Miti e utopie

 

 

La televisione ha per prima assunto "le vesti di […] una sorta di mitologia collettiva"(17). Nella nostra cultura le antiche mitologie, di origine classica, hanno ormai praticamente perso qualsiasi capacità di proporsi come rete di raccordo sociale per le proiezioni fantastiche e le narrazioni di origine collettiva; al loro posto è subentrata la televisione che ogni giorno ci presenta a modo suo immagini, storie, relazioni e opinioni chiave, generalmente più o meno accettate. E pian piano, con la crescita della comunicazione globale, la stessa televisione è stata surclassata dalla rete. Con l’avvento di una nuova era, quella digitale, i fanatismi si sono risvegliati, rievocando i fantasmi del passato televisivo e favorendo grossolani errori valutativi per il futuro. Le discussioni hanno a volte perso il loro carattere agnostico, per cadere in previsioni bibliche. La nascita di nuovi miti e nuove utopie (o il riadattamento di vecchi miti e utopie alle moderne tecniche) è stata favorita dalla rigogliosa letteratura fantascientifica, che ha fornito materiale di discussione all’ambiente scientifico e filosofico. Scienza e filosofia, anch’esse, si sono fate fuorviare da dibattiti poco scientifici e assolutamente irreali, superando spesso perfino la fantasia letteraria.

Il nome stesso della rete più utilizzata è web, cioè ‘ragnatela’, e non è questa la prima metafora esistente se si pensa che la prima forma di organizzazione logica di Internet era stata battezzata gopher(18).

 

Web esprime l’immagine della ‘ragnatela’, ma tra le altre proposte di metaforizzazioni di Internet compare anche quella del ‘labirinto’. Forse però la metafora della ‘ragnatela’ ha un limite, una debolezza, per così dire: non c’è infatti ragnatela senza ragno; in altri termini c’è sempre un elemento che produce e gestisce la rete. In realtà l’idea stessa di controllo da parte di un osservatore - la più classica che sempre si utilizza è quella del Panopticum, di un occhio, quasi come l’occhio di Dio che ci guarda e controlla tutto quello che noi facciamo - è un’idea che non coincide con la realtà di Internet; adesso esistono una miriade di... ‘occhi di Dio’, per creare una metafora un po’ dissacrante. In questo senso la metafora del ‘labirinto’ sembra essere molto più interessante, poiché nel labirinto si è tutti ugualmente passivi e attivi allo stesso tempo(19).

 

 

Lo strabismo telematico

 

Nella stima degli aspetti positivi e di quelli negativi della società dell’informazione ci sono state considerevoli errori valutativi. Queste sviste, analizzate ne "Lo strabismo telematico"(20), sono dovute principalmente al fattore ideologico: si pensa sempre che quando esiste una tecnologia, quest’ultima verrà usata e, di conseguenza, produrrà alcuni effetti. Questa consequenzialità è assolutamente ideologica, perché, poi, nei fatti, molto spesso così non è. Molti studiosi si sono uniformati a questa ideologia e a coloro i quali producono queste tecnologie, ovviamente, conviene che certe conseguenze siano previste. Una delle maggiori aspettative rispetto alle nuove tecnologie è sempre stata quella di una crescita notevole del progresso economico come conseguenza inevitabile dello sviluppo tecnologico. Questo perché uno degli errori fondamentali è stato quello di trasferire all’intera società alcune previsioni che potevano essere pensate per l’economia aziendale: dall’azienda alla società nel suo complesso. Ma evidentemente, nella società esistono una serie di fattori che concorrono al risultato che nell’azienda non sono presenti. Simili errori riguardano le previsione sulla democratizzazione della società grazie all’utilizzo della rete. Si è dato per scontato che il progresso tecnologico e Internet, portassero ad una diffusione dell’uguaglianza, e, quindi, alla possibilità di intervento di tutti su tutto. In realtà, questa possibilità, in qualche modo, esiste; ma è vero che esiste anche la tendenza opposta: al controllo di tutto e alla sorveglianza di tutti. Le previsioni sono saltate di tecnologia in tecnologia, come se finalmente una nuova invenzione fosse "la soluzione". È la stessa logica mitologica di "ricerca di salvezza"(21) in qualcosa di nuovo. Sono state numerose le profezie fatte sulle nuove tecnologie, come quella probabilmente più infondata: quella della democrazia. Si è dato per scontato che il progresso tecnologico e la rete delle reti, cioè Internet, portasse ad una diffusione dell’uguaglianza, e, quindi, della possibilità di intervento di tutti su tutto. In realtà, questa possibilità, in qualche modo, esiste; ma è vero che esiste anche la tendenza opposta: al controllo di tutto e anche alla sorveglianza. Del resto anche il mito del telelavoro non ha considerato la possibilità di alienazione dell’individuo, non lasciando più spazi privati distinti dal lavoro. È però vero che dal punto di vista morale i pensatori si sono sbizzarriti con una teoria molto fantasiosa. Quanto Internet ha iniziato a diffondersi per il mondo, molti pensatori coscienti hanno posto il problema di regolamentare la rete. Cosa che inizialmente non è stata fatta, perché molti erano, in un certo modo, persuasi che Internet si sarebbe autoregolamentata. Come se Internet fosse un essere biologico, che raggiunge la sua "stabilità interiore"(22).

