L'Anglona: Origini e storia.

 

L’attuale Comunità Montana dell’Anglona disegna una vasta regione che comprende l’Anglona propriamente detta (distinta fra Bassa Valle del Coghinas e Anglona interna), due paesi storicamente galluresi quali Badesi e Viddalba ed uno, Tergu, appartenuto nel passato più lontano alla regione di Montes (Osilo).

La definizione "curatorìa d’Anglona" rimanda evidentemente a quel periodo della storia della Sardegna noto come "età giudicale" (secoli X-XIII), ovvero ai secoli in cui l’isola era suddivisa in quattro regni o Giudicati: Torres o Logudoro (al quale apparteneva l’Anglona), Gallura, Arborea e Cagliari.

Ogni Giudicato era articolato internamente in vari distretti amministrativi chiamati curatorìas, che coincidevano con delle precise aree geografiche o ricalcavano i confini delle diocesi.

Questa organizzazione territoriale si rivelò talmente efficace da rimanere vigente anche nei secoli successivi. Ancora oggi si conservano vivi i nomi di Nurra, Romangia, Anglona, Meilogu, Goceano, Marghine, solo per citarne alcuni, i quali altro non sono che i nomi delle antiche curatorie giudicali. Curiosamente, il nome "Anglona", di origine bizantina, significherebbe proprio "cantone, distretto amministrativo".

Ogni curatoria era retta da un curatore (nominato dal Giudice), al quale spettavano funzioni di carattere fiscale e giudiziario. L'importanza e il prestigio di questa carica facevano sì che spesso venissero nominati curatori i figli o i parenti dello stesso Giudice, oppure gli esponenti di famiglie appartenenti al rango dei maiorales.

A causa della povertà delle fonti documentarie dell’età giudicale, ci sono pervenuti dell’Anglona i nomi di soli tre curatori: Niscoli de Thori, in carica nel periodo del Giudice Barisone I (-1065-), Pietro de Serra de Jerusalem, del periodo di Gonnario (1127-1153) ed infine il donnikellu Comita (figlio del Giudice Gonnario), nominato nel 1147. Quest’ultimo personaggio compare citato nelle fonti come curatore di Anglona e Ogianu (distretto che nei secoli successivi andrà a costituire parte della contrata di Monteacuto).

All'interno di ogni curatoria vi era un certo numero di villaggi (villas), ciascuno dei quali governato da un maiore, nominato dal curatore, con competenze fiscali, giudiziarie e di polizia. L’Anglona contava un elevato numero di villaggi, alcuni dei quali sopravvissuti fino ad oggi, altri abbandonati in seguito a guerre e pestilenze dalla metà del XIV secolo in poi. La curatoria abbracciava i territori comunali attuali di Castelsardo (allora Castelgenovese), Bulzi, Chiaramonti, Erula, Laerru, Martis, Nulvi, Perfugas, S. Maria Coghinas, Sedini, Valledoria, più alcune porzioni di quelli di Tergu, Osilo, Sorso e Sennori. Oltre ai villaggi citati (Erula e Valledoria sono però di recente fondazione), vi erano i seguenti villaggi, scomparsi: Ampulia, Bangios, Billikennor, Bolonianos, Casteldoria, Ficus, Frexanu, Gavazana, Lesegannor, Monte Furcadu, Murtetu, Orria Manna, Orria Pithinna, Ostiano de Enena, Ostiano de Monte, Ostiano de Optentano, Salasa, Sevin, Simbranos, Solio, Sordella e Speluncas. Quasi tutti i villaggi scomparsi sono stati localizzati con precisione e individuato topograficamente il loro sito; fanno eccezione Ostiano de Enena, Ostiano de Monte, Ostiano de Optentano e Sordella, anche se si registrano nel vasto territorio anglonese diverse stazioni archeologiche di età medioevale prive di riferimento ad antichi abitati e per questo riconducibili ipoteticamente ai suddetti villaggi.

