TECNICHE
DI TAGLIO DEL MARMO
Nell’antichità
si faceva una piccola fessura a V e si inserivano dei pezzi di legno e, successivamente, dell’acqua. Il
giorno dopo, il marmo era tagliato perché il legno, dilatandosi, si era
ingrossato e lo aveva spaccato. In
epoca più recente, sempre nella stessa fessura, si mettevano degli
scalpelli di legno o di ferro che, poi, vi si conficcavano con dei
martelli. Verticalmente
lungo il percorso era passata la corda, guida del legamento.
Ciò
si rendeva necessario dato che, sovente, il percorso era interessato da
curve o piatto e ripido, come ad esempio alla Palmaria. Tale metodologia di lavorare, oltre che molto lunga è faticosa, produce notevoli qualità di materiali di scarto che erano impiegati per costruire o per la produzione di calce; ne è prova, come già accennato, la frequente distribuzione delle fornaci in prossimità dei siti estrattivi. Si tratta d’impianti così detti verticali, alcune dei quali in funzione fino a non molti anni fa. Uno dei più importanti era quello in località Grazie, ammesso alla cava “Canale di Rio”, composti da almeno 4 forni. Il progredire, della metodologia estrattiva in funzione, i miglioramenti tecnologici derivati dall’introduzione di nuove apparecchiature, di nuove fonti energetiche, consentirono lo sviluppo delle attività estrattive che iniziò per il portoro dal XIX° secolo, quando, all’inizio dei cunei di legno bagnati o di ferro, dei palanchini, dei cialdini e delle mazze fu sostituita l’esplosione; nel “1883 grosse mine, rudimentale, abbattevano volumi notevoli di marmo per ricavare pochi metri cubi di utile, riquadrabili in misure commerciabili …. ( Pandolfi, 1971)
L’uso dell’esplosivo per estrazione, infatti, se è idoneo per l’abbattimento del minerale in miniera, per pietrusco in cava, mal si adatta alla estrazione del marmo come nel nostro caso, dove occorre ottenere blocchi di grosse dimensioni e di consistenza tale da consentirne la segazione in lastre. In questi casi è possibile usare l’esplosivo (unicamente di tipo deflagrante) solo nelle operazioni preliminari, alla discopertura del “ giacimento ” o per ottenere il completo distacco del blocco precedentemente tagliato con altri sistemi. Per questi motivi, si attua l’estrazione del portoro mediante l’esplosivo. La coltivazione razionale dei giacimenti cominciò solo a partire dal 1898, allorché fu introdotto nel settore il “taglio mediante filo elicoidale” ,tutt ‘oggi adoperato. L’innovazione si deve al belga Enrico Chevageier che l’ ha brevettato nel 1854, successivamente rinnovata da Michel Ihnos, ma solo dopo la realizzazione della macchinetta perforante manticolo (ideato ing. Manticolo del corpo delle miniere) a puleggia penetrante, si ottenne la maggior efficacia di applicazione della metodologia col massimo di produttività. Il
filo elicoidale è un cavo d’acciaio di diametro variabile. Il
filo elicoidale scorre in punti dannanti circostanti da cava. L’insieme
delle pulegge costituisce un circuito chiuso che si sviluppò di filo
che varia da 800 a 1200m. L’alimentazione
è data da una puleggia motrice di dimensioni maggiore delle altre,
collegato ad un motore diesel o elettrico; da questa il filo corre alle
altre pulegge. Un
carrello carico, posto su un piano inclinato, fa da contrappeso, infine
il circuito è chiuso dalle pulegge di avanzamento o pulegge penetranti
poste ai lati della cava di taglio.
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