Franco Santamaria: Pittura e Poesia/Catalogo,"Difesa"

IMMAGINE E PAROLA
(PITTURA E POESIA)

Franco Santamaria: Immagine e Parola (Pittura e Poesia)

Si consiglia la lettura della PREMESSA e delle PREFAZIONI ä

Quando ‘estetica’ fa rima con ‘etica’
di Franco Messina

 

"Un pittore, o un poeta, non può staccarsi dalla realtà per isolarsi in un mondo che ha solo del fantastico e dell’ invenzione".

Chi scrive queste parole è proprio lui, Franco Santamaria, poeta e pittore, appunto, ed anche altro. E, sia il poeta che il pittore, sono certamente dei creativi; circostanza, questa, non negata ad alcuno, filosofo o scienziato che sia, oltre che, ovviamente, artista. Accanto ai poeti e ai pittori (agli artisti, in genere), ci metterei, infatti, gli stessi scienziati e gli stessi filosofi."Il filosofo, anche se è Kant, è creativo", dice Albert Camus; e, secondo Erich Fromm, lo scienziato (poniamo Galilei o Einstein) non è meno creativo dell’artista.

E’ su queste argomentazioni, all’incirca, che il mio amico sociologo (e fondatore, nel 1979, della Biologia sociale) Carmelo Viola può sostenere che "la Poesia è l’altra faccia della Scienza". Il che è senz’altro vero; tuttavia, necessita di un correttivo. Se infatti vogliamo razionalizzare il reale (e mi richiamo, qui, alla celebre formula di Hegel: "Ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale"), questo può avvenire attraverso i filtri dell’arte, della scienza e della filosofia.

Ma, che cos’è l’arte?

Il Croce argomenta che a questa domanda "si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia". Confesso che non riesco a capire cosa l’illustre filosofo voglia effettivamente dire. Ma una cosa è certa: che per lui, l’arte, in quanto è fine a se stessa ("l’arte per l’arte"), esula da qualsiasi implicazione etica, politica, pedagogica, sociale o altro cui si voglia fare riferimento: l’unica implicazione è quella estetica.

C’è, poi, la tesi aristotelica, per la quale l’arte ha una funzione ‘catartica’, di purificazione/liberazione (tesi che più tardi Freud applicherà alla Psicanalisi).

E c’è, accanto a questa, la tesi di Platone, per cui l’arte è solo "imitazione della natura".

Ma c’è anche, fra le tante altre teorie sull’arte, quella di Alain (pseudonimo di Auguste Chartier). "Dalla letteratura alla danza, dalla musica all’architettura, il fare artistico è legato alla realtà del nostro corpo che si muove nel mondo", scrive Ettore Bonora nella sua Postfazione ai "Pensieri sull’estetica" di Alain.

Anche se è vero che Baumgarten ha, per così dire, deviato dal suo originario significato etimologico di ‘sensibiltà’ il termine ‘aisthêsis’, per attribuire a ‘estetica’ il significato moderno e attuale di ‘dottrina dell’arte’, è però altrettanto vero che la sensibilità non potrà mai essere disgiunta dal fare artistico, sia nella sua componente produttiva che in quella fruitiva.

Ecco perché il Santamaria afferma che l’artista "non può staccarsi dalla realtà". Qui avviene una trasposizione del sensibile fisiologico al sensibile psicologico che, nel caso specifico, viene ad identificarsi con l’etico. E’ ciò che fa dire a Bertrand Russell di distinguere il Bene dal Male "con la sensibilità". Ed è ciò che lo Shiller, filosofo e drammaturgo di gran pregio, sostiene nelle sue "Lettere sull’educazione estetica dell’uomo", la cui tesi centrale è che l’educazione tout court in tanto è tale, solo e in quanto è educazione estetica. Ma allora, in questo senso, ‘etico’ diventa quasi sinonimo di ‘sociale’. E infatti, "l’arte – dice Franco Santamaria – non è un fatto personale o circoscritto, ma deve riguardare e coinvolgere tutti"; e ancora: "anche la poesia deve fondare la sua essenza sulla socialità, attraverso la proiezione del reale". L’arte, insomma, per il Nostro, se non ha un messaggio da comunicare, diventa puro ‘estetismo’, anziché essere ‘esteticità’; e l’estetismo consiste in "ogni dottrina o atteggiamento che ritenga fondamentali e primari i valori estetici e riduca o subordini ad essi tutti gli altri, anche e soprattutto quelli morali" (Nicola Abbagnano). Diventa, cioè, puro virtuosismo esibizionistico.