Il centro di Ampulia costituì un importante scalo dei commerci tra Sardegna e Genovesi nel XIII secolo, e fu la prima sede della diocesi di Ampurias, con la quale l’Anglona più o meno coincideva. Si entra qui nel complesso problema dei confini della curatoria, che non possono essere stabiliti con precisione, sia perché non è dato sapere se e come l’Anglona abbia variato la sua estensione nei secoli X-XIII (sono note invece le annessioni di Viddalba, Bisarcio e Orvei nel XIV secolo e di Tergu nel XV), sia perché non possediamo fonti che indichino questi confini. Tuttavia, gli studi condotti finora sull’insediamento umano medioevale in Sardegna (ci si riferisce agli studi di Casula, Tangheroni, Terrosu Asole, Day, Meloni, Castellaccio, ecc.) hanno proposto dei criteri di determinazione dei confini basati su fattori geografici, linguistici, oltre che sull’eredità amministrativa dei secoli post-giudicali e sulla memoria storica popolare.

Quanto all’economia di questa regione, le attività agro-pastorali dovevano essere fiorenti insieme a quelle artigianali ed al commercio, sulla spinta anche della influente presenza genovese: si pensi ai tre scali di Castelsardo (Frexanu, L’Agustina e Mare Picinnu) e a quello di Ampulia, che poteva contare anche su una parziale navigabilità del Coghinas. Assai importante era poi la presenza monastica, cassinese e camaldolese, apportatrice di novità nelle tecniche agrarie. L’ordine monastico camaldolese contava sulle chiese di S. Maria Maddalena e di S. Giusta, entrambe facenti capo alla villa di Orria Pithinna. Tuttavia assai maggiore era la presenza dei cassinesi, con l’abbazia di S. Maria di Tergu e le chiese di S. Pietro di Simbranos, S. Nicola di Solio, S. Elia di Sedini, S. Nicolò, S. Pietro e S. Giovanni di Nulvi.

Con la fine di fatto del Giudicato di Torres (1259) l’Anglona passò probabilmente sotto il dominio dei Doria, anche se un documento del 1282 ci informa della vendita a Brancaleone Doria da parte di Corrado Malaspina di Castelgenovese e di Casteldoria con la curatoria di Anglona, segno che i Malaspina dovevano averne assunto il controllo per un certo periodo. Tuttavia da quel momento in poi i Doria divennero signori incontrastati dell’Anglona, e non solo, fino a buona parte del Trecento. All’iniziativa degli stessi Doria si deve l’edificazione nel XIII secolo di Castelgenovese e Casteldoria e, nel XIV, del castello di Chiaramonti.Intorno alla metà del Trecento il re d’Aragona Pietro IV rilevò dai fratelli Brancaleone, Matteo e Manfredi Doria, figli di Bernabò, i diritti sulla metà di Alghero con le curatorie di Anglona, Nurcar, Caputabbas, Meilogu e Bisarcio. A Brancaleone e Matteo Doria venne infeudato Castelgenovese. Nel 1349 il governatore di Sardegna Riambau de Corbera concesse tutto il territorio dell’Anglona a Giovanni d’Arborea, il quale occupò la zona pur non avendo la ratifica regia. Tuttavia nello stesso anno Giovanni venne fatto imprigionare dal fratello, il Giudice Mariano, e l’Anglona tornò così in mano ai Doria. Quando nel 1376 Brancaleone Doria sposò Eleonora d’Arborea unificò in forma personale i suoi possedimenti sardi con quelli giudicali arborensi, tra i quali nel 1388 compaiono anche la contrata de Anglona (comprendente l’ex curatoria di Anglona e il villaggio di Bisarcio) e Castelgenovese, cui faceva capo anche il villaggio di Coghinas. Il 1388 è l’anno della pace concordata tra Aragonesi e il Giudicato di Arborea. Nella sottoscrizione degli atti l’Anglona fu rappresentata da Nicolao de Vare, di Chiaramonti, su procura ricevuta nello stesso villaggio da tutti i maiores, juratos e abitanti del territorio. Al governo dell’Arborea salì nel 1409 Guglielmo visconte di Narbona, nipote francese di Eleonora, che nello stesso anno venne sconfitto duramente a Sanluri da Martino il Giovane, re di Sicilia ed erede d’Aragona. Dopo un ulteriore decennio di resistenza, il 17 agosto 1420 Guglielmo di Narbona rinunciò definitivamente ai propri diritti dinastici, dietro il pagamento della somma di 100.000 fiorini d’oro da parte del re d’Aragona.

