Capitolo 7
La malizia nella moglie di Sitbar Alì, questa schiava dei sensi, aveva conciliato per Diego una criminosa passione.



Non appena tornato nella casa di Sitbar e Rachele, il tonnaroto non ebbe tempo di salutare i compagni di cattività, che si buttò sul suo giaciglio e cadde in un sonno profondo dal quale si risvegliò il giorno dopo, con un appetito saziato a mala pena dalla frutta giunta ai suoi padroni con la sua stessa carovana.

Quando la sera successiva Diego Martinez e Diego da Paceco tornarono dalla loro bottega al souk degli orafi, trovarono Peppe riposato e relativamente in forma. Solo le occhiaie un poí più pronunciate del solito e una certa aria depressa denunciavano líintenso sfruttamento fisico che aveva subito nelle settimane precedenti.

- Il Signore vi benedica. Come state? - fu il saluto di Martinez.

- NunÖ cíèÖ mali. EÖ vuiÖcomu vi la passàti?

- Il lavoro nella bottega va bene, ma non abbiamo roba da lavorare. E siccome il patruni non ha intenzione di comprare corallo grezzo, siamo costretti ad andarlo a rubare.

- Rubari?Öin qualiÖ postu? - chiese Peppe dopo un lasso di tempo tanto lungo da far pensare che avesse abbandonato líargomento.

- Nei muri di li casi di li ricchi. Tu nun lu sai, ma n'Tunisi li ricchi mùrano pezzi di corallo sullíintonaco, che mùrano corallo sullíintonaco. Sérvinu a lassare fora di casa li spiriti maligni e li animalazzi, comu serpi e scurpiùni. E accussì noiautri, di notti, li rattàmo da li mura cu li raschietti, aràcio aràcio, senza fari rumori, che se ci pìgghiano, ci ammazzanu a lignàti, che ci ammazzanu a lignàti, - spiegò il compaesano.

- EÖ vi hannuÖ maiÖ pigghiato?

- Già una volta, la simàna passata, - disse Martinez. Poi prosegui: - Siamo tornati qui con la schiena piena dei segni delle nerbate del padrone di una casa da cui stavamo rubando via i coralli. Essere costretti a rubare il materiale per svolgere onestamente il proprio lavoro mi pare una cosa da scaratteriati, una cosa da mondo che gira a rovescio. Perché qui, in cattività, il mondo gira allíincontrario, ed è facile uscire fuori di senno, - concluse Diego abbassando il tono della voce, per non farsi sentire dagli altri servi.

- AvitiÖraggiuniÖ 'ccaÖ lu munnoÖgiraÖallíincontrariu, - commentò Peppe, pronunciando la frase con una lentezza più esasperante del solito.

- Ma tu dimmi, erano beddi li fimmini cu cui ti facìano cuccàre? -chiese Diego il pacecoto, che dei tre era pur sempre il più giovane.

Peppe rivolse al compagno uno sguardo pieno díirritata commiserazione. Solo il suo stato di scoramento non tramutò la collera repressa in un violento cazzotto, che il tonnaroto pensò bene di serbare per uníoccasione più propizia. Alla fine, sottolineando le parole con manate date con rabbia, di piatto, sul giaciglio dove era seduto, disse:

- Li fimminiÖa Capu BonuÖ erano tuttiÖ giovaniÖed erano nivuri nivuri. Tanti eranu beddiÖ è vero. Ma inÖ chiddu stanzùniÖyò unn' era un masculu chi si cuccàva cu li fimmini Ö yò era ëna bestia Öína bestia chi ggenerava autri bestieÖNon vulissi darvi un dispiaciriÖmaÖma yò un miÖ addivirtii tantu a Capu Bon, - spiegò il tonnaroto mentre le lacrime cominciavano a rigargli le guance per il senso di umiliazione che stava provando in quel momento.

