Cap. VI  - ATTIVITÀ ECONOMICHE SINO A FINE OTTOCENTO

        Da quanto esposto nei due capitoli precedenti emerge chiaramente come le principali attività economiche di Scano fossero da sempre la pastorizia e l'agricoltura, in particolare la cerealicoltura, mentre un posto meno importante, se pure non trascurabile, occupava la coltivazione della vite. Si trattava, comunque, di un'economia che, come per le altre regioni dell'Isola, era fortemente condizionata dall'assetto proprietario, in presenza della pratica secolare dell'alternanza d'uso di molta parte del territorio tra vidazzoni e paberili, oltre che da un supporto tecnologico alquanto arretrato. Basterebbe pensare che ancora a metà dell'Ottocento gran parte dei contadini lavoravano la terra con il solo ausilio della zappa, erano in numero insufficiente i buoi da lavoro e non cessavano le incursioni del bestiame rude nei seminati.
        Le frequenti annate di siccità, inoltre, provocavano un'ulteriore crisi in settori già abbondantemente fragili nel contesto del mercato internazionale. In tali circostanze apparivano ancor più prive di consistenza le illusioni sull'abbondanza di grano, considerato che, per affrontare la fame, questo si doveva importare, mentre le morie di bestiame rendevano ancor più grave la situazione. Si aggiunga a tutto questo il peso dei tributi feudali, la cui esazione era in mano ad appaltatori e amministratori preoccupati solo del loro guadagno e non certo delle sorti delle classi meno agiate, per quanto nel corso del primo Ottocento il riformismo sabaudo emanasse dei provvedimenti volti a conciliare alla monarchia il favore di tutti i sardi. In tale contesto si segnalano l'editto del 15 aprile 1799 che sottoponeva al controllo del potere centrale la scelta e le funzioni degli ufficiali di giustizia, fino ad allora unicamente responsabili verso il barone da cui dipendevano, mentre con pregone viceregio emanato da Carlo Felice il 2 agosto 1800 si cercò di regolare le controversie relative ai cosiddetti diritti dominicali, che i vassalli non dovevano più prestare ad arbitrio del feudatario, ma per una sola giornata all'anno e solo entro i confini del feudo, con diritto agli alimenti o a un corrispettivo in denaro.
        Dopo la fine del feudalesimo, a cominciare dagli anni intorno alla metà dell'Ottocento, lo stato delle cose tese a migliorare e il governo centrale incentivò la produzione agricola, dando anche dei riconoscimenti ufficiali alle aziende più attive e compilando un elenco dei 100 migliori agricoltori, tra i quali va ricordato lo scanese Salvatore Cappai, che fu più volte sindaco nel primo ventennio post-unitario. Una grave battuta di arresto si ebbe negli ultimi decenni del secolo in seguito alla cosiddetta guerra doganale con la Francia, che colpì soprattutto la cerealicoltura, mentre nel settore dell'allevamento va registrato come importante elemento positivo per l'economia di Scano l'importazione dei bovini di razza modicana dalla Sicilia, che incrociati con quelli della razza bruno-sarda diedero origine ai celebri "boes iscanesos", buoi da lavoro e da tiro che ben presto diventarono famosi in tutta la Sardegna per l'eccezionale forza e resistenza, oltre che per la loro mole imponente. Ancora oggi è vivo il detto "forte che boe iscanesu".