E’ a questo punto che interviene, quasi di prepotenza, il ‘medium’ attraverso cui si estrinsecano la scienza, l’arte, la filosofia: il ‘linguaggio’, senza del quale le tre (direbbe Croce) Categorie dello Spirito non potrebbero aver luogo.

"La pittura e la poesia – dice il Santamaria – sono forme nobilissime di linguaggio che, sebbene con segni diversi, hanno l’obiettivo di comunicare con il sentimento". Il linguaggio è, possiamo dire, il ‘primum movente’ biologico del processo di socializzazione e identificazione della persona.

Secondo il pedagogista e glottologo Rocco Pititto, "il linguaggio è il luogo della coscienza nascente" e pertanto "il ‘loquor’ precede sempre il ‘cogito’ ".

Analoghe sono le argomentazioni dello psicologo e pedagogista russo Lev Vygotskij, sostenute in "Pensiero e linguaggio", e le relative conclusioni: il linguaggio – sostiene Vygotskij – si sviluppa prima del pensiero, e indipendentemente da esso; ma in uno stadio successivo, le due facoltà si intersecano e interagiscono in parallelo. Pertanto, anche il Vygotskij sostiene che il linguaggio è il principale fattore della socializzazione.

Ancora: secondo il fisico Enrico Bellone, "ciò che normalmente indichiamo con la parola ‘linguaggio’ è, in base a ciò che noi sappiamo sulle architetture neuronali, solo la parte pubblica di una sequenza di altri linguaggi che operano nel corpo delle creature parlanti e che formano un ponte tra il mondo e il nostro agire". L’arte, nelle sue manifestazioni, è uno di questi ‘linguaggi interni’.

Ecco perché, secondo il succitato Viola, mentre il "narcisista vede solo se stesso, il poeta (ma possiamo dire: l’artista, in generale; nota mia) vede il mondo attraverso se stesso, e se stesso attraverso il mondo". Tornerò su questo argomento.

Vorrei ora fare un breve ‘excursus’ su ciò che io chiamo l’ ‘ambivalenza del linguaggio’. Il linguaggio, infatti, ha la tremenda caratteristica di essere un’arma a doppio taglio. Secondo il semiologo Roland Barthes, "come ‘performance’ di ogni linguaggio, la lingua non è né reazionaria né progressista; essa è semplicemente fascista. Il fascismo infatti non è impedire di dire, ma obbligare a dire". ‘Fascismo linguistico’ a parte, il linguaggio costituisce senz’altro il sommo strumento di ‘plagio ideologico’. Basti pensare alla pubblicità o al ‘politichese’, linguaggio spesso volutamente criptico, ciò che faceva dire a Luigi Einaudi: "niente è più odiato dai politici, quanto il parlar chiaro".

Ma, non avevamo parlato di "identità (o, magari, analogia) di estetica ed etica"?

Dice Croce: "L’uomo è un microcosmo, non in senso naturalistico, ma in senso storico; compendio della storia universale".

Dice Goethe: "Ogni esistente è un analogo di tutto ciò che esiste; è per questo che la realtà esistente ci appare sempre, nello stesso tempo, separata e unita. Se si indugia troppo sull’analogia, tutto viene ad identificarsi; se la si evita, tutto si disperde all’infinito. In entrambi i casi l’osservazione stagna o perché è troppo viva o perché viene uccisa".

Secondo me, Goethe ha indubbiamente ragione; Croce ne ha solo a metà. Chiarisco. La posizione dell’uno e dell’altro può essere fatta risalire anche ad alcuni preromantici, per esempio a Rousseau, con la sua celebre contrapposizione ‘Natura-Cultura’. La stessa contrapposizione, più di recente, è stata riproposta, fra gli altri, anche da Freud. Per Rousseau, Freud e Croce, la ‘cultura’ si è sviluppata per sovrapposizione alla ‘natura’; per Goethe, invece, natura e cultura convivono.

E’ pur vero che "l’uomo è un microcosmo", è pur vero che lo è "in senso storico", ma la storia (guarda caso, lo stesso Croce lo ha sempre sostenuto con vigore), non la fa l’uomo? E allora, l’uomo non è ‘storico’ più di quanto non sia, nello stesso tempo, ‘biologico’ o ‘naturalistico’. Anche la "Legge della ricapitolazione" formulata dal biologo e filosofo (e fondatore dell’ecologia) Ernst Haeckel – ma che è già implicita nella teoria platonica della ‘metempsicosi’, a livello di trasmissione dei caratteri ereditari da un individuo all’altro, ma anche di trasmissione del patrimonio culturale da una generazione all’altra – è valida tanto in prospettiva socio-storica quanto in prospettiva biologico-naturalistica.

