tre contro centinaia
di migliaia di cittadini che si sono schierati contro questo impianto!
Molte
regioni italiane, per la verità, hanno agito in maniera differente. Hanno
avviato procedure molto complesse, come anche la consultazione popolare. E’ il
caso, ad esempio della Toscana, della quale
parleremo più avanti.
Ma
per capire meglio la particolarità dell’iter
autorizzativo della vicenda del rigassificatore brindisino, è necessaria anche
una breve premessa intorno alle altre richieste di insediamento di impianti
simili nel nostro paese.
GLI
IMPIANTI TERMINALI DI RIGASSIFICAZIONE
Innanzitutto
è bene ricordare alcuni cenni storici per inquadrare la tipologia del progetto
e capire di cosa si sta trattando.Verso la fine degli anni ottanta, dopo la
vittoria dei "no" nel referendum sulle centrali nucleari, il Governo
decise di interrompere la costruzione della centrale di Montalto di Castro e di
costruire nello stesso sito una centrale termoelettrica di elevata potenza,
imponendo come fonte di alimentazione il gas metano. Per far fronte
all'approvvigionamento delle grandi quantità occorrenti di metano, l'Enel
programmò il progetto di un impianto di rigassificazione da realizzare in
prossimità della centrale nucleare dismessa e allo scopo stipulò un contratto
di fornitura di metano liquefatto con la Nigeria.
L'Enel
scoprì Lagos negli anni '80, ufficialmente per puntare sul gas e diversificare
l'approvvigionamento dei tradizionali fornitori in Algeria e Russia, già
collegati con gasdotti. Con la Nigeria nel
maggio '92 firmò il precontratto da oltre 20 mila miliardi di lire con
decorrenza della fornitura dal '97, pur senza avere la struttura ricettiva. Ma
in quella Prima Repubblica il consenso del Palazzo a questi business era
entusiastico, anche perché scatenava applausi e
appetiti di tanti big degli appalti Enel.
A
questo punto emerse che i responsabili dell'Enel s'erano impegnati con formula classica take o pay (che impone di pagare anche se non si ritira la merce), senza
cautelarsi esplicitamente sull'eventuale impossibilità di costruire il
rigassificatore in Italia. Così, alle proposte di disdetta della fornitura o di
ricerca di un accomodamento, i venditori hanno potuto rispondere con la
richiesta di un mega risarcimento dei danni, al centro dell'arbitrato a Ginevra.
L'arbitrato
in corso in Svizzera vide l'Enel contrapposto alla Nigerian Liquefied natural
gas (Lng) di Lagos, una joint ventures che ha in appalto l'intero progetto. Il
governo locale ha il 49 per cento del capitale tramite la società petrolifera
statale Nigerian Npc. Quote di minoranza appartengono alla società petrolifera
francese Eif (15 per cento) e all'italiana Agip-Eni (10,4 per cento). Il
principale partner straniero (con il 25,6 per cento) è la Shell, che gestisce
l'operatività della Nigerian Lng ed esprime l'amministratore delegato.
Il
processo di trasformazione del metano da liquido in gassoso è delicato, perché
si tratta di una miscela compressa ad una pressione di molte atmosfere. Poiché
l'impianto in questione è considerato ad "alto rischio",
l'istruttoria per l'autorizzazione del progetto, lunga e rigorosa, non arrivò
alla sua approvazione a causa di forti opposizioni che vennero all'epoca da
parte del Ministero dell'Ambiente. Sicché, caduta l'ipotesi Montalto di Castro,
venne elaborata l'ipotesi Eni a Monfalcone (Go). Anche qui, nonostante che vi
fosse una favorevole disponibilità dei Ministeri interessati e malgrado
l'impegno profuso da tutti gli Enti energetici, furono incontrate diverse
difficoltà, tanto che la proposta venne affidata alla volontà dei cittadini
del Comune di Monfalcone con un referendum popolare, che bloccò tale
insediamento pur in presenza di molteplici benefici di accompagnamento offerti
al Comune. Ma l’evento che ha
"pubblicamente" bloccato il progetto non
è stato solo il referendum consultivo della popolazione di Monfalcone,
con il quale, nel settembre 1996, il 62% dei votanti si è dichiarato contrario
alla realizzazione del terminale.