Questa credenza ha fatto negli ultimi tempi correre ai ripari le maggiori nazioni del mondo, producendo a volte danni, piuttosto che migliorie.

Il mito di Internet riguarda, per esempio, la sua importanza. In effetti il fenomeno di Internet è molto rilevante nella nostra società, ma i cambiamenti sociali previsti solo pochi anni fa non si sono avverati. Infatti "la diffusione del Web è ancora limita"(23) numericamente e a determinate fasce sociali. Il fruitore medio di Internet è un "bianco, anglofono, con reddito medio/alto"; ed in ogni caso riguarda principalmente il mondo occidentale. Ma chi è stato a costruire e costituire il mito di Internet? Sono stati diversi gli uomini/personaggi in diversi settori, e principalmente negli USA, dove la tendenza alla mistificazione è molto più forte che in Europa. Le prime voci si sono alzate dal mondo della ricerca scientifica, portando a divinazione Nicholas Negroponte a cui viene dato, in maniera irrevocabile dalla comunità mondiale, il titolo di guru. È il fondatore e il direttore del Media Laboratory del MIT(24) negli Stati Uniti, un centro di ricerca con un budget multi miliardario, orientato esclusivamente sullo studio e la sperimentazione delle forme future della comunicazione umana, dalla istruzione all’educazione. I suoi programmi includono: la televisione di domani, la scuola del futuro, i sistemi d’informazione e d’intrattenimento e l’olografia. L’apice della fede nel digitale Negroponte l’ha espressa nel suo libro "Essere digitali" ("Being digital"), considerato ormai, molto sbrigativamente, una vera e propria Bibbia della nuova era comunicativa. Egli afferma che essere digitali "è semplicemente un modo di vivere. Non ha nulla di scientifico, di tecnico o di teorico. Fa parte della realtà, ed è qualcosa che i bambini del mondo intero capiscono perfettamente; soltanto gli adulti non ne sanno nulla"(25). O si crede o no. Sembra un ritorno impetuoso del positivismo. Le grandi scoperte scientifiche del MIT(26) non vengono discusse, si deve accettare il modello di vita altrimenti si è "fuori dal mondo dei bit, ancorati nel mondo degli atomi"(27). Bill Gates, geniale creatore della Microsoft, è stato invece il guru economico dell’essere digitali. Bill Gates è un commerciante e la sua religiosità rientra nel settore economico, ma anche lui da al suo recente libro un titolo profetico: "La strada che porta a domani"(28). A regolare politicamente l’impulso profetizzante della rivoluzione digitale è stato Al Gore, vicepresidente USA del governo Clinton, il quale però, per non essere meno degli altri, ha trasportato il fervore tecnologico nella politica americana, grazie al suo ormai famoso programma politico: "Information superhighway" (autostrada dell’informazione(29)).