Perché questi richiami a Croce, Goethe, Freud, Rousseau, Haeckel? Ho promesso, prima di fare l’excursus sull’ambivalenza del linguaggio, di tornare a parlare del rapporto dell’uomo col resto del mondo.

L’uomo è, in effetti, un ‘microcosmo’ nel senso, questa volta, anche ‘cosmologico’: ed è un senso che ingloba lo storico, il biologico, lo psicologico, il sociale, il culturale. Lo stesso nostro linguaggio quotidiano riflette, per la più parte in maniera inconscia, questa nostra cosmicità. Espressioni come: "restare di sasso", "fiume di parole", "forte come un leone" o "testardo come un mulo", ecc. ecc., rientrano appunto nel nostro parlare quotidiano.

L’uomo dunque è in strettissimo rapporto con tutto l’Esistente. Questo rapporto ‘Uomo-Cosmo’ è ben presente nella poesia di Franco Santamaria: i così frequenti accostamenti, anzi la profonda trasfigurazione/trasposizione (ecco l’analogia cosmica) dei caratteri dell’una creatura nell’altra sono indicativi di questa ‘cosmicità’.

Sull’ars poëtica del Santamaria si potrebbe dire molto. Ma vorrei insistere, ancora, sul carattere etico-pedagogico della Poesia (e dell’Arte, in genere), per capire meglio il pensiero del Nostro.

Ha scritto Thomas Mann: "temeraria e indifendibile impresa l’educazione del popolo per mezzo dell’arte". A me pare che la poesia del Santamaria (ed anche la sua pittura) dimostra che è vero, semmai, il contrario. E, intanto, all’opinione del Mann noi possiamo contrapporre quella del "Mahatma" Gandhi: "L’artista dovrebbe guardarsi dall’esaltarsi e dal diventare narcisista. Non dovrebbe mai dimenticare i propri doveri verso le masse. La sua arte è degna di consenso solo nella misura in cui giova alle masse. Non riesco a vedere in che modo si potrebbe giustificare l’arte se non come progressiva risposta a un’esigenza popolare ampiamente diffusa".

Ma si possono contrapporre le tesi del poeta/estetologo Franco Santamaria? I passi fin qui citati, infatti, fanno parte di un gruppo di ‘riflessioni’ – sei, per la precisione – che precedono la silloge poetica e il catalogo delle opere di pittura, dal titolo "Parola e Immagine". Riflessioni che, se fossero sviluppate a dovere, ben costituirebbero, per così dire, uno splendido ‘trattato di estetica’.

Quanto alla ‘cosmicità’ della sua poesia, vorrei rilevare che fra il Cosmo (nel senso di Aristotele, Galilei, Schopenhauer, Einstein, tutt’insieme) e l’Arte c’è un’intermediaria, la Vita, della cui scienza si è occupato, come forse nessun altro mai, il genio rispondente al nome di Charles Darwin. "Con il suo genio, Darwin – ha scritto l’Alain – ha visto tutte le cose e tutti gli esseri intorno a ogni essere, non più stranieri ma intimi a lui, di modo che la vita e la forma di un uccello sono anche intorno, e la boscaglia calda e l’elitra dell’insetto, e le acque, e l’aria, i frutti, le stagioni sono intimamente l’uomo. Sono occorsi secoli di pensiero per mettere in prosa esplicitamente ciò che la poesia ha da sempre indovinato".

Già: perché ben sette secoli prima, queste cose, l’umile fraticello Francesco di Assisi le aveva cantate, appunto, in poesia; e ben diciotto secoli prima, le aveva cantate il poeta-cosmologo Esiodo.

Come le canta oggi, il poeta, cosmologo ed estetologo (non credo di sbagliare, se gli riconosco queste qualità), nonché pittore, Franco Santamaria.

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PREMESSA dell'Autore

PREFAZIONI
A. De Rose
V. Mazzone
F. Messina
A. Ricci

TRADUZIONE
Marialuisa Anastasio
e
France Ferran

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INTRODUCTION de l'Auteur

PRÉFACES
A. De Rose
V. Mazzone
F. Messina
A. Ricci

TRADUCTION
Marialuisa Anastasio
et
France Ferran

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Quando ARTE e LETTERATURA esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.

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