STORIA DELL’ESCAVAZIONE

LE CAVE AL TEMPO DEI ROMANI

Le notizie certe sulla coltivazione dei giacimenti del marmo di Carrara, risalgono all’inizio del I secolo a.C., quando la regione apuana era già da tempo sottomessa alla dominazione romana.

Allora il marmo era chiamato “marmor Lunense” in quanto il centro estrattivo apuano era identificato con la città di Luna, colonia romana fondata circa un secolo prima e dal cui porto salpavano, alla volta di Roma, le “naves lapidariae” cariche del prezioso materiale.

Antiche testimonianze relative all’utilizzo del marmor lunense per costruzioni pubbliche e private di Roma indicano che a quell’epoca l’estrazione del marmo doveva già avere un carattere industriale.

Studi approfonditi hanno rilevato la presenza di numerose località che mostrano i segni di antiche “tagliate” attribuibili all’epoca romana.

Nelle zone delle cave sono state ritrovate anche iscrizioni, epigrafi, manufatti che testimoniano come l’attività estrattiva fosse strutturata secondo un’organizzazione ben definita che, per il tipo di operazioni da svolgere e per la suddivisione delle mansioni dei cavatori, mostra forti analogie con le tecniche di estrazione in uso nelle cave apuane fino a qualche decennio fa.

In assenza di macchine per il taglio della roccia, questo doveva essere effettuato a mano tramite l’utilizzo di mazzuolo e scalpello, cercando di sfruttare al massimo, come del resto avviene tuttora, le fratture naturali.

Il taglio al monte era eseguito dai “caesores”, mentre il riquadro dei blocchi, che richiedeva una certa abilità nell’uso dello scalpello, era affidato ai “quadratarii”; per il sollevamento ed il trasporto dei blocchi si ricorreva infine ai “maquinarii”.

Tutte le attività di cava erano guidate e controllate dal “magister ab marmoribus” corrispondente all’attuale capo cava.

Purtroppo appare impossibile fare una stima, anche solo di massima, della portata dell’attività estrattiva nell’epoca romana; tuttavia la grande quantità di marmo apuano impiegato nella Roma monumentale fa ragionevolmente supporre che il numero delle cave fosse ben più alto di quelle arrivate fino a noi.

Un dato importante ci giunge infine dagli scritti di Giovenale che agli inizi del II secolo d.C. parla di come le strade di Roma siano invase dai carri che trasportano il marmo lunense.

Si calcola che in una cava di media grandezza che lavorava a pieno ritmo, fossero impiegati, tra operai e corpo direttivo, circa un centinaio di persone, cifra tutt’altro che irrilevante, specie se moltiplicata per il numero complessivo delle cave.


UN PO’ DI STORIA DEL “NOSTRO” PORTORO

Il Portoro è un calcare a struttura microcristallina di colore nero a causa della consistente presenza di sostanza organica. In questa massa troviamo numerose venule di color giallo oro, bianco e rosato dovuto a un parziale processo di dolomitizzazione che ha distrutto, ossidandola, la sostanza organica.

I primissimi blocchi usciti dalle cave dell’isola Palmaria e dallo scalpello degli scultori, servirono per il Battistero della chiesa di Santa Maria a La Spezia e per il palazzo dei marchesi Castagnola.

Il marmo portoro, che nell’anno 1823 veniva estratto da cinque cave della Palmaria, era esportato in tutto il mondo.

Il portoro è stato così ampiamente cavato che oggi è praticamente esaurito; delle trenta cave censite nel 1862 ne rimangono aperte solo alcune, come quella del Muzzerone, con un’attività molto rallentata.

All’isola del Tino la cava è stata in funzione fino al 1984. Alla Palmaria, l’ultima cava ad essere chiusa è stata quella della “Caletta”, situata di fronte al Tino, in seguito all’azione dell’amministrazione comunale, che, preoccupata per lo scempio di quella parte dell’isola, ha emesso un’ordinanza di chiusura nel 1982-1983.

Ancora oggi si trovano sul fondo resti di attrezzature e blocchi di marmo.

 

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