TESTIMONI   -    Gennaio 2004   -    il bollettino parrocchiale è ora "on-line"




  parroco
(Don Luigi Libertini)



















 





































































 






































 





































































 
  


A SERVIZIO DEL REGNO DI DIO

    Carissimi,
attraverso queste pagine desidero far giungere a tutti e a ciascuno di voi l'augurio sincero di buon cammino per questo nuovo anno che si apre. La nostra comunità è chiamata a vivere pienamente, nel tempo e nella storia, il suo essere testimone coraggiosa e fedele del Signore che viene. A tutti è richiesto di mettere, umilmente, a disposizione dell'esigenze del Regno di Dio le proprie ricchezze e le proprie povertà, lasciandosi cambiare e trasformare in profondità dalla forza travolgente dello Spirito. Solo così saremo capaci di accoglienza reciproca e nei confronti di quanti incontreremo nella nostra vita quotidiana, senza paure, reticenze e pregiudizi, ma con la libertà che Cristo ci ha guadagnato con il sacrificio della Croce

     Buon anno a tutti!

                                                                                                                     Don Luigi Libertini

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CARITAS

"SUL PASSO DEGLI ULTIMI …" (Lc 10, 29-38)

Nel nostro peregrinare da cristiani, quando camminiamo sulle strade della fede. Sia come singoli che come comunità cristiana "ci imbattiamo" continuamente in tanta umanità sofferente che ci chiede in vari modi ai prestare loro soccorso, fornendo una risposta concreta alla propria esigente condizione di vita. Molto spesso però, pur animati da nobili intenti, noi non ci soffermiamo a scoprire il volto di Cristo in tutte queste persone bisognose. che ci richiedono anzitutto di rivolgere loro uno "sguardo" d'amore. In verità, per noi, questo è spesso il momento del nostro dileguarci, del tirare dritto, del chiudere gli occhi e del turarci; il naso: siamo di fronte a persone che ostacolano la nostra marcia, che ci mostrano crudelmente soltanto i loro bisogni, le loro povertà, i loro difetti e magari le loro cattiverie. Il nostro "prossimo" sembra fare di tutto per renderci impossibile la pratica del comandamento dell'amore. In realtà ci succede che, avendo un'immagine prefabbricata e fasulla del povero e del prossimo, liquidiamo questi incontri come importune "scocciature" e passiamo oltre senza fermarci, constatando che "il disgraziato" non corrisponde affatto al nostro astratto modello evangelico di persona povera. L'Evangelista Luca ha affrontato questa spinosa guestione nella famosa parabola del "Buon Samaritano" che, sulla sua strada, imbattutosi in un moribondo malmenato dai briganti, "lo vide", "gli si accostò" e "si caricò" di tutte le sue sofferenze. Lu ca ha voluto farci capire innanzitutto che un buon cristiano non sì deve tanto domandare chi è "il prossimo da amare" quanto invece cercare egli stesso di "farsi prossimo" a tutte le persone che incontra, accostandosi soprattutto a quelle che "vediamo" sofferenti. Per mettere in pratica questo insegnamento noi cristiani