L’Anglona e il Monteacuto si ribellarono al fiscalismo imposto dalla Corona per assolvere al debito contratto col visconte di Narbona, ma furono piegati da una cavalcata dimostrativa condotta da esponenti dell’oligarchia sassarese. Pochi giorni prima che il re d’Aragona Alfonso V il Magnanimo convocasse il Parlamento del Regno di Sardegna, celebrato nel gennaio-febbraio 1421, venne concessa a Luis de Pontos, ex viceré, la signoria del Meilogu e dell’Anglona. I sindaci dell’encontrada di Chiaramonti (ovvero la stessa Anglona?), Cristoforo Usay e Giovanni de Serra sottoscrissero gli atti del Parlamento. Nello stesso anno (15 febbraio 1421) l’Anglona venne infeudata a Bernardo de Centelles, mentre Castelgenovese e l’area di Coghinas (comprendente i villaggi spopolati di Casteldoria, Coghinas, Monte Furcadu, Viddalba e l’Isola Rossa) rimasero in mano ai Doria. Nel 1434 Francesco Gilaberto de Centelles (figlio di Bernardo) prese parte alle operazioni militari contro Nicolò Doria, riuscendo ad annettersi la baronia di Coghinas. Quest’ultima venne acquistata all’asta nel 1443 da Angelo Cano, cognato del Centelles. Dopo la morte di Angelo Cano il Coghinas venne riacquistato nel 1447 dallo stesso Centelles che due anni dopo ebbe il titolo di conte d’Oliva (dall’omonima città spagnola ubicata presso Valencia). Nel 1448 gli Aragonesi conquistarono anche Castelgenovese, cui venne accordato lo statuto di città regia, e nel 1453 ne fu nominato castellano lo stesso Francesco Gilaberto de Centelles. Sul finire del Quattrocento gli eredi del Centelles si trasferirono in Spagna, lasciando l’amministrazione del vasto feudo sardo (che comprendeva le regioni di Anglona, Montes, Coros, Figulinas, Meilogu, Costavalle, Marghine, Goceano e Monteacuto) ad un regidor che risiedeva a Sassari. Il territorio venne diviso in encontradas, che ricalcavano in buona parte gli antichi confini delle curatorie, ciascuna affidata a un oficial. I villaggi erano amministrati da mayores e luogotenenti, coadiuvati da una serie di funzionari fiscali, giudiziari e di polizia. Nulvi era il capoluogo dell’Anglona, mentre la baronia di Coghinas era amministrata da un podestà, nominato dal regidor, residente a Sedini. Diversi erano i tributi ai quali erano sottoposti i vassalli. I principali erano il feudo, pagato annualmente in denaro da tutti; il laor de corte, pagato in grano in rapporto al numero di gioghi impegnati; il diritto del vino, tributo annuale versato in base alla quantità di uva vendemmiata; le decime per le pecore, le capre ed i maiali; il fitto per salti demaniali destinati al pascolo. Nel 1591 Maddalena de Centelles donò il feudo a suo figlio Francesco Tommaso Borgia (italianizzazione del cognome spagnolo Borja). Nel corso del Cinquecento e del Seicento, grazie al baluardo di Castellaragonese (nuovo nome di Castelgenovese), le coste dell’Anglona non soffrirono particolarmente le incursioni barbaresche, se si esclude l’attacco del 1527-28, quando un contingente di soldati franco-genovesi tentò inutilmente la conquista della città, dirigendosi successivamente verso Sassari, che venne occupata e saccheggiata. Numerose furono invece carestie e pestilenze. Negli atti del Parlamento del 1592 l’Anglona viene definita così povera que a penas té per mengiar y sembrar. La peste del 1652 causò a Nulvi la morte di 570 abitanti per 1000, colpendo in generale il 50% della popolazione anglonese. Le condizioni economiche e sociali favorirono nella metà del Seicento la diffusione del banditismo, fenomeno destinato ad assumere proporzioni rilevanti nei secoli successivi.

