Il Natale è la festa cristiana che ricorda la
nascita di Gesù Cristo e si instaura nella
preesistente tradizione popolare di quei tempi. La data del Natale fu
stabilita nel 337 d.C. da papa Giulio in Occidente dove si festeggiava
il 25 dicembre, mentre i cristiani d'oriente lo festeggiavano il 6
gennaio (Teofania o festa dei lumi). In effetti la nascita di Gesù
Cristo non riporta una data precisa, perfino l'anno è incerto e datato
presumibilmente tra il 10 e il 4 a.C.
San Clemente Alessandrino riferisce che alcuni facevano cadere questa nascita nel giorno venticinquesimo del mese chiamato pachon dagli Egiziani, che corrisponde quasi al nostro maggio; altri al 24 o al 25 del mese pharmuthi, il nostro aprile. Ma al principio del III secolo si cominciò a celebrare la festa del Natale sotto il nome di Epifania, il sesto giorno del mese di gennaio, insieme all'adorazione dei Magi ed alla memoria del battesimo di Gesù. Questa fu l'usanza della Chiesa orientale almeno nei secoli III e IV. Per la Chiesa d'Occidente, invece, Cassiano racconta che al suo tempo, cioè al principio del V secolo, si celebravano separatamente i due ministeri in due diversi giorni. Infatti la festa di Natale è segnata, per la Chiesa di Roma in particolare, al 25 dicembre nell'antico calendario che fu steso verso la metà del IV secolo. Quest'uso, poi, passò dalla Chiesa di Roma a quella d'Oriente. Ai primordi dell'istituzione del Natale, nello stesso periodo dell'anno, la tradizione popolare e soprattutto contadina festeggiava la fine di un ciclo stagionale e l'apertura di uno nuovo. C'era la festa del Fuoco e del Sole, la festa di Mitra, la divinità della luce, per la presenza del solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno, a partire dal quale le giornate cominciano ad allungarsi. Simbolicamente, possiamo dire che in questo giorno il sole muore per poi rinascere. Il Solstizio d'Inverno era festeggiato anche dai celti (i Galli) che abitavano le regioni del nord Europa, la pianura padana e parte delle Alpi. Nell'antica Roma dal 17 al 24 dicembre si festeggiavano i saturnali in onore di Saturno, il dio dell'agricoltura. Questa festa era contraddistinta da un periodo di pace in cui ci si scambiava dei doni, le divisioni sociali venivano messe da parte e ci si lasciava andare a sontuosi banchetti. Durante questo periodo di festa era lecito ciò che normalmente era illecito: lo schiavo poteva prendersi gioco del padrone e perfino il gioco d'azzardo era permesso. Durante i saturnali i servi venivano serviti dai padroni: la sostanza nobile e quella volgare si mescolano e non si distinguono, anzi, sembra quasi che la sostanza volgare tenda a prevalere. Si festeggiava il ritorno dell'Età dell'Oro, periodo in cui aveva regnato Saturno, e dove la gente viveva felice, senza povertà né malattie, senza guerre e nella piena abbondanza dei frutti della terra. La statua di Saturno veniva liberata dalle fasciature che la celavano per il resto dell'anno e veniva esposta per tutto il periodo dei festeggiamenti. Si festeggiava nell'attesa che il dio tornasse per restare per sempre e cominciare una nuova età dell'oro. Ancora oggi la tradizione esoterica rispetta l'antico significato popolare dei Saturnali e, difatti, il Solstizio d'Estate è visto come un giorno speciale in cui è lecito chiedere l'impossibile, è propizia la realizzazione di un importante desiderio. Ovviamente il Solstizio d'Estate è strettamente legato al Solstizio d'Inverno in quanto a quest'ultimo è associata la morte e la rinascita (il seme deve morire a se stesso per produrre la pianta) mentre i frutti saranno evidenti solo al Solstizio d'Estate. Nel 274 d.C. l'imperatore Aureliano decise che il 25 dicembre, poco dopo il solstizio, si sarebbe festeggiato il Sole , o meglio, la Vittoria del Sole (Dies Natalis Solis Invicti), una festa di antichissime origini egiziane. Il motivo per cui la festa del Sole si celebrasse in inverno anziché in estate, come sembrerebbe più logico, è da ritrovarsi nel senso esoterico dell'avvenimento: il 25 dicembre è pochi giorni dopo il solstizio d'inverno, cioè quando le giornate già cominciano ad allungarsi, cosa che, in altri termini, può essere vista come la vittoria della luce sulle tenebre, del bianco sul nero, l'inizio della purificazione che l'essenza divina opera sulla materia. Nei paesi dell'Europa settentrionale il Natale è la festa dei bambini perché il Bambin Gesù si è fatto Salvatore del mondo. L'usanza dell'albero di Natale, un abete o un pino, addobbato con stelle lucenti, palle, omini di cioccolato, frutti e confetti è proprio di questi paesi. Si racconta di un uomo che, rientrando a casa la notte di Natale, vide il meraviglioso spettacolo delle stelle che brillavano attraverso i rami di un abete. Per spiegare alla moglie ciò che aveva visto, tagliò un piccolo abete e lo ornò di candeline accese. Nacque cosi il primo albero di Natale. Questa usanza, che si concretizza l'8 dicembre, si è poi diffusa anche in Italia dove, soprattutto nel meridione, si era soliti fare solo il Presepio.