dobbiamo quindi ricercare il giusto gesto, quello del Samaritano, quello cioè che ci sprona ad annullare le distanze con gli altri, diventando noi "le persone prossime" nei confronti dei più poveri e degli ultimi più emarginai!. Un secondo passo, sulla via dell'Amore, lo compiamo "lasciandoci coinvolgere come singoli prima e poi come comunità cristiana: bisogna avere compassione, compatire, o meglio soffrire insieme, accanto alle persone che accostiamo. Qui è bandito il ricorso alla "delega": spesse volte infatti noi, anche dentro la parrocchia, deleghiamo gli affari di solidarietà e di amore ad un gruppo di persone caritatevoli ( vedi Caritas), pensando di far sbrigare loro certi scomodi impegni o precetti religiosi. Deleghiamo infatti le dovute opere di misericordia per evitare la scomodità di certi umili servizi, che richiedono di spendere "in prima persona" tempo libero e ; sonante. Per un cristiano invece l'avere compassione, il fare assistenza, significa sempre "vedere" ed avvicinare le persone che soffrono: ciò esige che il cristiano si lasci coinvolgere dalla loro misera condizione, guardando la vita dal loro angusto angolo prospettico. Il cristiano, insomma con tutta la comunità, deve cercare di camminare "insieme ….. sul passo degli ultimi". Ogni parrocchiano non può passare oltre per paura di sporcarsi le mani; nessuno può e deve tirare dritto, ognuno anzi deve lasciarsi coinvolgere nel cercare e nello scoprire, sotto le sembianze del povero, il volto "nascosto" di Cristo stesso. Bisogna, in questo, rallentare il passo, camminando al fianco degli ultimi della scala sociale. Il pericolo da evitare, nel fare la carità, è quello di ritenere i poveri come "oggetti" ed "inerti destinatari" del frenetico agire delle nostre strutture assistenziali: è necessario in ciò rendere costoro protagonisti" del loro riscatto umano e sociale. Tutto questo significa vivere da cristiani,. come il Samaritano dell'ora giusta, tempista e compassionevole soccorritore di persone in difficoltà. Oltre l'assistenza c'è però anche una "carità politica" da praticare: tutti dobbiamo stimolare le pubbliche istituzioni, collaborando con loro e magari precedendole sul percorso di nuove strade di carità sociale. E' questo il sentiero che ci porta ad essere profetici annunciatori di ingiustizie sociali, ad educare tutti alla condivisione, predicando la rottura di ogni mentalità individualistica. Il rischio di questo cristiano "agire politico" è quello di non voler pagare alcun prezzo, il voler amare "senza perdere tempo e danaro". Il rischio è quello di un impegno sociale e politico finalizzato al proprio tornaconto (del singolo e magari della stessa parrocchia!), strumentalizzando perfino le sofferenze delle persone, ritenendole una buona occasione per gestire i bisogni a scopo di potere. Invece "il prezzo più salato" da pagare, per un cristiano ed una comunità in cammino sulla via di Gerico, è fortunatamente quello della Croce. "La Croce, inesorabilmente cade sulle spalle di coloro che intendono battersi per la giustizia, la solidarietà, la pace (Gaudium et Spes, n° 37). Andiamo e facciamo anche noi così! Con Amore e con Speranza cristiana.

