In Navarra, nel
castello della famiglia Xavier (vedi foto a sinistra), il 7 aprile 1506 nasce il quinto e
ultimo figlio di Giovanni de Jassu e di Maria de Azpilcueta. Si chiama Francesco. Arrivato
a diciotto anni, è un giovanotto atletico, di forte temperamento e dotato di un certo
fascino. Ottiene buoni risultati nello studio e così la famiglia decide - pur con mille
sacrifici - di mandarlo a frequentare luniversità più autorevole del tempo, quella
di Parigi. Il giovane navarrino arriva nel 1525 a Parigi, che è un focolaio delle nuove
idee riformatrici e contestatrici. E si trova subito a gravitare attorno a tali ambienti.
In questi anni la Chiesa è al centro di un ciclone. Adriano VI, che fu papa mentre la
bomba protestante stava esplodendo e stava devastando la Chiesa, scrisse: "Noi
sappiamo bene che anche in questa Santa Sede, fino ad alcuni anni or sono, sono accadute
cose abbominevolissime". Le condizioni della cristianità appaiono gravi. E
daltronde certi rigoristi che lamentano la dilagante corruzione ecclesiastica
(intellettuali umanisti impregnati di culture neopagane) rappresentano evidentemente per
la Chiesa una sciagura ben più grande di quella che si suole vedere in papati come quello
del Borgia. Eppure oggi, a distanza di quasi cinque secoli, sappiamo che anche in quella
situazione, che a uno sguardo puramente umano poteva sembrare disperata per le sorti del
cristianesimo, erano presenti piccoli "semi" da cui si sarebbe sprigionata una
rinascita cristiana stupefacente, una sorta di nuovo inizio. Ma un osservatore che avesse
attraversato la cristianità in quegli anni dove avrebbe dovuto guardare per vedere quei
semi? Un osservatore che si fosse trovato nella cripta della piccola chiesa di Montmartre,
a Parigi, il 15 agosto 1534, avrebbe visto una scena del tutto normale: sette uomini che
parlavano fra loro. Niente di speciale. Se non il motivo del loro convenire, che
traspariva dal loro comportamento. Un casuale osservatore sarebbe rimasto incuriosito
dalle loro facce che mostravano una determinazione, unintensità e una sorta di
unità dintenti inconsuete: si sarebbe detto ( a guardarli bene ) che fossero molto
legati luno allaltro. Inusuale ( a voler capire fino in fondo il mistero che
li univa e li aveva fatti convenire lì ) era quello che si stavano dicendo.
Quei sette
"compagni" stavano pronunciando una specie di voto, simpegnavano a servire
Gesù Cristo in castità e povertà, ad andare in pellegrinaggio in Terra Santa o - se non
fosse stato possibile - ad andare a Roma mettendosi a disposizione totale del Papa. Era il
giorno dellAssunta. Questo gruppo di sette uomini si chiamerà Compagnia di Gesù.
Resta un interrogativo storico irrisolto perché contro questi uomini disarmati si siano
poi coalizzati e scatenati i più formidabili poteri, anche occulti, politici ed economici
del mondo. Che cosa trovarono in loro di così minaccioso re, governi, corti, imperi
finanziari e lobbies commerciali? Forse quella loro "unità", che neanche le
migliori compagnie di ventura conoscevano? O la loro audacia? O la capacità (politica?)
di farsi stimare e aiutare da singoli personaggi potenti che da loro rimanevano colpiti?
Francesco Saverio, che avevamo lasciato a Parigi, dovera appena arrivato nel 1525,
lo ritroviamo il 15 agosto 1534 proprio in questa cripta parigina: è uno dei sette
compagni. Comè finito lì? Che cosa è accaduto nel corso di questi nove anni di
tanto speciale da aver toccato una vita che sembrava dover anticipare quella di un
Voltaire, di un Casanova o di un DArtagnan? Francesco, da studente, alloggiava nel
collegio di Santa Barbara. Suo compagno di camera e di studi è un giovane della Savoia,
Pietro Favre. Francesco è esuberante e coltiva grandi ambizioni. Pietro, suo coetaneo, ha
un carattere buono e paziente. Diventano subito amici. E come accade di solito in questi
casi le conoscenze delluno si comunicano allaltro. Pietro un giorno presenta a
Francesco un suo amico, uno studente per la verità abbastanza particolare, perché è
sulla quarantina: oggi si direbbe un fuori corso. Si chiama Ignazio, ha un volto magro e
un passo vistosamente claudicante. Prima infatti faceva il soldato: durante lassedio
di Pamplona si è preso una palla di cannone sulla gamba e adesso ne porta le conseguenze.
