Scrivi un commento e leggi gli altri perchè è la cosa più gradita

  bimbi CLICCA QUI PER SCRIVERE




INSEGNARE A SAPER ESSERE (un articolo trovato e inviato da Rosaria D. che fa riflettere)

Lapsus Vitae

Se non diamo ascolto al disagio che pulsa nel nostro cuore, i moniti diventano sempre più pressanti, finché un qualcosa, poi, succede, e ci obbliga a guardare in faccia alla realtà...
(di Carla Caporale)

Lo scrittore inglese Aldous Huxley, quando nel 1932 pubblicò il suo Mondo Nuovo, fece inorridire per le idee su quel futuro così buio, tuttavia aveva colto in pieno i pericoli di disumanizzazione a cui stavamo andando incontro. La sua società pianificata e strutturata, a favore di un pragmatico produttivismo, dove la cura ai sentimenti era bandita, riduceva gli uomini a specie di robot in carne ed ossa, ingranaggi di un sistema dove il progresso scientifico era l'unica soluzione per giungere all'appagamento.

A noi, oggi, forse non sembra essere dei robot, in fondo crediamo di poter scegliere, tuttavia, quello che scegliamo non è spesso dettato dalle nostre vere e profonde esigenze. Queste, infatti, sarebbero di gusti molto più semplici e genuini, in contrapposizione, però, con ciò che il consumismo impone! L'essere umano, in fondo, ha solo voglia di felicità, ed è qui che si insinua l'astuto tranello: non puntando più sui valori interiori, quelli che, per intenderci, ci darebbero la possibilità di iniziare l'ardua scalata verso la felicità, siamo invece sobillati da palliativi che danno una specie di piacere immediato e passeggero, così che, subito dopo, siamo obbligati a ricercarne e consumarne di nuovi! Eccoci, dunque, alla ricerca frenetica del benessere esterno, per garantirci la possibilità di acquisire tutti quei palliativi che, per un momento, ci daranno una sensazione di benessere e potere. Abbiamo bisogno di "cose", che esibiamo come trofei, sperando forse di mettere a tacere quel grido che, da dentro di noi, reclama la sua sete mai placata.

E così viviamo, più o meno consci di questo nostro mal di vivere che ci attanaglia, a cui reagiamo diventando iperattivi, corriamo, produciamo, sfoggiamo, accumuliamo, poi, ogni tanto ci arrabbiamo - pensando forse di mostrare la nostra autorità. L'arroganza, oggi, è divenuta sinonimo di potere. I sentimenti sono schiacciati, le paure profonde sono accantonare, mentre recitiamo la parte dei conquistatori. L'amore è diventato sesso, ben frammischiato al senso di potenza e al suo illusorico prestigio. La vita si è trasformata in una gara, più o meno gratificante, dove non c'è spazio per la ricerca della felicità, quella vera, quella che per trovarla implica la fatica della solitaria scalata alla montagna sacra.

Purtroppo l'educazione, nella maggior parte dei casi, non riesce a farci nascere - come il termine stesso starebbe a indicare (e-ducere, portare fuori). Senza che ce ne siamo effettivamente accorti, all'educazione è subentrata la corsa al benessere, che ha plagiato e conformato gli individui, in base alle esigenze sociali del 'progresso' e alle convenienze. Quello che ne deriva è così un soggetto frustrato, anzi la psicologia userebbe il termine più eclatante di "castrato", dove le nostre forze più vere e potenti vengono soffocate, al servizio dei pro forma. Una intima censura - che falsamente prende il nome di morale - ci schiaccia sotto la sempre possibile condanna dei nostri pensieri e delle nostre azioni - se solo osassimo oltrepassare i limiti indicati -, e la profonda sensazione di non essere mai abbastanza bravi e meritevoli, ciecamente ci spinge a inibire sempre di più la nostra anima, mentre ogni iniziativa personale, che aprirebbe finalmente uno spiraglio in questa maglia che ci stringe e soffoca, viene regolarmente messa da parte.
Spiritualmente repressi, serviamo ottimamente il sistema utilitaristico: produciamo e consumiamo.