La
prima decisiva opposizione alla realizzazione del terminale è venuta tuttavia
dal Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, che il 9 maggio 2002 esprimeva parere negativo sulla compatibilità ambientale del
progetto in quanto la sua "realizzazione....
arrecherebbe comunque un danno irreparabile al contesto ambientale e
paesaggistico.". Merita
ricordare che, in base alla legge sulla VIA, la pronuncia di compatibilità
ambientale viene espressa dal Ministro dell’Ambiente, di concerto con quello
dei Beni Culturali e Ambientali e sentita la Regione interessata; il parere
del Ministero dei Beni Culturali era così categorico che non era facile
ipotizzarne una revisione.
Venute
meno le prime due ipotesi, risulta che i successivi tentativi siano stati
respinti, sino a quando…. Sino a quando il Governo Berlusconi ed in
particolare il suo Ministro alle Attività Produttive MARZANO, hanno deciso per
una politica iper-liberista e iper-permissiva, soprattutto nel comparto della
produzione energetica, senza tener conto degli aspetti inerenti la salvaguardia
ambientale (pensano al nucleare?).
In
Italia esiste attualmente un solo impianto di rigassificazione del Gnl, il gas
naturale liquido. In Europa sono sette, nel mondo 31.
Quello
Italiano, di modeste dimensioni,
sito a PANIGAGLIA (SP), è di
proprietà della Società GNL ITALIA SPA (SNAM). Entrato in esercizio nel 1971
ha funzionato con continuità sino al 1980, alimentato da gnl di origine libica.
Tra il 1980 e il 1997 tale impianto ha funzionato con discontinuità. A seguito
della ristrutturazione del terminale avvenuta tra
il 1990 ed il 1996, ha ripreso la sua funzionalità nel 1997.
Per
incrementare la capacità italiana di importare gas attraverso la
diversificazione delle fonti (attualmente il nostro Paese dipende al 90%
dall’estero), varie società intendono realizzare altrettanti impianti di
gassificazione. Anche perché, rientrando nella legge obiettivo sull’energia,
i terminali hanno un percorso autorizzativo privilegiato.
Oltre
a questo percorso autorizzativo privilegiato, l’ultimo decreto Marzano prevede
che chi investe nella costruzione di terminali di rigasssificazione,
avrà per 20 anni l’uso esclusivo dell’80% della capacità
realizzata. Tale decreto prevede una ulteriore procedura semplificativa
per le autorizzazioni di nuovi impianti: via
libera unico entro 180 giorni dalla domanda!
PROGETTI
PER LA REALIZZAZIONE DI NUOVI IMPIANTI IN ITALIA
Presso
il Ministero delle Attività produttive sono state presentate varie richieste
per la realizzazioni di terminali, tra gli altri:
-
2 impianti da realizzarsi da parte del gruppo spagnolo GAS
NATURAL S.A. a Taranto e a Trieste,
entrambi della capacità di 8 milioni di mc;
-
1 impianto da realizzarsi off
shore a Porto Rivo (Rovigo), progetto presentato da Edison
Spa, impianto che sarà costruito e gestito dalla società GNL
ADRIATICO Srl (45% Exxon Mobil Italiana Gas, 45% Qatar Petroleum; 10% da Edison
Spa), della capacità di 4.6 miliardi snc/ano elevabili ad 8. Per tale
ampliamento dovrà tuttavia superare le procedure di VIA;
-
1 impianto off shore a Livorno,
come da progetto presentato da LNG
Toscana (società Olt) della potenza di 3 miliardi snc/anno elevabili a 6,
se supererà la valutazione di impatto ambientale;
-
1 impianto a Rosignano Marittimo
(LI), come da progetto presentato dalla Solvay-Bp-Edison,
della potenza di 3 miliardi di metri cubi di gas;
-
1 a Brindisi, in località capo
Bianco, progetto presentato
dalla società British Gas International
Holdings. Il il 13 giugno 2001 è stato costituita la società BG Brindisi LNG S.p.A.. Successivamente il 50% delle quote azionarie
sono state acquisite da ENEL TRADE SPA
(società controllata da ENEL).
Ebbene,
vi sembrerà strano, ma tutti questi progetti , tranne quello brindisino,
sono stati sottoposti alla valutazione di impatto ambientale (VIA),
seguendo le procedure previste dalla normativa. Molte delle quali non si
sono ancora concluse. Addirittura,
come si è accennato, i progetti di ampliamento della capacità saranno
sottoposti ad ulteriori procedimenti di valutazione di impatto ambientale (ROVIGO
e LIVORNO). Questo è quanto emerge
dalla relazione di pochi giorni fa dell’AUTORITA’
DELL’ENERGIA E GAS, datata 14 luglio 2004 (documento per la consultazione e
formazione di provvedimenti di cui all’articolo 24, comma 5, del decreto
legislativo 23 maggio 2000 n. 164 e dall’art. 2, comma 12, lettera d) della
legge 14 novembre 1995, n. 481).