                                                                                                                     Carlo L. Abbenda

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L'ESEMPLARITA' DI MARIA

Maria significa ritrovare il valore portante della vita cristiana. Maria è la donna che attende fondandosi unicamente sulla fedeltà di Dio. Attende, nella fedeltà di Dio, nient'altro che ciò che Egli vuole. È la donna piena di attesa perché senza attese: è pienamente povera e docile davanti a Dio, non si attende nulla nell'ordine meramente storico. La vera azione di attesa dello Spirito è crare il vuoto in Maria perché ella sia riempita della libertà di Dio. Quest'aspetto della spiritualità della Madonna è, a livello interiore, di tale ricchezza che, se anche solo ne avvertissimo alcune sfaccettature, godremmo di non attendere nulla e di non attenderci niente. Infatti una delle più pesanti schiavitù è costituita dalle nostre attese che ci fanno sprecare molte energie e corrodono la nostra vita. Il motivo di nostre tante resistenze o di tante problematiche interiori sta nel fatto che non siamo uomini di pura attesa, non lasciamo che Dio attenda in noi e preferiamo i nostri poveri progetti ai capolavori di Dio. Maria è, invece, donna dello Spirito: in lei Dio sta attendendo Dio. Nell'espressione di Maria "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38) è celebrata la condizione di accoglienza da parte di Maria che nella sua povertà ricca d'attesa è pienamente disponibile a Dio: in lei l'Evento della sua salvezza ha il suo grande inizio. Chi veramente vive nell'attesa, gusta la divina fedeltà nell'esultanza dell'accoglienza: il Magnificat. Maria, vivendo la condizione dell'essere tutta attesa e tutta accoglienza, non teme di regalare al Padre il dono ricevuto: ecco la Croce. Il Padre le ha donato il figlio ed ella, nello Spirito, lo rende al Padre con animo ricco di oblatività ad imitazione del Cristo. Ciò che conta per Mara e che dovrebbe contare per ogni uomo è che Dio sia libero di agire nella sua vita e che il suo atteggiamento quotidiano sia quello di restituire in rendimento di grazie tutto ciò che è e che ha al Datore di ogni dono. Grazie agli atteggiamenti di attesa, accoglienza e dono, Maria nel cenacolo può adorare il suo Gesù Risorto. L'adorazione nasce dai primi tre atteggiamenti. Forse noi non sappiamo pienamente adorare perché non abbiamo l'esultanza dell'attendere, la fede nell'accogliere la liberta nel donare. Maria è la donna del silenzio, la donna dello Spirito, la donna della lode. La sua esemplarità e la sua comunione ci educano a diventare uomini spirituali, liberi da tutto e da tutti per essere solo attesa, accoglienza di Dio, donazione nascosta e discreta che genera comunione per la gioia di annunciare anche agli altri ciò che Dio ci ha fatto, in perenne atteggiamento di adorazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, unico significato della vita. Guardando a Maria possiamo chiaramente comprende; che anche nella nostra povertà Dio fa cose grandi e che ognuno di noi può, in modo autentico, dare compimento alle meraviglie che per noi Dio ha riservato, secondo il suo ineffabile piano d'amore.

                                                                                                                     Virgilio Di Giorgi

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"IL DIRITTO INTERNAZIONALE, UNA VIA PER LA PACE"