Circa 250 anni dalla morte di Gesù Cristo, tra il 243 e il 366, una notte in pieno inverno, si diffuse nell'antica Roma degli imperatori, l'usanza di scambiarsi le Strenae per festeggiare il dies natalis : gli auguri di buona salute per festeggiare il Santo Natale. Ben presto agli auguri si aggiunsero in dono cesti riccamente adornati di frutta e dolci prima, e doni di ogni tipo poi, per unificare i buoni auspici di prosperità nella nascita di Cristo e nell'ascesa al trono dell'imperatore. Ma era un semplice scambio di doni… solo nel 1800 nacque la figura di un vecchio con la barba bianca, che la notte di natale portava in dono ai bambini i giocattoli costruiti nel suo laboratorio in Lapponia, al polo nord, da elfi laboriosi. Viaggiava su una slitta trainata da renne volanti e depositava i doni nelle case passando per il caminetto. Un personaggio molto simile a Babbo Natale è realmente esistito. Di lui si narrano diverse leggende. Ad esempio, è molto famosa la leggenda delle tre giovani poverelle che perfino Dante riporta nel Purgatorio (XX, 31-33): C'era una volta un nobiluomo che viveva in un vecchio castello. Caduto in disgrazia, passava le sue giornate pregando per ricevere un aiuto per sposare le sue tre figlie. Il loro destino sembrava davvero segnato, vendere il proprio corpo era l'unica cosa che rimaneva loro per continuare a vivere. Un vecchio con una lunga barba bianca di nome Nicola, che abitava poco distante dal castello, insieme addolorato dal pianto dell'uomo e commosso dalle sue insistenti preghiere, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive da una finestra del castello lasciata aperta, i tre sacchi di monete che servivano per la dote delle tre giovani donzelle. Per le prime due notti tutto andò liscio, ma la terza, inspiegabilmente, la finestra fu chiusa. In realtà fu il padre delle tre giovani donne a chiuderla perché voleva conoscere il volto del suo benefattore. Nicola non si dette per vinto! Riuscì comunque a far entrare nel castello il terzo sacco di monete calandolo giù attraverso il camino dopo che si fu arrampicato sul tetto del castello! L'oro, cadendo si infilò nelle calze delle tre ragazze appese ad asciugare vicino al camino. E nel castello esplose la gioia. È da questo episodio che si è diffusa la tradizione di appendere le calze la notte di Natale per ritrovarle il giorno dopo colme di doni. Ma questa è solo una delle versioni di questa storia. Altre versioni dicono che al terzo tentativo di gettare le monete nel castello, Nicola fu raggiunto dal nobile decaduto che voleva riconoscerlo, ma riuscì a strappargli la promessa che egli non avrebbe rivelato la sua identità. Un'altra versione (tradizione sinaitica) racconta che le fanciulle fossero due, mentre nella tradizione etiopica erano quattro. Comunque sia, tutte queste versioni non fanno altro che confermare l'aiuto che Nicola effettivamente donò alle fanciulle. Altre leggende dicono di questo stesso Nicola, che cavalcava un mansueto asinello (la bourrique) per il trasporto dei doni, e che aiutasse le famiglie più povere donando loro del cibo calandoglielo anonimamente attraverso i camini delle case o attraverso le finestre. Per calarsi attraverso i camini e non imbrattare di fuliggine la sottana bianca, Nicola si serviva di uno spazzacamino (pùre Fouettard), un diavoletto minaccioso ma innocuo che, armato di un fascio di verghette, “batteva” il fondoschiena dei più discoli, figura che non ha soltanto valore pedagogico, ma sottintende il rito ancestrale del rinnovo della fertilità del germoglio, dopo l'inverno, la stagione dei morti! Frutta e pan di spezie (noci, arance, mele, pains d'èpices e d'anis, Lebkuchen - dal latino libum - focaccia votiva) servono appunto ad esorcizzare con la loro abbondanza la stagione delle privazioni. Nicola (Hagios Nikolaos, in greco) nacque a Patara, città portuale della Lycia, nella penisola meridionale dell'Asia Minore (oggi Turchia), nel IV secolo d.C.. Orfano di una famiglia ricca (i suoi genitori morirono di peste molto presto), dopo essere stato educato da prete in un monastero, divenne vescovo di Myra (o Mira), in Lycia (Licia). Uscito