 

 

La scomparsa dei Dinosauri

 

Il passaggio dall’analogico al digitale viene considerato un passaggio cruciale nella storia contemporanea, e anche questo evento viene mitizzato sia dalla letteratura che dalla scienza. La storia della scienza e della filosofia è costellata di rivoluzioni, ed oggi la "rivoluzione digitale", è stata quella che ha posto al centro d’osservazione non più l’atomo, ma il bit. La scienza e la filosofia sono così da atomocentriche divenute digitocentriche. Questa grande rivoluzione annunciata dai grandi "profeti tecnologici" del nostro secolo, è stata la causa del passaggio epocale. Siamo entrati nell’era digitale; non dimenticando però che questa rivoluzione ha investito principalmente le regioni ricche del mondo e non le altre. Naturalmente stiamo parlando di un’era sociologica e non geologica, dove la tecnologia rivoluzionaria è posta al centro del passaggio epocale e l’uomo "si deve solo adattare"(30). Il passaggio epocale, che attualmente non è concluso, ma solo iniziato, comporta come tutti i passaggi epocali il declino di qualcosa. Lo sviluppo del ‘bit’ fa declinare, fino ad una imminente scomparsa, l’analogico. Tutte le tecnologie analogiche possono essere figurate come "grandi dinosauri"(31), ingombranti e poco agili, destinati a scomparire per lasciare spazio alle nuove "razze tecnologiche", più agili e veloci. La televisione è l’emblema delle tecnologie analogiche che scompariranno. La televisione con il suo fare autoritario, per cui l’utente riceve solamente e non può dialogare, è ingombrante, farraginosa ed impositiva. "Scomparirà, questo è il suo destino"(32). La televisione farà la fine dei dinosauri, occuperà sempre un posto più marginale, fino all’estinzione. Sono i media interattivi che aumenteranno e la tv verrà così completamente fagocitata. Grazie al contributo della similitudine dei dinosauri di George Gilder, l’avvento dell’era digitale viene paragonato al più grande evento della storia del mondo. Si aggiunge un altro tassello alla mistificazione del presente.

 

 

 

Il Grande Fratello e Villaggio Globale

 

Il televisore era servito a George Orwell in "1984" da mezzo per l’attuazione di una dittatura alienante. Il televisore era la tecnologia che serviva, per prima nella storia, a dare il potere divino dell’onniscienza all’uomo. Nel romanzo di Orwell il mezzo per l’attuazione della dittatura del Socing (Socialismo Inglese) è il televisore. Ma non un televisore completamente "pull"(33), che cioè fornisce le informazioni in maniera unidirezionale dall’alto al basso; al contrario è l’ipotesi di un mezzo interattivo, ma controllato. Il televisore di 1984 funziona si come un normale televisore, ma può contemporaneamente ricevere informazioni: ascolta e vede tutto ciò che accade. Sembra un controllore instancabile, ma in realtà è solo il mezzo che serve per controllare, l’analisi di giudizio resta sempre ad un "uomo controllore". Con Orwell la paura di un controllo costante da parte del Grande Fratello si materializza. In Oceania(34) la parte grossa del lavoro sta proprio nel tenere in piedi la struttura della dittatura.

La proposta situazionale di Orwell è, oggigiorno, improponibile, anche se il Grande Fratello concretizza una paura ancestrale inamovibile. Orwell però non aveva immaginato che tutta l’opera di controllo potesse essere automatizzata nell’era digitale. Anzi dopo la "scomparsa dei dinosauri"(35) la possibilità di realizzare un controllo quasi assoluto diventa praticabile dal punto di vista tecnico. Con la digitalizzazione di gran parte delle tecnologie, e con lo sviluppo di sistemi algoritmici sempre più precisi per l’utilizzo delle reti neurali, ogni movimento, ogni pensiero, ogni azione potrebbe essere controllato.

E diverse cose vengono già controllate. Sembra contraddittorio, ma l’unico modo di essere liberi nel pensiero è sempre di più quello di scrivere su un "antico diario cartaceo" nascosti in un nicchia al controllo delle tecnologie, come usava fare Winston(36) nella sua piccola stanza.

 

Un altro mito che è nato per la televisione e poi è stato riutilizzato per le reti è quello di "villaggio globale". Che iniziò ad intravedersi nel campo letterario già dalla fine degli anni sessanta con la possibilità di un’unione del mondo, di un Villaggio Globale, teorizzato da Marshall McLuhan(37), nel quale poter vivere, avendo, in ogni istante, la possibilità di sapere cosa avveniva nel resto del mondo. Benché questa teoria sia stata largamente superata dalla libertà di parola che la Rete ha dato ad ogni cittadino, cioè dalla possibilità, oggi, di una Interconnessione Globale, idea sviluppata dallo scrittore William Gibson che teorizzò anche la possibilità dell’aspetto grafico della comunicazione nel cyber-spazio. La televisione era il medium principale all’epoca di McLuhan, ma la crescita tecnologica non ha cancellato il mito del villaggio globale, benché sia "cambiato il suo intimo significato"(38). Il villaggio globale oggi riguarda la comunicazione globale di tipo digitale e anche i miti democratici che erano legati al "villaggio globale" di McLuhan ora si ritrovano costantemente nel panorama filosofico e politico mondiale.

