Saggio

THE FRAME DWELLER
Omaggio, ispirazione e stravolgimento di HPL nel cinema fantastico-orrorifico

di Michele Tetro

( Tratto da "H.P. Lovecraft: Sculptus in Tenebris - Saggi ed iconografia lovecraftiana", Nuova Metropolis, Novara 2001 )


Ho letto un saggio di quel grande maestro che è H. P. Lovecraft in cui si dice che non si dovrebbe mai spiegare quello che succede (nel genere letterario fantastico, N.d.A.), a patto che quello che succede stimoli l'immaginazione della gente, il suo senso del mistero, le sue ansie e le sue paure, e, ovviamente, non contenga evidenti contraddizioni interne.

Stanley Kubrick, in Stanley Kubrick, Biennale di Venezia, Mondadori, 1997.


Chiunque si sia interessato all'influenza della narrativa lovecraftiana nel cinema, il sottoscritto tra i primi, ha tendenzialmente messo in rilievo un nutrito pacchetto di pellicole più o meno ispirate all'opera del Nostro, sottolineando in primis il fatto che in molti casi bisognava parlare più di una sorta di eredità inconscia di tematiche, figure e situazioni lovecraftiane filtrate nel mondo della celluloide che di un vero e proprio appropriarsi delle medesime. L'elenco dei film in questione è sempre lo stesso, a partire da Il mostro della laguna nera di Jack Arnold, 1954 per arrivare all'ennesimo horror di serie Z apparso in home-video, ma in realtà chi può dire davvero quanto registi e sceneggiatori abbiano genuinamente preso dai racconti di Lovecraft, senza rischiare di farsi prendere la mano, ingannati magari da un titolo evocativo ed effettivamente di sapore lovecraftiano come potrebbe essere La presenza nell'attico, La porta inchiavardata o Il devastatore di cadaveri (titoli fittizi inventati come esempio)?
Certo, è evidente che una creatura anfibia come il gill-man apparso nel citato capolavoro di Jack Arnold rimandi meccanicamente ai mostri ittici di Dagon o La maschera di Innsmouth (che Arnold, appassionato cultore di fantascienza, potrebbe effettivamente aver conosciuto leggendo "Weird Tales" o le pubblicazioni dell'Arkham House), ma film come The Ghoul di Freddie Francis o The beast in the attic di James Kelly, entrambi privi di reali componenti soprannaturali e incentrati su degenerazioni regressive di segregati a forza, davvero hanno qualcosa da spartire con la filosofia lovecraftiana (anche tenendo conto del particolare interesse di HPL per le bestiali regressioni umane, palesato in racconti come L'illustrazione nella casa, La paura in agguato e Oltre il muro del sonno)? La similitudine di titoli e un tema incidentalmente trattato anche da HPL non sempre giustifica una effettiva ispirazione alla sua opera letteraria. Come posso dire di una pellicola come L'isola degli uomini pesce di Sergio Martino, 1979 (sempre citata negli elenchi di film lovecraftiani, compresi i miei) che deve qualcosa all'autore di Dagon, quando in realtà è un (buon) plagio de L'isola del dottor Moreau di Don Taylor, 1977, a sua volta tratto da un romanzo di Herbert George Wells del 1896 (il libro avrebbe potuto ispirare lo stesso Lovecraft, che lo ha letto)?
Il celebre mostro apparso nel film Alien di Ridley Scott, 1979, antropomorfo e aragostiforme, rimanda prepotentemente alle creature del romanzo breve Le montagne della follia e ad altre manifestazioni orrende lette nel corpus di racconti lovecraftiano: sicuro, è stato disegnato dal funereo artista svizzero Hans Ruedi Giger, clamoroso illustratore di alcune tavole del Necronomicon di HPL e profeta visivo del biomeccanico. Ma che tutte le imitazioni di questa creatura, viste in decine di pellicole seguenti, debbano necessariamente rimandare a Lovecraft, questo è assurdo. Alla fine ci ridurremmo a dover credere che almeno il cinquanta per cento dei film horror-fantastici abbiano una matrice lovecraftiana, il che non è (ma HPL era un genio, ed è più che lecito crogiolarsi nel credere che la cosa, dopotutto, potrebbe essere possibile! Si rischierebbe però di arrivare ad una non necessaria sopravvalutazione di uno scrittore che non ne ha affatto bisogno).
