Sogni
di farfalla
Un
campo di gravide spighe
di là della muraglia dei fichidindia dagli stiletti innestati;
un campo di fiori
dove emerge su tutti il rosso papavero con la gialla margherita,
dove profumano mani di polline
e parole e gesti come regali nella notte di Natale.
Uno spazio costruito sulla gioia durevole non
più di un minuto, quando all'unisono si distende
il coro delle voci di primavera
e, poco più là, s'inarca il ponte dei visitatori
invisibili che proteggono una forma di albero
sottratto all'Eden.
Una piazza di bimbi che inseguono per il cielo
l'aquilone ancora prigioniero
e sfidano innocenti i sordi schianti delle bombe.
Ma, resta il desiderio che non è più speranza
di scoprire i sentieri e le torri con le bandiere vittoriose;
il desiderio che non è più attesa
di osservare ad oriente il sole che sorge
dietro stilizzate ombre appena aleggianti per la brina
e di schiudere il mistero della sabbia che trattiene
il respiro del cielo fra le dune.
Il tempo non si cristallizza, non aspetta che le otarie, spiriti
sfuggenti degli oceani,
consumino nuovi amori quando mille altre presenze
rapiscono la luce lunare alle onde,
né aderisce alla forza degli anelli che sigillano corpi
da sempre.
Non è il tempo, scorrendo la sua linea senza orizzonte,
che rompe il silenzio degli elementi basilari
e riempie di sostanza creatrice la sfera.
Ha il desiderio un che di fiele
che sgorga crescendo ad ogni residua alba
e tutto quanto innalzato sull'arenaria nei giorni perduti
accompagnerà solo i sogni nel vento
di una farfalla che vuole per me covare uova celesti.
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