La discussione terminò con líarrivo del dottor Sala, che fece stendere Peppe sul giaciglio e si accertò del suo stato di salute. Poi aprì la sua borsa da medico e porse due lettere a Diego, dicendo:

- Me le ha date stamattina al porto un padre dellí Opera di Redenzione dei Captivi venuto da Palermo a riscattare quattro picciriddi rapiti a Ustica da corsari tripolini e venduti in questa piazza. Ha detto che le lettere gliele avevano date a Trapani durante una sosta del vascello su cui viaggiava. Una ha il sigillo della Mastranza dei Pescatori Corallari, líaltra porta sulla busta la sigla "A.B.", e mi sembra scritta da una mano femminile.

Apprezzando il fatto che l'israelita non aveva ceduto alla curiosità di aprire le lettere e leggerne il contenuto, Martinez aprì per primo la busta speditale da Annamaria Buatier e si portò verso una lucerna ad olio che illuminava malamente la stanza. Poi cominciò a decifrarne il contenuto, mentre Peppe, Diego il pacecoto e Samuele lo guardavano in religioso silenzio.

Dopo qualche minuto, riposta la busta di Annamaria in una sacca di tela lisa dove teneva le sue poche cose da quando era in cattività, aprì la lettera mandatagli dai Consoli della Mastranza dei Pescatori Corallari e la lesse con attenzione. Quindi, nero in viso, gettò anche quella nella sacca, con un gesto di stizza.

- Chi cíè, chi succedi, Mastro Diego. Vi vedo nìvuro in faccia, che vi vedo nìvuro in faccia. Vi successi qualchi sventura? -chiese Diego il pacecoto.

- Più sventura di questa che stiamo vivendo qui non mi può succedere, - rispose Martinez abbassando lo sguardo verso i propri abiti di cristiano in cattività. Poi, sedutosi accanto a Peppe, spiegò:

- Una settimana dopo che i bisertini razziarono la tonnara di Formica e ci condussero in prigionia a Tunisi, i Padri Mercedari dellíOpera di Redenzione dei Captivi andarono dai Consoli delle Marinerie di Trapani a chiedere denari per il riscatto nostro e degli altri tonnaroti rapiti. I Consoli della Marina Piccola, della Marina Grande e dei Pescatori Corallari dissero tutti nisba, e sapete perché? Me lo scrissero pure sulla lettera, dove copiarono per filo e per segno il loro Statuto per il Riscatto dei Captivi, tanto per farci mettere l'anima in pace. Eccovi un estratto dello Statuto ,- disse Marinez riprendendo la lettera dalla sacca e leggendola ai presenti:

"In nome di Dio e della Nostra Signora Gloriosissima sempre Vergine Maria di TrapaniÖeccetera ecceteraÖ.considerandosi tutta la Marineria di questa invittissima città di Trapani le continue perdite dei propri compaesani inciampando predati da corsari turcheschi dei quali sono pochissimi quelli che ritornano da schiavitù con la solita caritàÖeccetera ecceteraÖsi dispone che ogni imbarcatione, cossì grande come piccola chíuscirà a viaggio da questa città di Trapani sia obbligata ogni viaggio a levari un quarto de li guadagni e depositarlo a li loro Consoli, per ricattito di poveri schiavi christiani marinari trapanesi.." eccetera eccetera.

- Da quello che ho capito mi sembra che abbiate tutti i diritti di essere riscattati con i denari di cui parlano nello statuto, che tra líaltro forse conosco ancor meglio di voi, - osservò Samuele Sala.

- No, non credeteci, non abbiamo alcun diritto, e me lo spiegano alla fine della lettera, papale papale: io non sarò riscattato, in quanto catturato da artigliere al servizio della proprietà dei Pallavicini e non marinaro; il giovane Diego e Peppe, da parte loro, si possono scordare di tornare liberi, in quanto marinari originari di Paceco e non trapanesi.

- Con tutti i soldi che vostro nonno di sicuro versò ai Consoli per il riscatto dei cristiani in Barberìa, possibile che per voi non cíè nulla?

