SABA Il poeta rinasce in una bolla di sapone di ERMANNO KRUMM Ritrovate da Arrigo Stara, in due grossi fascicoli, quattro poesie inedite di Umberto Saba dattiloscritte, con correzioni autografe. Due brevi componimenti, del 1916 17, da aggiungere a quelli pubblicati nell'"Intermezzo quasi giapponese" del Canzoniere del 1919 (espunti però tranne due dalle edizioni definitive, a partire dal 1945). E due poesie piu' ampie, del 1933 (rispettivamente di febbraio e marzo), che si collocano in un momento decisivo per lo scrittore triestino. Saba aveva "dimenticato" questi fogli in uno di quei faldoni che ancora oggi riempiono le pareti della sua libreria antiquaria, "il nero antro sofferto" in cui ha lavorato e vissuto dal 1919, anno in cui, lasciata la direzione di una sala cinematografica di proprietà di parenti, compra la libreria di via san Nicolò. E dove rimane finché le leggi razziali non lo obbligano (lui di madre ebrea e padre cattolico) a organizzare una finta vendita a favore del fidato assistente Carletto Cerne e a lasciare Trieste. Torna alla sua libreria alla fine della guerra, e vi resta fino all'anno della morte. Carletto cos lo chiamavano tutti rileva allora l'attività che, a sua volta, lascia al figlio Mario, attuale gestore. E' qui da questa via aperta sul mare, nella sala dove campeggia la foto dell'antico, illustre proprietario che Arrigo Stara, curatore delle opere di Saba ( Tutte le poesie e Tutte le prose, Meridiani, Mondadori, rispettivamente 1988 e 2001), ha rinvenuto i versi che pubblichiamo in esclusiva. Piu' volte menzionata nell'epistolario ricorda adesso Stara si pensava che "Bolle di sapone" fosse andata perduta. Si sapeva solo che era stata composta in occasione del ritorno in città dell'amico Nello Stock (delle famose distillerie) e che Saba la considerava la prima della serie intitolata Parole (1933 34) . Scritta dopo un lungo silenzio (anche in seguito all'esperienza psicoanalitica con Weiss), la poesia ritrovata inaugura quello straordinario periodo che ha come segnala Saba stesso "qualcosa di nuovo, come una nuova strana primavera". Una "seconda rinascita", aggiunge Mario Lavagetto, lettore assiduo e attento del Canzoniere. Nuova la lingua: meno rime, arcaismi, parole tronche e forzature; nuova la serenità, la calma tutta al presente. L'autobiografico "io" del poeta sembra, dopo la cura, acquietato, mentre i precedenti eccessi "narrativi" lasciano ora il posto alla forza delle immagini. In "Bolle di sapone", per esempio, si stagliano le figure di Saba e Stock. All'inizio, pochi versi ben in rilievo, con quell'"arrivo allegro come una bandiera / allegra". Poi il botta e risposta dei due, seguito dal passaggio sulle parole come bolle "in aere vaganti", chiara ripresa di una dichiarazione di poetica del 1920: "Anche i versi somigliano alle bolle / di sapone; una sale e un'altra no". La poesia si conclude, infine, con un commento epigrammatico, tipico di Saba. "Marcia", la seconda poesia del '33 ritrovata, ruota intorno all'immagine della primavera "tragica", che pare fatichi, come il poeta cinquantenne, a rinascere. Nella versione definitiva di Parole, questo antichissimo tema poetico ritorna in un altro testo, "Primavera", dove la stagione degli amori uccide e resuscita crudelmente. La bella, e di nuovo epigrammatica, chiusa di "Marcia" ("Vivere / È piu' difficile a noi di morire") ricorda quella di una poesia piu' tarda, "Sera di febbraio", che esprime lo stesso male di vivere: "E' il pensiero / della morte che, infine, aiuta a vivere". Giocosamente risolte in un giro di rima, le due composizioni brevi su modello giapponese ( aiku ) riproducono il clima dei Versi militari (1908). Anche se scritte durante la Prima guerra mondiale, risentono del piacere del giovane che aveva trovato se stesso fra i soldati: piacere del cane che mena lo coda ("Soldato sul camion") e di quell'ironico far atto di mitragliare ("Soldato di scorta"). Nell'esercito come parata e come spettacolo prevale di nuovo la forza dell'immagine (senza drammi). Forse perché anche in questo caso, come con la primavera, Saba riprende antiche figure della poesia che nei secoli, Novecento compreso, si rinnovano senza perdere la loro carica figurativa.