L'unica soluzione è ripartire in tre categorie specifiche la nostra lista di film, suddividendoli in pellicole ufficialmente tratte da racconti di HPL (e paradossalmente le peggiori), pellicole solo ispirate a tematiche lovecraftiane (alcune davvero notevoli) e pellicole che, in un modo o nell'altro, omaggiano semplicemente il Nostro. Ovviamente, film come Reanimator, From Beyond, La città dei mostri, La creatura, The resurrected, Le vergini di Dunwich appartengono alla prima categoria, film come L'astronave degli esseri perduti, La fortezza, Stati di allucinazione, Alien, La cosa, Il seme della follia alla seconda e film come La casa, Armata delle tenebre, Providence, Omicidi ed Incantesimi, Non aprite quel cancello alla terza.
Perché i film tratti da una fonte originale letteraria sono i più brutti? Semplicemente perché Lovecraft non si presta ad essere tradotto in immagini secondo gli attuali standard. L'atmosfera accuratamente tessuta e motore della vicenda narrata, fondamentale nei suoi racconti brevi, è totalmente assente da questi film (ad eccezione forse di La città dei mostri di Roger Corman, 1963, La morte dall'occhio di cristallo, 1965 e Le vergini di Dunwich, 1969, entrambi di Daniel Haller), affossata da truculenti effetti speciali, quand'anche le trame non siano stravolte da sceneggiatori poco rispettosi degli intrecci di HPL pur se virtuosi nell'operare variazioni più o meno divertenti, ma non lovecraftiane. Un esempio? Proprio quei tre film che dalla metà degli anni '80 portarono alla ribalta il nome di Lovecraft: Reanimator di Stuart Gordon, 1985, From Beyond sempre di Gordon, 1986, La creatura di Jean Paul Ouellette, 1988.
I primi due titoli sono tratti dai racconti omonimi e le trame sono più o meno le stesse del testo scritto ma quel che si vede sul grande schermo è totalmente differente: le cruente imprese necrofile del rianimatore di cadaveri si tramutano in un'orgia di sangue, organi umani impazziti, corpi decapitati che sorreggono il proprio cranio voglioso di operare un osceno cunnilingus ai danni di una nuda fanciulla urlante, il tutto al ritmo di un folle, rutilante cartone animato horror in grado di stemperare i suoi eccessi visivi nella risata liberatoria e nell'ironia più marcata; lo scienziato inventore del risuonatore dimensionale (che nel film diventa un risuonatore sessuale) si trova a dover lottare con un mostro dalle forme falliche, con oscenità vaginali in vena di divorare il malcapitato, con una sensuale dottoressa dal costume sadomaso in pelle nera ben disposta a poco salutari prodezze carnali mentre infine il celebre personaggio di Randolph Carter, narratore di una terrificante storia inerente una casa sfuggita e il suo mostruoso abitante, si trasforma in un giovane a capo di una congrega di studentelli intenzionati a spassarsela con relative donnine in un maniero infestato da una creatura femminile propensa a fare una strage. Se i primi due lungometraggi sono a loro modo divertentissimi, rivoluzionari nel loro genere (horror, splatter forsennato, sesso e humor), decisamente ben fatti per effetti speciali e ritmo (elementi del tutto mancanti nel terzo, decisamente un bruttissimo film), tutti e tre non hanno nulla a che fare con il vero Lovecraft (chi potrebbe essere indotto a leggere i suoi splendidi racconti o stimare il povero HPL per quel grande scrittore che è dopo aver visto queste pellicole, all'insegna di sangue, sesso e idiozia?).
Come già ho sottolineato altrove (vedi nota), almeno i due film di Gordon avrebbero avuto ben altro valore se non avessero necessariamente utilizzato il nome di Lovecraft (forse per nobilitarsi ulteriormente o attirare più pubblico?). E non vale nemmeno la giustificazione data dal regista Brian Yuzna (autore di Reanimator 2 e di un episodio di Necronomicon), interpellato dal sottoscritto in merito a quello che è, assolutamente, uno scempio morale nei confronti dell'uomo Lovecraft (lo stravolgimento operato al contenuto dei suoi racconti): il pur simpatico Brian si è schermito considerando le sue opere semplici omaggi allo scrittore di Providence, riconoscendo l'attuale impossibilità di tradurlo idealmente sul grande schermo. Ma queste pellicole non si possono considerare omaggi al suo genio. Certo non si omaggia né si rende onore o merito ad un puritano, gentiluomo e conservatore, refrattario al sesso come fenomeno di consumo visivo, amante del bello classico con dei film (proditoriamente spacciati per opera sua) a base d'implicazioni sessuali più che palesi, provocatorie ed iconoclaste, fatti per mandare in visibilio un pubblico indifferenziato di cultori trash o splatter (come anche è il sottoscritto). Prendiamo la trilogia di film diretti dal nostro Lucio Fulci nei primissimi anni '80, composta