Per
alcuni di questi progetti sono stati espressi pareri negativi, nell’ambito
della procedura di Via Nazionale, come per l'impianto di rigassificazione
proposto da Solvay-Bp-Edison di Rosignano.
L'individuazione di condizioni precise e vincolanti per l'altro progetto
di terminale proposto sulla costa livornese dall'Olt, rispetto al quale procederà
l'attività di approfondimento e di confronto con le comunità locali.
Sono questi i principali risultati della valutazione strategica approvata
il 14 luglio 2004 dalla giunta regionale toscana, su proposta dell'assessore
all'ambiente Tommaso Franci, in relazione ai due impianti di rigassificazione di
Livorno e Rosignano - i cui progetti sono sottoposti alla valutazione di impatto
ambientale statale.
Per
quanto riguarda il terminale Solvay-Bp-Edison il parere negativo espresso dalla
giunta regionale si fonda sulla non
conformità del progetto agli
strumenti di governo del territorio sia della provincia di Livorno che del
comune di Rosignano e sull'eccessivo impatto paesaggistico".
Diversa
la situazione del progetto Olt, rispetto al quale comunque il parere regionale,
positivo nell'ambito della procedura di VIA nazionale, non va inteso come una
approvazione da parte del governo regionale. Questo parere infatti
non rappresenta in alcun modo un via libera definitivo. Anzi, proprio in
base a questa valutazione strategica, che sarà ulteriormente sviluppata ed
approfondita, sono stati fissati alcuni precisi paletti. Si tratta di
altrettante condizioni che la giunta regionale toscana ha posto ai fini di
un'eventuale intesa con il governo nazionale, senza la quale, un impianto di
questo tipo non potrà mai essere autorizzato dal Ministero dell’Ambiente e
del Ministero delle Attività produttive
IL
RIGASSIFICATORE DELLA BRINDISI LNG SPA (Brindisi – Capo Bianco)
Insomma
un progetto pericoloso che viene approvato secondo una procedura assolutamente
approssimativa. Riteniamo infatti scorretto lo svolgimento della Conferenza di
Servizi in quanto l’iter relativo alle analisi preliminari per la bonifica dei
siti inquinati e quello per la valutazione di impatto ambientale, affidate alla
stessa British Gas, ci paiono viziate da un evidente conflitto d’interesse.
Siamo seriamente preoccupati per il futuro di Brindisi perché siamo di fronte a
un caso esemplare. Ma perché mai una corsia preferenziale per l’impianto di
rigassificazione di Brindisi?
Una
vicenda curiosa, quella del terminale di rigassificazione di Brindisi firmato
British Gas, che comincia già dalla caratterizzazione (le analisi preliminari
alla bonifica dei siti inquinati di rilevanza nazionale, come prevede la
normativa): le analisi infatti sono state affidate all’impresa inglese.
Inoltre la procedura di valutazione di impatto ambientale è stata realizzata
senza contestualizzare l’impianto e la relativa movimentazione di sostanze
nell’attuale e futuro traffico di merci del porto di Brindisi.
A
quanto risulta, è stata richiesta l’esclusione di colmate e pontile, opere
connesse all’impianto di rigassificazione, dalla procedura di valutazione di
impatto ambientale, con l’argomentazione che le due opere sarebbero, secondo
quanto affermato dalla British Gas, già contenute nel Piano Regolatore Portuale
del 1975, attualmente in vigore. Non è vero che il pontile sia previsto dal
Piano e per quel che riguarda la colmata (interramento di tratto di mare) pur
prevista nel Piano del ’75, c’è una sentenza in merito ad un caso analogo
relativo ad un’opera pianificata, ma non realizzata, prima dell’entrata in
vigore delle normativa di valutazione di impatto ambientale, che rende tuttavia
obbligatoria la procedura. La richiesta di esclusione dalla Via è dunque
inopportuna e pericolosa.
Abbiamo appreso nei giorni scorsi che l’Autorità Portuale, sua sponte, ha chiesto un parere intorno al progetto “definitivo” presentato da British gas, alla Terza Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che con voto 132/9-6-2004 ha di fatto affermato che il progetto in questione è da considerarsi preliminare, anche se ben documentato, ma non definitivo. Ciò significa che ancora abbiamo gli strumenti per impedire la realizzazione di questo impianto.