Tuttavia, noi non siamo in questo luogo terreno per accumulare bottini, lo dimostra il fatto che alla nostra morte lasciamo tutto qui. I beni materiali ci servono semplicemente per avere di che vivere su questa Terra, mentre impariamo ciò che siamo venuti ad apprendere. Se con il nostro libero arbitrio scegliamo, anzi, non scegliamo – che è, però, anche questa una scelta - di occuparci delle faccende dello spirito, la vita ce lo continua a ricordare. All'inizio sono esortazioni sussurrate, spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma viviamo forse dei malesseri di cui siamo più o meno consapevoli. In seguito, però, se non diamo ascolto al disagio che pulsa nel nostro cuore, i moniti diventano sempre più pressanti, finché un qualcosa, poi, succede, che ci obbliga a guardare in faccia alla realtà. C'è chi, nonostante la caduta che sperimenta, si rialza e riprende tale e quale a prima. C'è chi, invece, inciampa e comincia così a riflettere e comprende che è tempo di cambiare.

Anche nella vita ci sono questi "cedimenti", momenti imprevedibili in cui si scivola dalle impalcature costruite e si sbatte la faccia a terra. Sono dei momenti importantissimi, anche se dolorosi, perché la coscienza, in quei frangenti, può dare inizio a un processo di accrescimento. Infatti, solo qui, a contatto con le reali fondamenta della vita, è finalmente possibile riacquistare la giusta prospettiva e ritrovare le proprie vere motivazioni che la voce della nostra anima continua a indicarci.

E qui inizia il lavoro, dapprima ne siamo spaventati, il nostro io conformato, deve ora sbarazzarsi delle sovrastrutture per arrivare a trovare la sua vera natura! Questo processo inquieta. Se da un lato il soffio di libertà che ne deriva ci inebria, dall'altro ci sentiamo al cospetto intransigente dell'ambiente in cui siamo vissuti fino ad ora. L'abitudine a giustificare le scelte che non si conformano alle aspettative è ancora forte e opprimente. Spesso ci fa ritardare il processo di recupero interiore. Ma, arrivati a questo punto, non si può più tornare indietro, se lo si fa, la sofferenza è estrema, perché ormai abbiamo intravisto la possibilità di felicità e abbiamo compreso il senso della nostra venuta qui su questa Terra. Non rimane dunque che proseguire, e per placare l'ansia che ci prende, prima o poi impariamo che dentro di noi, accanto a quell'inquietudine che ci fa stare così male, c'è pure un mare eterno di luce, forza d'animo, bellezza e amore.

Noi temiamo gli avvenimenti contrari, perché ci aspettiamo che la felicità arrivi dal di fuori, invece queste situazioni "negative" rappresentano dei veri e propri punti d'appoggio che, affrontandoli e gestendoli con lo spirito giusto, ci permettono di scalare la "montagna sacra" verso la felicità. Lo scalatore va a caccia di vette da affrontare, perché cerca la gioia che lo investirà quando finalmente avrà raggiunto la cima, e ai suoi piedi si estenderà il mondo intero. Noi viviamo con lo spirito sbagliato: cerchiamo fuori ciò che invece è solo il risultato del nostro atteggiamento verso le circostanze e di una saggia visione.

Platone faceva l'esempio di un veliero il cui capitano se ne stava prigioniero in cabina mentre la ciurma, disordinatamente e senza accordo, scorrazzava sulla nave, in balia degli eventi.
Non possiamo accusare gli avvenimenti, per la nostra infelicità! Dobbiamo ritornare al timone della nostra esistenza e veleggiare, affrontando marosi e possibili tempeste, verso i lidi che ci siamo prefissati. Importante è saper riconoscere i lidi, oltre l'orizzonte, il cui sforzo, nell'affrontare le difficoltà, ne faccia valere la fatica e la pena. Quando manca le necessaria visione per identificare la vera "terra promessa", combattiamo come Don Chisciotte contro dei mulini a vento, senza riconoscere, per lungo tempo, che quelli non sono i veri Guardiani della Soglia, ma unicamente delle mere illusioni!

La vita è come un pezzo di terra che ci viene dato. Se ci lasciamo crescere le erbacce, non ci possono crescere i fiori. Ma se infine decidiamo di farne un bel giardino, bisognerà pulirlo da tutto ciò che lo infesta, costi quello che costi in tempo, lavoro, dedizione e fatica. In seguito si potranno seminare quei fiori, che a suo tempo, allieteranno il nostro cuore. Attenzione, però, a riconoscere i fiori giusti: plastica e brillanti, non profumano.

invia una tua esperienza didattica