"Il diritto internazionale, una via per la pace": è questo il tema scelto per la prossima Giornata Mondiale della Pace che si celebra il 1° gennaio 2004. Il tema vuole sottolineare l'importanza del diritto quale garanzia di relazioni internazionali orientate a promuovere la pace tra le nazioni. La recente guerra in Iraq, infatti, ha manifestato tutta la fragilità del diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda il funzionamento delle Nazioni Unite. Il tema muove da una convinzione di Giovanni Paolo II, secondo cui, il diritto internazionale è stato per molto tempo un diritto della guerra e della pace. Credo che esso sia sempre più chiamato a diventare esclusivamente un diritto della pace concepito in funzione della giustizia e della solidarietà. I principi che ispirano tale convinzione sono gli stessi che animano l'impegno della Chiesa in favore della pace: l'uguaglianza in dignità e di ogni comunità umana, l'unità della famiglia umana, il primato del diritto sulla forza. L'umanità si trova davanti a una sfida cruciale: se non riuscirà a dotarsi di istituzioni realmente efficaci per scongiurare il flagello della guerra, il rischio è che il diritto della forza prevalga sulla forza del diritto. Come ha affermato il Concilio Vaticano II, la pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita opera di giustizia. A livello mondiale, il diritto internazionale è chiamato a essere strumento di una giustizia capace di produrre frutti di pace. Il diritto ha dunque il compito di regolare armoniosamente la realtà internazionale, oggi caratterizzata non più solo da soggetti di natura statuale, affinchè si prevengano i conflitti senza ricorrere alle armi, ma tramite meccanismi e strutture in grado di assicurare la giustizia, rimuovendo le cause di potenziali scontri. Il mondo attuale ha più che mai bisogno di vivere in un rinnovato e autentico spirito di legittimità internazionale: la prossima Giornata Mondiale della Pace intende offrire il contributo della Chiesa in tale prospettiva. Come Cristiani siamo chiamati ad essere "Sentinelle della Pace": è questo il distintivo che ci deve caratterizzare ; è questo l'impegno che ci è chiesto di assumere; è questa la responsabilità che ci viene affidata di cui dobbiamo rendere conto; è questo il contributo che ciascuno di noi può offrire alla causa della pace, animato dalla speranza che la pace dipende anche da noi, da ciascuno di noi, e non solo dai responsabili dei popoli e delle nazioni. Siamo, dunque, tutti chiamati ad essere "sentinelle della pace". Come tale, la sentinella rimane sempre desta, vigile, attenta a scrutare l'orizzonte e a cogliere immediatamente ogni segnale per mettere in guardia di fronte ai pericoli e per prendere, in tempo reale, le decisioni necessarie. In ordine alla salvaguardia del grande bene della pace, il suo compito come dice il Papa, consiste appunto nel "vigilare, affinchè le coscienze non cedano alla tentazione dell'egoismo, della menzogna e della violenza". Siamo così rimandati, ancora una volta alla grande realtà della coscienza. La parola della responsabilità passa attraverso la coscienza, non può passare che attraverso la coscienza! E per la verità non c'è un rimando superiore a quello della coscienza, perché è quanto di più decisivo e di più fondamentale possa esistere. Con tale rimando raggiungiamo il cuore di ogni persona, ciò che essa ha di più sacro e che, nello stesso tempo, determina ogni sua scelta e ogni sua azione e in tal modo, concorre a configurare nella concretezza la convivenza sociale. La coscienza è una realtà "universale, che riguarda tutti e tutti interpella". Nello stesso tempo è una realtà personale "personale", personalissima, perché chiama in causa ciascuno di noi singolarmente e nella sua unicità e irripetibilità. Essa è pura e inscindibile, una realtà "etica", in quanto attiene ai valori e li indica. L'ascolto della voce della coscienza è la premessa e la garanzia per edificare una pace giusta e duratura, precisamente perchè la pace non può fondarsi che su quell'ordine voluto da Dio che la coscienza stessa, appunto, sa riconoscere come "imperativo categorico". Di conseguenza se vogliamo essere "sentinelle della pace", dobbiamo ascoltare e seguire la voce della coscienza. Ciò può avvenire secondo i due compiti, peraltro indisgiungibili, della coscienza: quello del discernimento e quello della decisione operosa. E' necessario che la nostra missione per la pace si concretizzi in un fondamentale "si alla pace"e "si alle condizioni della pace", che sono molteplici e non possono essere disgiunte tra di loro. Da questo punto di vista, la voce della coscienza ci ripete con insistenza che la realizzazione della pace comporta: - rispettare la verità - garantire la giustizia - vivere l'amore - assicurare la libertà - essere disponibili al perdono e alla riconciliazione - coltivare il dialogo - realizzare un disarmo comune e generale - sostenere gli organismi internazionali -.

                                                                                                               Antonio Luffarelli

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"SIGNORE INSEGNACI A PREGARE ….." (Lc 11, 1)

"Vieni o Giesù, vero sole dell'anime!
Io sono l'infelice schiavo
del peccato e delle passioni,
che giaccio sotto l'ombra della morte.
A che mi gioverà la tua venuta al mondo,
se con la tua grazia efficace
non sarò libero da questo carcere?
Ecco, aspetta il cuor mio,
la tua venuta né desidera altro tesoro.
Ma se non l'accenderai
con gli ardori del tuo divino amore,
so certo che non troverà mai alcun riposo.
Vieni, o Signore,
poiché tu sei la via,
la verità e la vita dell'anima;
vieni dunque a scioglierla da questi legami
co'l braccio della tua potenza!"