        Si è già potuto osservare come una delle voci più importanti dell'economia di Scano Montiferro, come in generale di tutto il versante occidentale del massiccio del Montiferru, fosse costituito già in età moderna dall'olivi-coltura. Ricordiamo, a tale proposito, che questa attività agricola ebbe impulso a cominciare dal XVII secolo, durante la dominazione spagnola sull'Isola. Nel Parlamento del 1624, sotto il Viceré Don Giovanni Vivas, gli Stamenti proponevano l'emanazione di un editto con provvedimenti atti a favorire l'innesto degli olivastri. Furono inviati da Valenza e Maiorca venti specialisti in innesti, che restarono in Sardegna per tre anni. Fu, inoltre, prevista la scomunica contro gli incendiari. A Scano si dovette approfittare presto di tale occasione, se è vero che con atto notarile del 27 dicembre 1660, già citato per il beneficio di Saccargia, Antonio Deroma vende un oliveto con una casetta a Damiano Demonte di Magomadas e a Costantino Carta.1
        Nel corso del XVIII secolo i Savoia, sulla scorta di alcune osservazioni di una relazione fatta già nel 1717 (e quindi alcuni anni prima del loro arrivo in Sardegna) sull'abbondanza di ulivi nell'isola, confermarono e rafforzarono le agevolazioni e i premi già stabiliti dagli spagnoli per gli innesti degli olivastri e i nuovi oliveti. L'illustre studioso del'economia sarda del tempo, il Gemelli,2 rimandando ad un preciso capitolo delle corti, ricordava che sulla base dello stesso i sudditi che pagavano il focatico, il tributo per famiglia o fuoco,3 erano obbligati, nei terreno ove ci fossero olivastri, ad innestarne ogni anno dieci ad ulivi, pena il pagamento di 40 soldi al signore del luogo.
        Sappiamo che nella Villa di Cuglieri vi erano frantoi di proprietà privata già dal 1672,4 mentre i lavori di costruzione di un primo frantoio baronale iniziarono verso la fine del Settecento, dopo che sulla base di una sentenza della Reale Udienza del 17 Febbraio 1776 si era disposto che potevano sussistere i mulini costruiti entro il 10 Maggio del 1764, ma non era permesso costruirne altri per l'avvenire.5 I proprietari di frantoi antecedenti a quelli baronali dovevano versare ogni anno un tributo sulla molitura nei propri frantoi e di ciò ebbero modo di lamentarsi i Consigli Comunitativi, creati con Regio Edito del 24 Settembre 1771. Insomma il feudatario tendeva ad avere l'esclusiva proprietà dei frantoi con i diritti di bannalità e privativa: i vassalli se ne servivano col pagamento della decima e contribuendo alle spese di funzionamento e manutenzione. Nel settembre 1821 il Podataro Generale del feudo del Montiferru lamenta una infrazione di Don Raffaele Serralutzu, che vorrebbe costruire un altro frantoio indipendentemente dalla necessità e dal permesso del feudatario.6
        Le disposizioni di Carlo Felice favoriscono ancora l'olivicoltura: con editto del 3 dicembre 1806 i proprietari di terreni aperti, non esclusi vidazzoni e paberili, potevano chiudere per impiantare oliveti, mentre i proprietari di terre con olivastri dovevano innestare le piante selvatiche previa chiusura, altrimenti dopo cinque anni i terreni sarebbero stati venduti a chi fosse disposto a coltivarli in quel modo; nel 1827, invece, si obbligano i baroni a costruire i frantoi e a tenerli in perfetto stato, mentre non possono più impedime la costruzione di nuovi ai privati. Di questo si lamenta con il reggente della Reale Cancelleria il Duca di S. Giovanni, Don Pietro Vivaldi Chabot, feudatario del Montiferru, che vorrebbe evidentemente conservare i suoi privilegi fino all'ultimo, se è vero che lo stesso venderà il feudo con territori, pertinenze, diritti e prerogative al marchese di S. Sebastiano, Don Carlo Quesada Arborio.7 Questi aveva nell'abitato di Scano, nel 1836, due case a pian terreno, una contigua al magazzino detto di San Pietro e l'altra posta nella periferia, a Mara Madau. In ognuna c'erano due mulini d'olio. Tutti gli Scanesi erano obbligati a macinare le olive in questi mulini e a corrispondere al feudatario la decima parte dell'olio che si ricavava, mentre il marchese era tenuto a somministrare legna, acqua, utensili, operai e quant'altro abbisognava nei mulini.8
        Tra il 1841 e il 1842 l'ing. Giovanni Antonio Carbonazzi, aiutante del Genio Civile, che allora seguiva i lavori di costruzione della strada di S. Caterina di Pittinuri, su incarico delle Finanze Viceregie, stima le spese necessarie per riattare i frantoi ex baronali, che il feudatario, il marchese di S. Sebastiano, aveva negli ultimi tempi abbandonato in segno di protesta (a suo dire) per il mancato pagamento della rendita annua sostitutiva delle prestazioni feudali da parte dei possidenti di Cuglieri e Scano, nonostante le intimazioni del governo di aprire gli stessi mulini.9 Ricordiamo che la struttura del frantoio era per la maggior parte in legno, fino a quando nel secondo Ottocento si sostituirono gradualmente pezzi di legno con pezzi di metallo e si introdusse il torchio in ferro al posto di quello in legno e pietra.