dal monastero, donò tutte le sue ricchezze ai poveri e dedicò la sua vita ad aiutare il prossimo. Di lui non ci è pervenuto alcuno scritto e tutto ciò che si narra della sua vita è tramandato tramite leggende e scritti di altri autori. Si narra che fosse in grado di fare miracoli e che portasse sempre in salvo le imbarcazioni che si trovavano in balia delle tempeste. Anche il modo in cui Egli divenne Vescovo, ha il sapore dei miracoli: «Il Signore apparve ad uno dei vescovi dei dintorni confluiti a Mira e gli disse di proclamare vescovo della città colui che per primo all'alba si fosse presentato in chiesa a pregare». Quando morì le sue spoglie vennero deposte a Myra. Nel 1087 un gruppo di cavalieri italiani, travestiti da mercanti (qualcun altro parla di 62 marinai al seguito di un ristretto gruppo di sacerdoti), trafugarono le sue spoglie e le trasportarono a Bari dove sono tutt'ora conservate e di cui divenne il santo protettore. Oggi San Nicola è anche il santo protettore della Russia, di Mosca, della Grecia, dei bambini, dei marinai, dei prigionieri, dei panettieri, di chi presta i soldi e dei negozianti. La presenza delle reliquie del Santo a Bari permise a questa città di svolgere l'importante ruolo di ponte tra Oriente ed Occidente, tra chiesa ortodossa e chiesa cristiana, tra il mondo trascendente occidentale, il mondo del Demiurgo, e quello immanente orientale, data la venerazione che di Lui se ne ha in entrambe le civiltà, anche se le due chiese ancora oggi entrano in contrasto e la rivendicazione delle spoglie sembra a volte esserne addirittura un motivo. I moventi del furto delle spoglie sono da ricercare nelle motivazioni storiche: conquistata dai Normanni nel 1071, la città di Bari perse molta della sua importanza commerciale. Importanza commerciale e politica che si ideò di rimpiazzare con quella religiosa: la presenza in città delle reliquie di un Santo avrebbe sicuramente provocato l'afflusso in città di viaggiatori e pellegrini, e San Nicola era un Santo conosciuto e venerato a Bari fin da prima dell'anno mille. Altre leggende dicono di San Nicola che egli sarebbe stato in possesso del Sacro Graal , la coppa dell'ultima cena dove fu raccolto il sangue di Cristo, che aveva la capacità di “produrre in abbondanza” cose da regalare (dispensatore d'abbondanza). E quindi, la causa del trafugamento delle sue spoglie probabilmente fu legata anche al Santo Graal, che si diceva trovarsi nella mitica città di Sarraz (luogo attualmente impossibile da collocare geograficamente e storicamente), per volere di papa Gregorio VII: sicuramente egli era in cerca del Sacro Simbolo (la cui storia s'intreccia anche con Castel del Monte nelle nostre terre, in cui si dice sia stato custodito), ma non voleva certo pubblicizzare la cosa in quanto il Graal era un simbolo pagano o comunque di una religione ancor più universale di quella cattolica. Legato al Graal era la proprietà di infondere forza agli eserciti crociati che partivano per combattere gli infedeli e non sarà un caso, difatti, che la prima crociata fu organizzata proprio a Bari da papa Urbano II! Ma relative al Graal ci sono anche altre leggende: esso potrebbe essere sia un oggetto materiale che immateriale, simbolo di un'antica religione che usava la “coppa” Come metafora del “ventre materno” della dea Terra e, successivamente, della Vergine Maria. Tale simbologia è anche legata alla lancia di Lug, che potremmo paragonare a quella di Longino, di cui, proprio a San Nicola, v'è una copia. Infatti la coppa e la spada si unirebbero nel ricordo di quel culto unico, il culto della madre Terra, l'elemento femminile, e del Sole, l'elemento maschile, appunto rappresentato in questa simbologia dalla spada, e macroscopicamente, tra le civiltà megalitiche, con l'erezione del menhir , la “roccia” conficcata nel ventre materno della terra bruna. La ricerca del Graal sarebbe così sia ricerca dell'oggetto materiale, ma anche ricerca o riscoperta di questo antico culto da esso simboleggiato. Il recupero delle spoglie giustificò comunque la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari: sull'archivolto del