Ignazio esercita un certo ascendente su Pietro e su molti altri studenti. Francesco, che intanto nel 1530 ha preso il diploma di
maestro e ha cominciato a insegnare, è dapprima scontroso e diffidente. Con lui è
"duro e difficoltoso", forse proprio perché sente sempre più forte la
curiosità e lattrazione nei confronti di una personalità potente come quella di
Ignazio. A poco a poco cambierà. Ignazio, che ne capisce il carattere audace e le grandi
ambizioni, lo vincerà definitivamente ripetendogli una frase del Vangelo: "Che giova
alluomo
conquistare il
mondo intero se poi perde se stesso?".
Come un conquistatore disarmato dominerà gli eventi. Sia
quando si trova con il mal di mare sulle navi della peggiore feccia. Sia fra i poverissimi
pescatori di perle del Paravar, di Ceylon o della Malacca. Sia in guerra con i pirati, e
ancor più con mille malattie e morbi tropicali, con la fame e la sete, con le autorità
portoghesi, alle prese con mercanti e negrieri senza scrupoli. Intento a battezzare
bambini e adulti, a migliaia per volta. A radicare le sue missioni impiantando scuole,
collegi, organizzando ospedali, imparando decine di strane lingue
Attraversa tutti i
mari, verso Giava, il Borneo, le Isole del Moro, poi su verso Formosa, passando dalle
feroci tribù dei tagliatori di teste alla raffinata civiltà giapponese che per primo
racconterà agli europei. Fa tre volte naufragio, sfugge a decine di attentati, ai
musulmani, talvolta nascosto nella foresta.Migliaia e migliaia di chilometri in nave,
stringendo amicizie con mercanti e gente di tutti i tipi per far conoscere Gesù Cristo.
Ai suoi amici scriveva: "Vivere senza godere di Dio non sarebbe una vita, ma una
morte continua".E nel gennaio 1552, alla fine di questa incredibile avventura durata
dieci anni, annotò: "Mi sembra veramente di poter dire che nella mia vita non ho mai
ricevuto tanta gioia e allegrezza".Un giornalista francese, Jean Lacouture, ha
scritto un libro, dove racconta laudacia dei gesuiti. Lacouture ha dichiarato:
"Sì, hanno scelto la vita, con tutti i suoi compromessi. [
] Hanno scelto di
andare nel mondo per insegnare il Vangelo, di affrontare il quotidiano, con quanto implica
di tragico, di corrotto, di menzognero".
Da dove nasce
tanta audacia? Francesco continuamente tiene presente il ricordo struggente dei volti
degli amici che si confondono con il volto e il nome di Gesù Cristo. Non fa che
ricordarli, chiede a Ignazio che gli scriva "una lettera così lunga che io impieghi
tre giorni a leggerla". Vuole sapere tutto di tutti i compagni. Notte e giorno pensa
a loro, parla di loro, scrive loro e il suo cuore sinfiamma, la sua gratitudine
arriva alle lacrime. Quando muore (vedi dipinto a sinistra), a 46 anni, dentro una capanna
di foglie, sullIsola di Sancian, davanti alla Cina (dove voleva arrivare), nella
mattina del 3 dicembre 1552, sembra avere solo la compagnia di un crocifisso e di un
cinese che aveva convertito e che doveva fargli da interprete. Ma si scoprirà al suo
collo un piccolo contenitore: dentro cera una reliquia dellapostolo san
Tommaso, la formula della sua professione e le firme autografe dei suoi amici ritagliate
dalle loro lettere. Non erano lontani. Li aveva sul suo cuore.