da …E tu vivrai nel terrore! L'aldilà, Quella villa accanto al cimitero e Paura nella città dei morti viventi: si tratta di pellicole ad alto tasso di sangue e violenza visiva, a tasso zero di intelligenza, coerenza, interpretazione e ritmo, sporadicamente fornite d'atmosfera, subito vanificata dallo splatter più pecoreccio. Forse Fulci ha letto Lovecraft (conosce alcune situazioni canoniche tipiche dello scrittore, fa aggirare i suoi zombi e folli negromanti in ambienti lovecraftiani come Dunwich o la Louisiana, cita addirittura il libro di Eibon) ma certo non ne ha capito proprio nulla. Semplicemente (e deprecabilmente) lo ha sposato ad una certa concezione di cinema alla Dario Argento iniettata di George A. Romero (priva, tra l'altro, della verve di Gordon e Yuzna e della tecnica esecutiva americana) e per lui il giochetto è stato fatto. Fulci ha un grande seguito d'ammiratori in Francia ma a conti fatti non è certo un innovatore del genere (potrà piacere a Tarantino o Raimi per certi versi o soluzioni visive di horror artigianale e a basso costo ma si merita la bocciatura magna cum laude per il suo modo di rapportarsi ad HPL).
Tuttavia va ammesso che negli anni '80 (grazie anche al cinquantenario della morte, e al centenario della nascita) il nome di questo scrittore comincia a farsi notare sui poster cinematografici in posizione di rilievo (Dal capolavoro di Lovecraft campeggia a tutto tondo nel flano di Reanimator), il fumetto Dylan Dog se ne appropria, pur nelle sue accezioni più sanguinolente e meno profonde, rendendolo familiare ad un pubblico di adolescenti, le pellicole fantastico-orrorifiche cominciano a citarlo in vari contesti. Insomma, il nuovo cinema della paura si palleggia il nome di Lovecraft come fattore nobilitante (non lo capisce assolutamente, ma lo riconosce). Siamo sempre (o per lo più) nel campo della mistificazione e dello stravolgimento ma forse può essersi innescato un meccanismo di legittima curiosità nei confronti di HPL e del suo lavoro letterario tale da poter dirottare gli spettatori più intelligenti di questi film sul testo scritto (e chissà quale sorpresa sarà derivata nel leggere i racconti originali!). Azzardiamo un paragone a tema: Lovecraft nel cinema è come il Necronomicon nei suoi racconti, tutti lo conoscono ma in realtà nessuno l'ha davvero mai letto.
La seconda categoria di pellicole, quelle ispirate a tematiche lovecraftiane più profonde della semplice apparizione di mostri tentacolati e non riconducibili direttamente ad un determinato racconto dello scrittore, sono un po' un campo minato poiché non si può mai determinare con certezza un reale aggancio con HPL senza correre il rischio di vedere dappertutto il suo zampino (non sarebbe neanche giusto, del resto). Se lo splendido serial inglese di fantascienza dedicato al dottor Quatermass (L'astronave atomica del dottor Quatermass di Val Guest, 1955, I vampiri dello spazio sempre di Guest, 1957, e L'astronave degli esseri perduti di Roy Ward Baker, 1967) ha indubbi richiami con tematiche lovecraftiane (le informi entità extraterrestri, aliene soprattutto in quanto totalmente al di là di antropocentrici concetti quale il bene e il male, l'idea che gli antichi abitanti del cosmo si tramutino nelle forme terrorizzanti del Male biblico durante il corso dei millenni, la fusione tra fantascienza e horror, il rilievo dato all'atmosfera più che al visibile a tutti i costi), certo opere come Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, 1977, o Non aprite quella porta di Tobe Hooper, 1974, entrambe incentrate sul cannibalismo, la regressione dell'uomo a livelli animaleschi di esistenza, il sangue a fiumi, il ritmo tutto pugni-nello-stomaco, ne hanno molto meno (prive, comunque sia, di vere connotazioni soprannaturali).