- Possibile. Ora, visto che noi siamo qui grazie pure alla vostra pensata di fare da pilota ai corsari bisertini, sarete voi a portarci via da Tunisi, - disse Diego guardando líanziano medico dritto negli occhi.

- Sono qui non per scelta mia, ma per la stupidità di un medico vostro concittadino e della gentaglia che sta dietro le insegne lordate di sangue della vostra Inquisizione. A dire il vero, immaginavo che sarebbe stato ben più facile per voi essere riscattati, ma ancora una volta ho sbagliato a fare i miei conti. Comunque, non disperate: in un modo o in un altro vi aiuterò a farvi riguadagnare la libertà, anche se per me il prezzo potrebbe essere più alto di quanto non immaginiate. La famiglia Sala ha sempre onorato i suoi debiti, - mormorò líanziano medico uscendo mesto dalla stanza.

Rimasti soli i tre cristiani, Diego il pacecoto chiese:

- E chi vi scrissi la signora Annamaria ? Me la ricordu fimmina graziusa e distinta, che me la ricordu graziusa e distinta.

- Mi chiese la delega per comprare dei terreni sotto il Monte Còfano, dove pensa di fare il villaggio protetto che mio nonno, Mastro Tore Contesta, nel dettare le sue ultime volontà, mi aveva chiesto di costruire. La signora Annamaria spera pure nei prossimi mesi di mandarci una barca di nascosto per riportarci a Trapani. Ma il piano è tutto da inventare, e non si deve sbagliare, se no finiremo fottuti e mazziati. Mi ha pure mandato una preghiera in lingua franca trovata tra le carte di mio nonno, da usare in caso di necessità.

Nei giorni successivi il pio Sitbar Alì si recò a Bizark con líidea di comprare alcune reti da tonno razziate in Siquilliyyah dai corsari, per tentare di impiantare una tonnara nella borgata marinara di Sidi Daoud, nelle vicinanze di Capo Bon. Considerato il tipo di acquisto che si apprestava a fare, Sitbar pensò bene di portarsi dietro i due pacecoti, per avere qualche consiglio da parte di chi con quelle reti aveva già lavorato a lungo. Diego Martinez rimase quindi a Tunisi da solo a lavorare nella botteguccia del Souk degli Orafi il poco corallo di cui disponeva,.

Quando il trapanese tornò a casa la prima sera dopo la partenza del padrone e dei suoi compagni di cattività, Rachele Sala si fece trovare nella stanza che il cristiano condivideva coni due pacecoti. La donna vestiva una tunica di seta bianca leggerissima, che le metteva in risalto le forme di giovane matrona, e leggeva divertita da un taccuino che aveva trovato nella sacca del cristiano.

- Mucho bono, scrito de ti? - chiese sorridendo Rachele.

- Si, ma sono appunti personali.

-Tu nada personale. Tu nada fantasia. Tu garzon de mi. Mi patruna, tu garzon.

-Questo star vero,- ammise Diego. Poi chiese:-Mi podir servir por ti per qualke cosa?

-Sitbar in Bizark. Mi venuto aposto per far mangiarìa con ti.

-Que servir tuto questo? - domandò il cristiano.

- Ti lasciar fazer per mi,- rispose Rachele accarezzando il viso di Diego. Pur essendoci a Tunisi quella sera uníafa resa pesante dallíassenza di una qualsiasi idea di brezza di mare, il contatto della mano della patruna gli provocò uno sgradevole brivido di freddo: il cristiano, un poí per orgoglio, un poí per paura, non aveva alcuna voglia di cominciare un gioco che la sua condizione di schiavo avrebbe di sicuro reso molto rischioso.