portale della basilica (la Porta del Leoni) si trovano le immagini di Re Artù (Rex Arturius), il cui mito è strettamente legato alla spada nella roccia e al Graal, insieme ad un'indicazione stilizzata del nascondiglio. Rispetto all'etimologia del nome Artù, p er alcuni studiosi, il sovrano sarebbe un personaggio ispirato a Cu Chulainn, il protagonista di poemi epici irlandesi e il nome potrebbe derivare dal latino Artorius, un “Comes Britanniarum”, ovvero un rappresentante locale dell'Impero Romano e quindi, più che un nome reale, rappresenterebbe un titolo. Nel 600 nel poema epico Gododdin, si narra di un guerriero che “fornì cibo ai corvi presenti sui bastioni senza essere un Artù”. Che significa questa frase? Esisteva più di un Artù? Se così fosse, ciò giustificherebbe alcune contraddizioni temporali che caratterizzano il re celtico. Difatti, si potrebbe pensare che il termine Artù, nato da un primo mitico re, fosse un titolo che veniva preso da tutti i suoi successori, un po' come il titolo di Cesare per i romani. Questo giustificherebbe le varie discrepanze di tempo che vi sono su tale figura, anzi, poiché Re Artù venne legato alla mitica impresa di recupero del Graal, un'intrigante idea potrebbe essere che tutti quelli che erano designati a tale missione prendessero tale titolo. Così nasce una affascinante idea: nel 1087 un drappello di 62 cavalieri, guidati da un Artù, si mettono in viaggio da Bari verso la mitica Sarraz per recuperare le ossa del Santo Custode del Graal, e la cui impresa memorabile fu per sempre immortalata in un archivolto della stessa basilica costruita per ospitare le ossa del Santo. Dopo la morte di San Nicola, dalla sua urna si dice che avesse preso a scaturire un liquido straordinario, il myron, in rapporto con le essenze profumate diffuse nel territorio mirese, da cui la stessa città prendeva il nome. Si dice che ancor oggi la tomba di San Nicola continui ad emanare quel liquido chiamato manna che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male. Ma San Nicola non era ancora Babbo Natale. La storia, si sa, è piena di sorprese… e difatti, nel XVI secolo, durante la Riforma Protestante, quando i Santi non erano più in voga, qualche altro personaggio doveva prendere il posto di San Nicola per distribuire i doni ai bambini. In Inghilterra un vecchio allegro personaggio molto gradito ai bambini, noto come Father Christmas (Babbo Natale), ne prese il posto. Anche la Francia aveva il suo Babbo Natale ( Pere Noel ), mentre la Germania affidava i doni per i bambini al buon Gesù (Gesù Bambino). Gli Stati Uniti avevano pure il loro Kris Kringle ed anche in Russia Nonno Gelo portava i doni ai bambini vestito di blu. Nonostante i colori diversi di cui questo signore si vestiva nelle diverse tradizioni popolari, rimaneva in comune la sua lunga barba bianca e il suo portare i doni ai bambini. Perfino in Mongolia è riconoscibile una figura di Babbo Natale: Tsagan Ebughen tngr (dio vecchio uomo bianco), patrono del bestiame e della fertilità, che poi entrerà anche a far parte delle classiche divinità buddiste presenti nelle danze rituali Tzam (cham in Tibetano). Questa figura di vecchio saggio, data la sua diffusione praticamente planetaria, può essere letta in chiave junghiana quale “archetipo”. Ma la storia di Babbo Natale non finisce qui. Gli olandesi, fedeli alla tradizione, quando partirono in direzione dell'America per fondare la città di New Amsterdam (l'attuale New York), portarono con sé in America il proprio Sinter Klaas che in inglese divenne Santa Claus , ovvero ancora lui, il vescovo San Nicola. Infatti, a proteggere i marinai che salparono verso il Nuovo Continente, sulla prua di una nave c'era proprio l'immagine del Santo con in bocca una lunga pipa olandese... La sua popolarità si allargò a macchia d'olio e gli scrittori e gli artisti trasformarono il suo manto e la mitra nella barba bianca, un mantello verde e un cappuccio. La figura del Sant'uomo piacque anche ai coloni inglesi e nel 1809 lo scrittore Washington Irving pubblicò un libro, “Una storia di New York”, in cui parlava di “ Sancte Claus ”, un vescovo in miniatura che