 

 

Cybionte e cyborg

 

Il Cybionte è una metafora proposta da De Rosnay per comprendere quello che ci potrebbe succedere nel terzo millennio. Il significato di questa parola è la creazione di un organismo planetario, un macrorganismo, costituito dagli uomini, dalle città, dai centri informatici, dai computer e dalle macchine. Se si dice "città" si sa di cosa si parla, ma non si possono utilizzare immagini per rappresentare un organismo planetario costituito da tutti questi sistemi. Perciò De Rosnay ha creato il termine "Cybionte" che deriva dalla cibernetica (ciber), la scienza dell’informazione e della regolamentazione nei sistemi complessi, e dalla biologia (bios), e che denota un organismo ibrido, nello stesso tempo biologico, elettronico, meccanico, sociale ecc. Il Cybionte è più della somma delle sue parti, come il cervello è più della somma dei suoi neuroni, o il corpo umano è più della somma di quei sessantamila miliardi di cellule che lo costituiscono. Sul piano dell’ecologia, ricercatori come James Lorlock, hanno proposto l’idea di "Gaia"; cioè l’idea di una terra, di un sistema-terra che reagisce come un essere vivente, senza essere un vivente. Ma Lorlock non ha parlato della società umana. Parla sempre dell’uomo come di un parassita che vive sulla terra. L’uomo sta costruendo un nuovo organismo vivente, un macrorganismo planetario, e questo organismo deve imparare a vivere in simbiosi con "Gaia", la terra. Questo esige l’ecologia. "Se questa simbiosi riesce, allora avremo una possibilità di vivere un terzo millennio e un quarto, positivi per l’umanità, altrimenti andremo verso catastrofi ecologiche, economiche e sociali"(39). Il Cybionte è una grande ‘utopia’ del futuro. L’utopia di De Rosnay è molto più articolata di quella del "villaggio globale" di McLuhan, e inoltre necessita di numerose scelte morali collettive.

 

L’uomo ha già, ed avrà sempre di più una simbiosi con la tecnologia. Attualmente sono note soprattutto protesi di tipo medico e terapeutico, ma quasi certamente in futuro i potenziometri fisici e mentali saranno molto più comuni. La fantascienza, come sempre, ha cercato di anticipare i possibili futuri. "Neuromante"(40) è la figura fantascientifica più inquietante che la letteratura abbia partorito, per la interazione neurale umana con la rete, o come veniva ancora nominata dallo scrittore William Gibson, matrice. Probabilmente Case, il protagonista di "Neuromante", è il personaggio più realistico nell’orizzonte letterario fantascientifico; perché di figure mito-tecnologiche in realtà ce ne sono state moltissime. Il tentativo di replicare l’uomo non è nuovo nella storia dell’umanità, come la leggenda di Pandora creata da Efesto(41) e quella del Golem del rabbino Leone ben Bezabel(42). È cambiato oggi solo il nome degli esseri mitologici inventati dal nulla. Oggi si chiamano organismi cibernetici, meglio noti con l’abbreviazione di ‘cyborg’. In pratica organismi non fatti con "materia informe" come nelle leggende, ma con le più sofisticate tecnologie. Il che, è vero, rende più credibile la possibilità di creare un cyborg, ma aumenta proporzionalmente la paura di essere spodestati da una creatura creata dall’uomo, che acquisti in qualche modo coscienza di sé stessa. È sempre più verosimile l’intuizione di Orwell dove l’uomo, il Grande Fratello, utilizza la tecnologia per i suoi scopi negativi, piuttosto di una tecnologia superiore all’uomo.

 

 

Il traduttore universale

 

Con la nascita dell’universo della comunicazione nascevano anche i miti dell’onnipotenza, della onniscienza, i miti della razionalità perfetta e del controllo totale; il mito della spiegabilità algoritmica senza residui del mondo e di conseguenza il mito della traducibilità. Che poi si trattasse di tradurre un testo da una lingua all’altra oppure di tradurre una parte del mondo in un’altra o in linguaggio matematico, poco importava. Il grande mito del traduttore universale, ispirato anche ai modelli matematici di Shannon e ai modelli linguistici di Noam Chomsky, non considera che il fenomeno linguistico è molto più articolato di ciò che fa intravedere la teoria formalizzata; si mescolano infatti elementi naturali e convenzionali, sintattici e semantici, pragmatici e emotivi. Insomma la comunicazione non è un fenomeno solo biologico, ma anche storico e culturale, soggetto dunque alle contingenze e al dinamismo dei rapporti tra soggetto e soggetto e tra soggetto e ambiente.