Ancora nel Settecento e Ottocento, la storia dell'Anglona si identifica con quella feudale dello "stato" di Oliva. Col passaggio della Sardegna ai Savoia (1720), si avviò una fase contrassegnata dall'iniziativa politica tesa al rinnovamento e al progresso, che apportò una certa crescita economica. Ad ostacolare l'intervento riformatore nelle campagne vi erano però i privilegi dei feudatari, del clero e delle città regie, accompagnati dalla diffidenza del governo piemontese verso la popolazione sarda, descritta a tinte particolarmente fosche nelle numerose Relazioni settecentesche. Nel 1722 venne ingiunto ai "signori" spagnoli di Sardegna di giurare fedeltà al re Vittorio Amedeo di Savoia, sotto pena della confisca dei feudi. Nel 1740, dopo la morte senza discendenza di Luis Ignasi de Borja, duca di Gandía e titolare dello stato di Oliva, i feudi sardi vennero devoluti al Real Patrimonio e Fisco del Regno di Sardegna. Tra i problemi che afflissero l'Anglona nel Settecento vi erano quelli relativi all'amministrazione della giustizia e all’ordine pubblico: criminalità, banditismo, faide, contrabbando. Il banditismo (diffuso soprattutto nel nord dell'isola), oltre che fenomeno delinquenziale, assumeva i connotati di resistenza alla nuova dominazione e venne combattuto con la corruzione e la repressione. Frequenti spedizioni militari vennero organizzate dal governo piemontese: una di queste fu condotta con successo nel 1749 nel Sassu di Chiaramonti (rifugio storico dei banditi), dove degli oltre 300 malviventi che vi si rifugiavano circa 200 vennero uccisi sul posto o catturati e poi giustiziati. La prevalenza della pastorizia sull’agricoltura (forte era la presenza nell’Anglona di pastori galluresi) veniva anch’essa considerata un problema poiché lasciava all’incolto vaste aree. Dalla seconda metà del Settecento, con il riformismo boginiano, il governo sabaudo intraprese una serie di interventi in vari settori della vita civile: amministrazione della giustizia, servizio postale, opere di bonifica, università, fondazione dell’Archivio di Stato, ecc. Dal 1760 si proibì l’uso dello spagnolo nel parlare e negli atti pubblici, incentivando nel contempo l’insegnamento della lingua italiana. Furono predisposti inoltre progetti di ripopolamento nelle zone dei villaggi abbandonati, con l’intento di inserire elementi esterni all’isola (Lucchesi, Maltesi, Corsi) e favorendo contemporaneamente anche la mobilità interna, al fine di ridare vigore alle attività agricole. Per mettere ordine nell’assetto amministrativo, il ministro Bogino introdusse nel 1771 una riforma, che prevedeva di uniformare la composizione dei consigli civici e di istituire i consigli comunitativi nei villaggi infeudati, fino ad allora privi di un vero e proprio organo di rappresentanza. Nell’ottica del governo piemontese i consigli di comunità dovevano diventare uno strumento di controllo del potere baronale, oltre che un’opportunità di progresso sociale. Nel 1767 il re Carlo Emanuele III restituì il feudo agli eredi di Oliva, giunti finalmente a un accordo: Maria Giuseppa Pimentel assunse allora i titoli di principessa di Anglona, duchessa di Monteacuto, marchesa del Marghine e contessa di Osilo e Coghinas. Nonostante una qualche influenza positiva apportata dal riformismo sabaudo sul fronte della produzione agricola, cresceva il malcontento della popolazione contadina che negli anni Ottanta del XVIII secolo cominciò a ribellarsi al versamento dei tributi feudali. Il tentativo d’invasione francese e la successiva autoconvocazione dello stamento militare nel 1793-96 condussero all’aperta ribellione contro il governo sabaudo, sordo alle richieste della classe dirigente sarda. La rivoluzione da fatto prevalentemente urbano si allargò alle campagne, con conseguenze anche nell’Anglona, e da scontro istituzionale acquisì il connotato di liberazione dall’oppressione feudale. Le agitazioni assunsero particolare violenza a Nulvi, Bulzi e Sedini. Nuovi moti antifeudali