Non avendo comunque altra scelta, Diego Martinez seguì Rachele nella sala dove era stata apparecchiata la cena. Seduti per terra su una fresca stuoia, mangiarono prima cuscus ebraico alla maniera tunisina, con brodo di manzo e verdure, e poi anche tajine malsouka, sontuose sfoglie di pasta farcite con un ragù molto speziato. Bevvero pure vino dei vigneti di Ras at Tib, che a Tunisi il divieto del Profeta di bere alcolici da sempre si interpretava con indulgenza. Pur essendo vero che il pio Sitbar Alì, rispettoso dei precetti dellíAlcorano, non permetteva che líalcol inzozzasse la sacralità della sua mensa, durante le sue frequenti assenze per affari sia la vivace Rachele che la cerchia più ristretta dei suoi servitori ed amici non disdegnavano di rallegrare le loro serate con vini anche pregiati, come il celebrato moscato secco di Ras at Tib.

Alla fine della cena, svoltasi tra i sorrisi e gli sguardi benevoli, perfino affettuosi, di Rachele, il trapanese si rese conto del perché innumerevoli cristiani condotti in cattività a Tunisi avevano rinnegato la loro fede e si erano rifatti una vita tra i seguaci di Maometto. La verità era che, assieme alle tribolazioni e alle indicibili sofferenze subite da chi finiva nelle mani dei corsari turcheschi, alcuni tra i prigionieri più dotati di sangue freddo ed intelligenza, oltre che di una certa dose di fortuna, riuscivano a farsi una posizione e talvolta godere di modi di vita che risultavano di gran lunga preferibili alle ristrettezze che si erano lasciati alle spalle.

Modi di vita da stato corsaro, tra líesotico ed il malavitoso, ma capaci a volte di un fascino ed un fasto tali da non lasciare insensibili i cristiani che vi síimbattevano, cattolici o riformati che fossero, specialmente quelli provenienti da condizioni di miseria nera o sfuggiti ad una vendetta, una vessazione particolarmente odiosa, un rogo o una imminente impiccagione in casa propria.

Dopo quella prima cena assieme parlarono tanto, Rachele e Diego Martinez. Prima usando le semplici ma efficaci frasi della lingua franca, poi arricchendo le loro conversazioni con espressioni arabe e italiane; perché Diego ci teneva ad usare, quando poteva, la lingua di Dante e di Boccaccio, in quel periodo rifiorita all' improvviso tra i siciliani colti . E lui, per quanto povero, persona colta si sentiva.

Per tutta una settimana, il tempo in cui il pio Sitbar si trattenne a Bizark, quel covo di ladroni che tanto danno facevano lungo la costa tra Mazzara del Vallo e San Vito, Rachele e Diego cenarono assieme, conversando in maniera sempre più intensa e piacevole.

La donna, dotata di una intelligenza vivace, era curiosa di sapere come si viveva nelle terre dei cristiani; se lì le donne fossero più libere che tra musulmani e se la Siquilliyyah fosse così bella come la magnificavano gli anziani della comunità ebraica di Tunisi. Gli spiegò poi perché aveva abbandonato líebraismo e come era riuscita a sposarsi con Sitbar, attraverso una prima conversione al cristianesimo e poi un successivo abbraccio alla religione di Maometto.

Diego invece prendeva gli argomenti quasi sempre alla larga, parlando pochissimo di sé e avventurandosi in rischiose disquisizioni religiose . Il trapanese parlava spesso anche di libertà.

Una sera, in cui certamente sia lo schiavo che la patruna avevano bevuto più del solito, Diego sudò sette camicie per spiegare, senza riuscirci, alcuni complicati concetti teologici grazie ai quali milioni di cristiani cattolici e protestanti europei in quel periodo continuavano piamente a scannarsi.

Líora si era fatta tarda e di lì a poco il muezzin avrebbe chiamato i fedeli alla preghiera, quando Rachele si avvicinò a Diego e guardandolo fisso negli occhi, con un sorriso di sfida, gli chiese:

- Tu parli spesso di libertà, nei tuoi discorsi. Ma cosíè questa libertà, me lo sai spiegare senza perderti in un mare di parole?