la notte di Natale cavalcava nei cieli, su un cavallo bianco, per portare i suoi doni ai bambini. Quindi Santa Claus veniva rappresentato piuttosto come uno gnometto impellicciato o come un vecchio di normale statura - ora grasso ora magro - vestito di diversi colori. Fu solo all'inizio degli anni ‘30 che la Coca Cola, alla ricerca di un'iniziativa pubblicitaria per i suoi prodotti nel periodo invernale , assunse un celebre illustratore, Haddon Sundblom: fu lui a creare il primo disegno del moderno Babbo Natale, vestendolo con un mantello rosso bordato di bianco (la scelta dei colori non è casuale), stivaloni e cintura di cuoio nero, e facendone il grasso e gioioso vecchietto che noi tutti conosciamo. Non si sa invece, come il cavallo bianco di S. Nicola si sia trasformato in una slitta trainata da renne volanti (in Svezia sono caprioli). Gli unici indizi sono gli scritti di altri due scrittori americani: William Gilley nel 1921 pubblicò un poemetto in cui “ Santeclaus ”, vestito di pellicce, guidava una slitta trainata da una renna, mentre Clement Clarke Moore, nel 1923, scrisse un componimento in cui, “la notte prima di Natale...”, un piccolo, vecchio uomo sfrecciava per i cieli su una minuscola slitta trainata da otto renne (alle quali diede un nome ciascuna) ed entrava nelle case attraverso il camino per colmare le calze di giocattoli… Babbo Natale è diventato americano! Con il tempo il Babbo Natale inglese cominciò ad assomigliare sempre di più al Santa Claus americano ed ora sono praticamente lo stesso personaggio. Ma qualcuno ancora crede che Babbo Natale esista e, difatti, negli Stati Uniti è nata la Institute of Scientific Santaclausism, un'associazione che sostiene l'esistenza di Babbo Natale e ne ricerca le prove. Altra figura dispensatrice di doni in questo periodo di festa, è la vecchia signora che il sei gennaio “tutte le feste porta via” a chiusura di un ciclo che potremmo definire propiziatorio. Il giorno dopo si iniziano a spegnere le luci, a disfare gli addobbi e ci si prepara al Carnevale e alla festa di San Valentino. Sembra che con la tradizione cristiana la Befana non c'entri proprio niente, ma il costume popolare ha creato una leggenda che in qualche modo la rende protagonista di questa festa religiosa. L'Epifania (detta anche la Festa dei Re o la Pasquetta ) nacque nella regione orientale per commemorare il battesimo di Gesù , e fu presto introdotta in occidente dove assunse contenuti religiosi in parte diversi, come la celebrazione delle nozze di Cana e il ricordo dell'offerta dei doni dei Magi nella grotta di Betlemme; e difatti la figura della Befana viene strettamente legata dalla tradizione ai Re Magi che, guidati da una stella, arrivarono dall'oriente per rendere omaggio a Gesù appena nato a Betlemme, donandogli oro, incenso e mirra. Nella leggenda i Re Magi erano tre: Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Epifania, ultimo dei dodici giorni santi dell'anno, dal greco assume il significato di “manifestazione di Dio”. È interessante notare che dal punto di vista storico l'Epifania era celebrata come facente parte del periodo natalizio, infatti non la si considerava una festa a parte fino all'anno 813. Dal punto di vista esoterico indica il momento in cui possiamo estrarre l'essenza spirituale delle lezioni apprese durante i dodici giorni precedenti, ed è il momento propizio per amalgamare i doni spirituali ricevuti. La figura della Befana è mitologica e a quanto pare i suoi natali sono precedenti al suo corrispondente maschile, Babbo Natale. Laddove però quest'ultimo sembra premiare tutti con i suoi doni, la Befana fa una distinzione tra bambini buoni e bambini cattivi. Le motivazioni sono da ricercare nella leggenda che ha creato questo personaggio. I Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambin Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme perché là era nato il Salvatore. A questo punto la leggenda prende due diverse direzioni: qualcuno dice che la vecchia non seppe dar loro indicazioni, non capendo cosa essi stessero cercando, qualcun altro dice che ella indicò loro la strada ma non volle seguirli