si ebbero anche nel 1800, seguiti da durissime repressioni. Con l’Editto delle Chiudende (1820-1823), il governo sabaudo intese eliminare o ridurre il regime di comunione dei terreni (vidazzone) ed avviare trasformazioni agrarie e incrementare la produzione. Tutto ciò se andava incontro alle istanze dei proprietari coltivatori benestanti, ledeva l’interesse dei contadini poveri e soprattutto dei pastori, acuendone la conflittualità. Il successivo passo verso l’abolizione del feudalesimo (1835-1840) realizzò le istanze dei contadini e contemporaneamente rese più forte il potere centrale. Si procedette al riscatto, feudo per feudo, mediante accordo con ogni singolo titolare; la somma veniva ripartita fra i comuni infeudati. Il 5 marzo 1843 i Tellez Giron eredi dello stato di Oliva cedettero i propri diritti al fisco. Tuttavia la situazione non migliorò sensibilmente e nel 1847 moti di protesta si levarono per la richiesta di riforme analoghe a quelle concesse dal re in Piemonte e di interventi mirati a superare il grave stato di indigenza in cui versava gran parte dell’isola. Tutto ciò culminò con la richiesta (promossa da una, seppur assai influente, minoranza rappresentata dalle élites urbane), accolta, della "perfetta fusione" con gli stati sabaudi di terraferma e la conseguente estinzione dell’autonomo Regnum Sardiniae di eredità aragonese e spagnola. Secondo la situazione amministrativa fotografata dall’Angius nella prima metà dell’Ottocento, l’Anglona ricadeva nella provincia e prefettura di Sassari e comprendeva Castelsardo, Bulzi, Chiaramonti, Laerru, Martis, Nulvi, Perfugas e Sedini. Nella seconda metà del secolo si manifestarono ancora segni di malcontento. Frequenti furono i disordini e gli atti criminali nelle città e nelle campagne, dove si acuiva il contrasto fra contadini e pastori per questioni di sconfinamento del bestiame e dove il banditismo ormai dilagava. Dopo l’unità d’Italia si aprì la stagione delle inchieste parlamentari, volte a verificare le condizioni generali nell’isola e a valutare il tipo di interventi da adottare. Le vicende dell’Anglona non furono molto dissimili dal resto della Sardegna. In conseguenza della cosiddetta guerra delle tariffe doganali con la Francia, l’economia subì un ulteriore tracollo negli anni Ottanta del secolo, con una serie di fallimenti che travolse le banche sarde. Crebbero il fenomeno della disoccupazione ed il flusso migratorio. Tra fine Ottocento e primi del Novecento il governo italiano promosse diverse iniziative di carattere legislativo a favore del credito agrario, viabilità, operazioni portuali, istruzione pubblica, ecc. L’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale (1915) significò per i Sardi un’esperienza in prima linea nel conflitto, in un momento caratterizzato da una nuova grande crisi dell’agricoltura e dell’industria mineraria. Gli anni successivi alla Grande Guerra portarono alla costituzione del Partito Sardo d’Azione, il cui ruolo propulsivo politico-culturale fu presto ridimensionato dall’avvento del fascismo. Il ventennio fu caratterizzato anche nell’isola dal progressivo annientamento dell’opposizione e da alcuni significativi interventi pubblici quali le imprese di bonifica e lo sfruttamento delle miniere di carbone. Non mancarono tuttavia moti di protesta contro l’eccessiva pressione fiscale e riprese vigore anche il fenomeno del banditismo. Dopo il secondo conflitto mondiale, le croniche condizioni economiche e sociali della Sardegna conobbero qualche miglioramento grazie alla poderosa campagna di bonifica delle zone malariche (1946-1949). La storia successiva è quella che passa attraverso la grande illusione, poi tradita, del petrolchimico, ed il fallito rilancio del comparto agricolo e minerario, cui seguì il massiccio fenomeno dell’emigrazione, fino al timido rilancio della Sardegna attuale, votata quasi esclusivamente al turismo, ancora alla ricerca di una vera e solida dimensione politica, economica e sociale.