                                                                                           (S. Carlo da Sezze - Novena di Natale)

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SOCIETA'

ADOLESCENTI E DISAGIO

Il problema dell'educazione e della prevenzione, è rappresentato principalmente dall'adultità assente

Alcune recenti ricerche hanno evidenziato degli importanti fattori di rischio: il sistema dei valori, la debolezza dei sistemi relazionali significativi e la debolezza della formazione psicologica. In particolare, la debolezza dei sistemi relazionali significativi si ritrova nella famiglia con le sue fragilità educative, le difficoltà comunicative, l'incapacità di ascoltare e comprendere che spesso si sommano a debolezze sociali, economiche, culturali disoccupazione, basso livello di istruzione dei genitori, povertà, separazioni, conflitti familiari. Si ritrova nella scuola che accresce e non riduce le disuguaglianze sociali, che non riesce a proporsi come luogo di significato e di valore, che non riesce ad offrire elementi utili per dare speranza. Si ritrova anche nel gruppo dei pari che costituisce un inesplorato contesto relazionale importante per gli adolescenti, ma che presenta alcune situazioni in cui il singolo è sovrastato dalla forza e dalla pressione del gruppo e portato a comportamenti devianti. A queste debolezze dei sistemi relazioni, concorre spesso un ambiente urbano non a misura di adolescenti che genera anonimato, isolamento, violenza e conflitti, soprattutto laddove nel territorio non sono presenti opportunità di socializzazione. Inoltre, la carenza di lavoro per tutti gli adolescenti costituisce un'altra grande fonte di preoccupazione, forse troppo enfatizzata in alcuni contesti territoriali. La sensazione di non avere grandi possibilità, che trovare lavoro dipenda dalle relazioni dei genitori piuttosto che da altri fattori, genera frustrazione e senso di inutilità degli sforzi oggi richiesti agli adolescenti (soprattutto per quanto riguarda lo studio in vista di un lavoro adeguato e congruente con gli studi compiuti). D'altro canto anche alcuni elementi psicologici contribuiscono a delineare importanti fattori di rischio. Infatti, dai lavori di ricerca condotti sul disagio adolescenziale emergono due tipi di personalità più facilmente influenzabili: i giovani, soprattutto ragazze, con forte fragilità personale e adattamento critico alla realtà, che genera meccanismi psicologici che non consentono adeguate elaborazioni dei conflitti e modalità aggressive; i giovani con modalità aggressive nei confronti del mondo esterno che non favoriscono l'adattamento sociale. L'influenza di questi fattori negli adolescenti è fortemente legata a due variabili: le condizioni socioeconomiche e culturali della famiglia e l'esistenza di opportunità rivolte ad adolescenti e famiglie nel territorio. Per quanto riguarda il primo aspetto è evidente che condizioni di debolezza a livello sociale, economico, culturale costituiscono una base di partenza nella quale si colloca la fatica del crescere degli adolescenti e dei genitori. In situazioni di questo tipo i compiti di sviluppo rischiano di diventare quasi insormontabili. Se a ciò viene ad unirsi l'impossibilità di usufruire, nel territorio, di risorse di aggregazione, socializzazione, formazione, cultura ecc., sia per gli adolescenti che per i genitori, le difficoltà prima indicate acquistano ancor più problematicità. Il problema dell'educazione e della prevenzione, è rappresentato, quindi, principalmente dall'adultità assente, da questo diventare grandi e adulti senza consapevolezza e senza aiuto da parte di altri adulti.. Il tema dell'età adulta va reintrodotto nelle vicende educative riducendo i puerocentrismi o giovanilismi compiacenti. Il bambino o l'adolescente vanno provocati e interrogati rispetto all'adulto che potrebbero diventare. L'indebolimento dell'idea di adulto nella società contemporanea, il declino di normatività che essa ha sempre emblematizzato, il tramonto delle "magistralità'' non a caso si coniuga con la crisi, o per lo meno con una di esse, de1l'educazione. L'opacizzarsi di ogni esemplarità adulta ha corrisposto con lo sbiadirsi dei fini dell'educazione allo sviluppo di un accaparramento scomposto delle nuove generazioni, egocentrico, aggressivo di saperi sulla vita, attinti dai propri pari. Non era mai accaduto che le nuove generazioni apprendessero da sole, senza confronto e conflitto con quelle precedenti.

(2 - Seconda parte)

                                                                                                                     Vincenzo Lucarini

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 800x600  -   1/12/2003