nonostante le loro insistenze perché aveva molto lavoro da sbrigare. Comunque sia, ella non li seguì. Ma dopo che i tre re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di seguirli. Purtroppo però non riuscì a ritrovarli e quindi fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino. E così ogni anno, la sera dell'Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c'è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo. Ma… non dimentichiamoci dei Re Magi ! Anch'essi, rispondendo ad una profezia di Zarathustra, portavano dei doni… Chi erano in realtà costoro? Il nome magi deriva da maga che significa dono ; colui che partecipa del maga acquisisce un potere magico e una conoscenza fuori del comune. Lo stato di maga veniva inteso come un livello di coscienza superiore in cui diventava possibile contattare gli esseri superiori che presiedono il fuoco, l'acqua, la terra, la vita animale, minerale e vegetale. Dal VI secolo a.C. fino al VII secolo d.C., ed anche dopo tale data, il peso dei Magi sulla vita politica, sociale e religiosa dell'area iranica e su alcune regioni adiacenti, fu certamente notevole. I Magi erano dei profondi conoscitori dell'astrologia e dell'astronomia di origine caldea. Conoscevano la scienza dell'interpretazione dei sogni ed erano in grado di entrare in sintonia con le vibrazioni dell'universo, cogliendo così i segreti celati della natura. Andando alla ricerca dei tre Re Magi del Vangelo, e frugando in alcuni scritti di origine greca, riscopriamo il profondo significato religioso dei loro nomi: • Balthasar significa “il Protetto dal Signore” • Melchior è “il Re della Luce” • Gaspar è “Colui che ha conquistato il Farr” Il dio Farr, considerato come principio igneo, il fuoco primordiale che sottende tutto l'universo dandogli forza, vita e forma era adorato a quei tempi. Una delle sue rappresentazioni simboliche era di una divinità che sorregge il fuoco in una mano e ha le spalle che sprigionano fiamme. Altrimenti veniva rappresentato con la testa alata ed il caduceo, attributi tipici di Hermes (Mercurio) che si può ricondurre a Ermete Trismegisto, riflesso del Dio egiziano Toth, fondatore della magia. Farr era perciò un dio assai potente, capace di sconfiggere le forze demoniache e quelle del disordine e del caos. Ma i Re Magi erano davvero esistiti? Marco Polo, al ritorno del suo viaggio nelle Indie, raccontò che nella città di Sawah ebbe modo di vedere le salme di tre sovrani sepolti uno accanto all'altro, in grandi e belle sepolture. I loro corpi apparivano integri tanto da conservare la barba e i capelli. Non solo la descrizione che di essi gli fu fatta corrispondeva a quanto scritto nei Vangeli, ma nel racconto fatto da Marco Polo compaiono dei fatti ancor più sorprendenti. Il primo ad entrare nella grotta di Betlemme fu Gaspar, il più giovane, che ebbe la netta impressione di trovarsi dinanzi ad un giovane della sua stessa età. Entrò quindi quello sulla mezza età e vide il bimbo come un uomo maturo. Entrò per ultimo il più vecchio che si trovò di fronte ad un anziano canuto. I Magi, scambiandosi le rispettive esperienze, rimasero alquanto sconcertati e decisero di entrare contemporaneamente. A questo punto poterono vedere il bimbo nella sua vera età di tredici giorni ed offrirgli i loro doni adorandolo. In risposta a questo gesto ricevettero un cofanetto contenente una pietra, con la quale il profeta intendeva incitarli a mantenere una fede solida e sicura. Essi, però, non capirono il significato occulto del dono ricevuto e gettarono la pietra in un pozzo. Scese allora dal cielo una fiamma inestinguibile che essi, sbalorditi e pentiti, raccolsero e custodirono in una chiesa. Ritroviamo pertanto il culto del fuoco: il dio Farr. Anche a noi è stato donato un cofanetto all'atto del battesimo; che fine ha fatto la bianca pietruzza simbolo di una fede ferma, salda ed incrollabile? Se l'abbiamo gettata nel pozzo, l'amore di Dio ha comunque acceso una fiammella nel nostro cuore. La fiamma inestinguibile dell'amore, che però molti lasciano languire per mancanza di nutrimento e non pensano che il Cristo interiore è costretto a