Quella comunicativa è un’attività intessuta di metafore, di significati empirici e impliciti, di ambiguità che screziano e arricchiscono il puro scambio di informazioni, corredandole di una serie di valenze metacomunicative ed extracomunicative, senza le quali lo scambio sarebbe misero. Come dice Sergio Moravia, mentre Chomsky cerca "nella mente dell’uomo (o addirittura nel suo corredo genetico) regole e strutture statiche, invarianti, universali"(43) , altri, tra cui Searle, ricercano "essenzialmente ciò che in quel luogo si configura, come concretizzazione di intenzioni/progetti determinati, di significazioni culturali e di comunicazioni sociali, che trovano le loro determinazioni finali solo in una dinamica gamma di eventi e situazioni interpersonali". (44)

L’evento comunicativo per eccellenza è la conversazione: è in essa che la dimensione psico-comportamentale dell’uomo emerge in tutta la sua ricchezza di intenzioni, sottintesi, scopi e rimandi.

Nella conversazione l’ascoltatore è attivo e partecipa alla narrazione. La conversazione si può considerare come "una narrazione a più voci, una narrazione collettiva (o connettiva: a rete) e quindi, come tutte le narrazioni, un tentativo di dare un senso al mondo e a sé nel mondo"(45).

La differenza tra la comunicazione umana e quella informatica è che quest’ultima è un mero scambio di informazioni attuato con codici semplici e indeformabili, e corrisponde pertanto al modello di Chomsky.

L’intelligenza umana e il suo rispecchiamento verbale invece sono fenomeni contestuali, sistemici e diacronici.

Un testo è radicato nel mondo e tradurre un testo significa tradurre il mondo (o almeno un pezzo di mondo). Non è sorprendente, come afferma Douglas Hofstadter(46), che la miglior traduzione inglese di un romanzo di Dostoevskij sia, in ultima analisi, un romanzo di Dickens.

Cioè, se si vuole che il lettore "medio" inglese abbia, di fronte alla traduzione, un’impressione globale "analoga" (o "simile" o "equivalente") all’impressione che il lettore "medio" russo ha di fronte a Dostoevskij, allora la cosa migliore è fargli leggere Dickens.

Si può pensare alla traduzione come una ri-creazione dell’opera, che tende ad allentare il legame con l’originale al fine di renderlo innocuo. La traduzione automatica troverebbe notevoli difficoltà di fronte agli "aloni semantici". In un testo, ogni fonema, sillaba, frase, ogni elemento linguistico risulta legato in modo più o meno stretto agli altri elementi. Questo complesso di legami presenta aspetti sonori, grammaticali, sintattici e semantici (es. attrazione verbale, allitterazione, rima) insuperabili. L’alone semantico persiste e si evolve nella mente. Per la sua specificità è impossibile trasportare compiutamente questo alone, o plesso di legami, da una lingua (cultura) all’atra se non con quell’operazione temeraria e impossibile che consisterebbe nel tradurre ogni volta il mondo in sé stesso. L’alone semantico è una manifestazione della polisemia e dell’ambiguità delle lingue naturali. Insomma l’alone semantico, che pure costituisce il principale ostacolo nelle traduzioni, ne permette tuttavia un perfezionamento continuo per la sua ambiguità. Per poter lavorare con gli aloni semantici, i calcolatori dovrebbero forse utilizzare una logica sfumata (fuzzy logic), ma ad oggi nessuno è riuscito ad ottenere risultati apprezzabili. Estendendo l’osservazione di Hofstadter, si può forse dire che la ragione per cui un calcolatore non riesce a tradurre un romanzo somiglia alla ragione per la quale non riesce a scrivere un romanzo. Alan Turing affermò "solo un calcolatore può capire un sonetto scritto da un calcolatore", e per simmetria si può affermare che "solo un uomo può capire un sonetto scritto da un uomo", purché abbiano lo stesso substrato culturale e linguistico.

 

 

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