        L'ingegnere comunica all'Intendente, nell'autunno del 1841, che sono a disposizione a Cuglieri sei frantoi e a Scano due frantoi e per la metà di novembre se ne possono rendere disponibili altri tre a Cuglieri e due a Scano. L'appalto delle fornitura è vinto da un certo Giommaria Loche, che deve provvedere al compenso dei mugnai, alla ferratura del cavallo, alla fornitura dell'orzo per il cavallo che riceveva tre imbuti d'orzo nelle giornate lavorative, due in quelle festive o di non lavoro. In compenso riceveva mensilmente 19 scudi meno 5 soldi per ogni macina, da pagargli anticipatamente. Doveva, inoltre, provvedere alla paglia, nella misura di un cestino al giorno, della miglior qualità. Era compito dell'appaltatore anche il provvedere all'acqua, alla legna secca, agli sportini, circa 16 per ogni macina. A carico dell'Azienda Reale restava la fornitura delle pale, boccali, candele, olio e cotone.10
        Nel 1842 lo stesso ing. Carbonazzi sottoscrive lo stato dei lavori eseguiti sui mulini ex baronali di Scano (molino di sopra e molino di sotto) dal falegname Giovanni Maria Agus Canu, dai ramanari Giacinto Migali e Francesco Giuseppe Saurra Sanna, dal bottaio Giovanni Maria Casula e dai muratori Pietro Puggioni e Francesco Marras.11 Nello stesso anno la Regia Azienda bandisce l'appalto per i mulini, per la durata di dieci anni; risulta aggiudicatario, per la somma di 775 scudi, 8 reali, 1 soldo e 8 denari, il genovese Girolamo Lombardi, residente a Sassari.12
        Nel 1850 l'amministratore dei mulini per conto dell'Azienda acquistò il molino di sotto di Scano per Lire nuove 1604 e 44 centesimi, con pagamento rateale in tre anni. Il contratto, redatto dopo il pagamento a saldo, fu sottoscritto nel 1853. Forse fu il primo frantoio venduto dalla Reale Azienda ad un privato in tutta la Sardegna.13
        Ricordiamo, anche per aver citato alcune voci di spesa di manutenzione, che il frantoio era costituito da una pietra orizzontale di fondo (sa sutana) e da una mola verticale, sempre in pietra, del diametro di m. 1,5 circa e dello spessore di cm. 35. Sa sutana era circondata da un bordo in pietra a spicchi (isprigos) tenuti insieme da un cerchio di ferro. L'intero dispositivo si chiamava su lachitu. La mola era tenuta in posizione verticale da un alberello (s'alburetta de sa mola) che attraverso sa rana, un buco centrale nella sutana, si introduceva in essa. Veniva messa in movimento da un mulo o cavallo, attaccato a su bastone, a sua volta fissato all'albero della mola. Grazie ad una razionale disposizione di palette mescolatrici e raschiatrici, sos mundadores, le olive venivano continuamente spinte sotto la mola. Le macinate erano formate da 10 misure in media (ogni misura pesava circa 15 kg.). Per estrarre la pasta ottenuta con la molitura si usavano le pale; la pasta si deponeva in recipienti di legno, sos tineddos, ed era pronta per essere pressata. L'operazione si spostava così al torchio (fiscoli, s'istanga, su fusu, sa bancazza de subra e sa bancazza de sutta, sas cossas). Sotto il torchio una cavità, su puzzetto, conteneva un recipiente per la raccolta dell'olio. La pasta veniva sistemata nei fiscoli o isportinos, dischi di corda con una leggera cavità centrale. Ogni tre sportini incolonnati perpendicolarmente vi si versava un recipiente d'acqua calda, in genere un innaffiatoio. S'isportinada era formata in periodo demaniale da 16 sportini circa.

        Concludendo, ricordiamo che nel corso dell 'Ottocento, per intenderci, erano in attività a Scano, oltre le numerose aziende pastorali e agricole, quelle dei falegnami, dei conciatori di pelli e della lavorazione della lana e del lino. L'Angius ricorda, a questo proposito, che "ogni famiglia ha il suo telaio e vi si lavora in lino e lana più di quello che serve ai propri bisogni. Vendesi il panno forese negli altri villaggi della Planargia e nella città di Bosa per vesti ai barcajuoli e per tende".14
        Lo stesso Angius parla anche di un gran numero di vigne, con ben diciotto varietà di uve, e di oltre 3000 alberi grossi di ulivo, con una produzione annua di oltre 20.000 litri.

Una femina filande

Davanti al mulino

Scanese in costume tipico

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