languire con lei. La leggenda dice che il primo dei tre Magi avesse la pelle di colore giallo, il secondo di colore nero ed il terzo bianca, rappresentando così le tre razze che abbiamo sulla Terra: i Mongoli, i Neri e gli uomini Bianchi. Questo indica che, nel tempo, tutte le razze arriveranno a seguire la benefica religione di Cristo, ma non di quel Cristo morto più di 2000 anni fa, ma di quella figura che alberga dentro di noi… in altre parole, il nostro Maestro interiore. Il vangelo dell'infanzia armeno introduce interessanti relazioni tra i tre Re persiani: “In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d'oriente e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi. […] I comandanti del loro corteggio, investiti della suprema autorità, erano dodici. I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ciascun regno. Tutti venivano, per ordine di Dio, dalla terra dei Magi, dalle regioni d'Oriente, loro patria. Infatti, allorché l'angelo del Signore ebbe annunciato alla vergine Maria la notizia che la rendeva madre, come abbiamo già riferito, nello stesso istante essi furono avvertiti dallo Spirito Santo di andare ad adorare il neonato. Essi pertanto, messisi d'accordo, si riunirono in uno stesso luogo, e la stella, precedendoli, li guidava, con i loro seguiti […] Essi si accamparono nei pressi della città e vi rimasero tre giorni, coi rispettivi principi dei loro regni. Benché fossero fratelli, figli di uno stesso re, marciavano al loro seguito eserciti di lingua molto differente. Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell'incenso e altri profumi. Il terzo, il re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini”. La storia dei tre Re Magi è del tutto esoterica e così anche dei doni che ciascuno di essi depose davanti al bambino Gesù va ricercato il vero significato: Gaspar la mirra, Melchior l'incenso e Balthasar l'oro. L'oro simboleggia lo spirito, l'incenso il corpo e la mirra l'anima; l'uomo si dona al Cristo completamente: corpo, anima e spirito. L'oro, nelle varie simbologie, ha sempre rappresentato lo spirito. Gli stessi alchimisti, quando affermano di voler “cambiare il vil metallo in oro”, indicano semplicemente come intendano purificare il corpo fisico, raffinarlo ed estrarne l'essenza spirituale. Il colore giallo dell'oro, infatti, rappresenta la saggezza. Il secondo dono, la mirra, è l'estratto puro di una rara pianta aromatica che cresce in Arabia. Essa simboleggia l'anima, ovvero ciò che l'uomo “estrae” dalle sue esperienze, giorno dopo giorno. Donando la mirra si dona simbolicamente la propria anima purificata dai desideri e dalle passioni. Quando nell'uomo non vi sono più desideri egoistici né passioni, l'anima “profuma”, infatti, come un'essenza aromatica. È cosa nota che vi sono stati dei Santi, che emanavano un aroma, appunto chiamato “profumo di castità”. Il terzo dono, l'incenso, è una sostanza fisica molto leggera. Nei servizi religiosi in cui viene usato, si dice che le Entità Angeliche presenti se ne servano per crearsi un leggero abito per intervenire meglio nella cerimonia. In altre forme, seguendo altri significati, la mirra rappresenta il corpo fisico, significa: immortalità. E difatti veniva usata per imbalsamare i corpi e preservarli dalla decomposizione. L'incenso rappresenta invece il cuore e l'amore. A conclusione permane comunque il fatto che a Dio ci si dona completamente, corpo, mente e spirito. Anche nella rappresentazione della natività, che ogni anno riportiamo nelle vesti del presepe, tutto è simbolo: la stalla rappresenta la povertà, la difficoltà delle condizioni esteriori. Per l'uomo nel quale alberga lo spirito sarà sempre così. Giuseppe è l'intelletto: anziché essere geloso e ripudiare Maria si inchina a Dio accettandone la volontà. Il Bue rappresenta il principio generativo (è simbolo della fertilità e fecondità in Egitto), la forza sessuale. Infine l' asino raffigura la personalità, la natura inferiore dell'uomo. Il significato della presenza nella stalla del bue e dell'asinello è in realtà molto profondo: quando l'uomo comincia a compiere su di sé un lavoro per la sua evoluzione, entra