Alien di Ridley Scott, 1979, è una pellicola profondamente lovecraftiana, non solo nell'iconografia della creatura, ma anche e soprattutto a livello contenutistico: lo spazio visto come incognita di terrore non conoscibile, l'uomo come insignificante entità votata alla sconfitta, l'inquietudine cosmica come elemento portante. Del resto lo sceneggiatore Dan O'Bannon è un vero conoscitore dell'opera del Nostro e in seguito dirigerà il rimarchevole remake di La città dei mostri, The resurrected, 1992. Altre pellicole come gli interessanti La fortezza di Michael Mann, 1983, Stati di allucinazione di Ken Russell, 1980 e La cosa di John Carpenter, 1982, sono rispettivamente tratti da precedenti lavori letterari, rispettivamente di F. Paul Wilson, Paddy Chayefsky e John W. Campbell jr. Il primo può aver preso spunto da alcune tematiche di HPL e il visionario regista Mann ha fatto il resto, creando un superbo film d'atmosfera, particolarismo geografico e mistero non svelato che rispetta appieno la considerazione di Stanley Kubrick sopra riportata. Il secondo caso ci offre una spettacolare e valida raffigurazione scientifica dell'Azathoth tanto paventato da HPL, con uno scienziato protagonista che sembra la versione moderna di tanti suoi colleghi usciti dalla penna del Sognatore di Providence. Chayefsky ha letto Lovecraft? A questo quesito non c'è risposta. Sicuramente John Campbell Jr (decano dell'età d'oro della fantascienza USA, scopritore di Isaac Asimov e tanti altri talenti) detestava stile e contenuti di HPL, al punto di rifiutare racconti di stampo lovecraftiano per la sua rivista "Astouding". Per sua sfortuna invece il regista John Carpenter apprezzava molto il Nostro (aveva già diretto il bellissimo Fog nel 1979, suggestiva storia di vendetta da parte di zombies appestati provenienti dal passato, pregna di un'atmosfera indubitabilmente lovecraftiana, e avrebbe girato in seguito Il seme della follia, 1996, con un finale che sembra preso di peso dal racconto Nyarlathotep) al punto di far disegnare l'alieno polimorfo imprigionato nei ghiacci come se fosse un incubo scaturito dal peggiore dei sogni del Gentiluomo di Providence. Sta infine alla sensibilità e alla cultura dello spettatore trovare accenni di tematiche alla HPL in molti film di genere fantastico ispirati ad opere di altri autori, rispettando comunque la paternità dell'opera stessa.
Nessun rischio tocca la terza categoria di pellicole: l'omaggio di molti film a HPL avviene di solito come divertente trovata. Il Necronomicon, volume maledetto, fa spesso capolino nella esilarante trilogia horror di Sam Raimi Evil Dead (La casa, 1982, La casa 2, 1986, Armata delle tenebre, 1993), comparendo anche nel fulminante Omicidi e incantesimi di Martin Campbell, 1991, il cui protagonista è un investigatore privato di una soprannaturale New York anni '40 di nome H. Phil Lovecraft. Le famose deità iperspaziali come Cthulhu, Yog-Sothot e Shub Niggurath vengono citate in formulari magici nella solita sequenza di evocazione tartarea anche in La chiesa di Michele Soavi, 1988, quando appare in un film l'attore Jeffrey Combs (lo spassoso dottor West) il rimando a Reanimator è sempre imminente: se nel manga-SF-kung fu movie Mutronics: Zoanoids di Steve Wang e Mad Screaming George Combs riveste il ruolo del dottor…East, il siero verdolino utilizzato da Herbert West per rianimare i cadaveri appare anche in The lurking fear di Courtney Joyner, 1994 (a riprova di come la pellicola di Gordon, che poco aveva del Lovecraft letterario, abbia letteralmente fecondato un sottogenere: Lovecraft nel suo racconto omonimo non parlava di un siero verde fosforescente ma tutti gli spettatori ora lo ricollegano a lui). Il regista Alain Resnais, ammiratore di HPL, gli dedica un'intimistica parabola psicologica, un viaggio nelle creazioni della mente e nelle loro conseguenze nel notevole Providence, 1977, con l'ottimo John Gielgud che, verosimilmente, potrebbe essere un anziano Lovecraft.
Attualmente la lista di film ispirati, più o meno, a HPL e alle sue tematiche si è ulteriormente accresciuta: possiamo citare Cthulhu Mansion di J. P. Simon, 1994, The unnamable 2: The statement of Randolph Carter di Jean Paul Ouellette, 1995, Witch Hunt di Paul Schrader, 1995 (tutte piccole produzioni che utilizzano HPL più che altro come pretesto) e sono sempre annunciate opere di più vasto respiro come Le montagne della follia, La maschera di Innsmouth e L'orrore di Dunwich per la regia della coppia Stuart Gordon-Brian Yuzna.
Il Sognatore di Providence s'aggira ancora nel cinema weird come un vacuo fantasma, difficilmente inquadrabile, alla disperata ricerca di qualcuno in grado di rendergli giustizia come pensatore, creatore di miti e di nuove concezioni dell'horror, esploratore di ciò che sta oltre il cosmico velo di Maia, esteta e filosofo. E sta a noi fare attenzione in quale Lovecraft ci imbattiamo al cinema, se nel Lovecraft Uomo o nel Lovecraft Zombie.

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