in conflitto con la sua personalità e con la sua sensualità. L'Iniziato è difatti colui che è riuscito a dominare queste due energie e a metterle al suo servizio senza reprimerle. Infatti non è stato detto che quei due animali siano stati cacciati o soppressi; erano là, presenti, ma che cosa facevano? Soffiando sul Bambino Gesù lo scaldavano con il loro fiato. Quindi, quando l'Iniziato è riuscito a trasformare in lui l'asino e il bue e a metterli al suo servizio, essi riscaldano e alimentano lo Spirito del Cristo con il loro soffio vitale. Queste energie non sono più presenti per tormentarlo e per farlo soffrire, ma diventano energie vivificanti. Il soffio è vita, dunque il soffio dell'asino e del bue è una reminiscenza del soffio mediante il quale Dio ha dato l'anima al primo uomo. L'asino e il bue sono stati utili al Bambino Gesù; ciò significa che tutti coloro che hanno il Cristo in sé, saranno appoggiati dalla loro personalità e dalla loro sensualità, perché si tratta di energie straordinariamente utili se messe all'opera sotto il giusto controllo. Quella luce, quella stella che brillava sopra la stalla, la Stella Cometa, significa che da ogni Iniziato che possiede in sé il Cristo vivente, esce sempre una luce, una luce che rasserena, una luce che nutre, conforta, guarisce, purifica e vivifica... Un giorno quella luce verrà notata da lontano da coloro che percepiscono che qualcosa si manifesta tramite quell'essere. Ciò che si manifesta è, appunto, il Cristo e i potenti in tutti i campi verranno a lui. Anche i grandi capi religiosi che credevano di essere giunti al vertice, sentiranno che manca loro qualcosa, che non sono ancora giunti a quel grado di spiritualità che credevano, per cui vanno ad apprendere, a inchinarsi e a portare dei doni. Tra gli altri simboli del Natale ritroviamo, carichi di significato, il vischio e la Stella di Natale. Il vischio è un simbolo solstiziale molto diffuso in tutto il mondo. È una pianta parassita che vive sulla corteccia di alcuni alberi e non tocca terra; presso i popoli nordici veniva detta la “ scopa del fulmine ”, immaginando che il vischio nasca da un fulmine che colpisce un albero, quindi emanazione divina. Ed è proprio quale rappresentazione della scintilla divina che il vischio viene utilizzato anche ai giorni nostri. Al vischio vengono associate proprietà taumaturgiche e talismaniche (qualità che effettivamente non ha) proprio in quanto rappresentazione dell'essenza divina, ma il suo significato esoterico è strettamente legato all'Oro filosofale. Prima di Cristo, il vischio era considerato sotto il dominio della dea Treia o Venere, dea dell'amore, ed è rimasto questo ricordo nel fatto che ci si baci sotto il vischio. Rappresenta l'amore dell'umanità e il desiderio di stare vicini, sentimenti che vengono resi più intensi a Natale. Anche sulla stella di natale, pianta originaria del Messico, si narra una leggenda: a Città del Messico, viveva una povera bimba indiana di nome Ines. Mossa da sentimento d'amore, la sera della vigilia di Natale, come tutti i bambini, voleva portare un fiore al Bambin Gesù, ma purtroppo non aveva i soldi per comperarlo. Così, si aggirava per le vie della città finché decise di raccogliere alcuni rametti di un cespuglio visto per caso tra dei ruderi e di portarli in Chiesa. Dopo averli raccolti pensò di abbellire il mazzolino legandolo con l'unica cosa bella che possedeva, un fiocco rosso per capelli. Era ormai buio quando arrivò davanti alla Chiesa e, pensando di non trovarvi nessuno, portò questo suo “fiore” a Gesù. Ma, mentre metteva il mazzolino vicino alla statua, sentì delle esclamazioni stupite provenire dalle sue spalle e, voltandosi, vide un gruppo di persone che le chiesero dove avesse trovato un fiore così bello. Guardando incredula il suo fiore, vide che le foglie verdi del cespuglio si erano colorate di rosso e le bacche color oro al centro avevano preso la forma di un cuore. Timidamente posò il suo dono accanto al Bambin Gesù e tornò a casa felice e sicura che il suo fiore gli fosse piaciuto, perché lo aveva trasformato nel fiore più bello del Messico: la Stella di Natale. |