- Patruna, ti rispondo con una spiegazione che fece un gran poeta di Inglaterra. Parlando del paradiso, che la gente di questo mondo a suo avviso aveva perso, gli venne di scrivere: " Libertà vuol dire solamente poter scegliere ", né più e né meno..

- Allora anche questa è libertà?- chiese Rachele appoggiando le sue labbra morbide su quelle allíimprovviso contratte di Diego.

-Francheza de ti, patruna, ma non francheza de mi. E questa non è libertà vera, - disse Diego, che se quella notte avesse avuto un poí più coraggio e meno orgoglio, forse nei mesi successivi si sarebbe risparmiato qualche inutile traversia.

La verità era che il trapanese, stretto tra la vitalità del nonno materno e la malinconica passività del padre castigliano, era cresciuto né carne e né pesce: fosse stato un marinaio, non avrebbe esitato un attimo ad avvicinarsi all'aroma di alghe e salino che si prova talvolta tra le braccia di una donna in amore. Fosse stato un soldato, come il padre o, meglio ancora, Hugo de Ribeira, avrebbe fatto esattamente lo stesso. Lui invece era rimasto una persona sospesa, più in attesa di eventi improbabili che desideroso di dominare i frangenti in cui si trovava suo malgrado a navigare.

Sitbar, e i due pacecoti ritornarono alcuni giorni dopo.

Arrivarono da Bizark con quattro grossi carri trascinati da buoi, carichi delle reti e del cordame necessari ad impiantare una tonnara vera e propria, seppur di modeste dimensioni. Il più contento di tutti era Diego da Paceco, che nel salutare Martinez gli mostrò un mandolino napoletano ed un ëud magrebino acquistati grazie alla munificenza del pio Sitbar Alì.

Per diversi giorni il pacecoto non assistette più Martinez nella lavorazione dei coralli, passando tutto il suo tempo ad accordare e provare gli strumenti musicali che la fortuna gli aveva insperatamente messo tra le mani. Più che dal mandolino, strumento di cui era discreto esecutore, era dallí ëud, un liuto panciuto splendidamente intarsiato, che il più giovane dei due Diego si sentiva affascinato, forse perché dapprincipio non riusciva a trarci che suoni incoerenti e sgraziati. Per nulla scoraggiato, per settimane ci lavorò con grande, inaspettato impegno. Poi, quando fu pronto, avvertì il padrone che il concerto di canzoni siciliane per ëud e percussioni si poteva fare.

Fu così che Diego il pacecoto, con il suo nuovo strumento e due schiavi andalusi muniti di darbouka, tamburi dalla forma allungata da suonare con le palme delle mani, si disposero nel centro del cortile interno della casa di Sitbar, seduti su stuoie di restucce. Il padrone, Rachele e i loro ospiti sedettero invece sotto il porticato, su pregiati tappeti orientali, mentre Diego Martinez e uníaltra serva nel frattempo facevano la spola tra le cucine e il cortile, portando vassoi di dolci e freschi sorbetti al limone e melograno per gli ospiti del pio Sitbar e della bella Rachele.

Il pacecoto ed i due andalusi cominciarono il loro concerto con una canzone di carcerati che faceva così:
 

"Amici amici ca ëmPalermu iti

mi salutati dda bedda citati

mi salutati li parenti e amici

puru dda vicchiaredda di me matri

diciticillu ca io haiu a fari

vintinovíanni e vintinovi jorna

dicitici ca manna ëna vastedda

e cca ënto mezzu cci metti un pugnali"
 

Alla fine dellíesecuzione, molto apprezzata dagli astanti, Sitbar chiese al dottor Sala, che gli sedeva accanto:

- La musica era straordinariamente dolce ed accattivante. Ma le parole? Cosa dicevano le parole?

- Parlavano di uno sposo novello che aveva nostalgia della sua amata, lasciata dopo appena ventinove giorni per seguire le ricche ma insidiose vie della mercatura,- síinventò il buon medico, non volendo rovinare líatmosfera della serata col dire che la canzone trattava di un prigioniero che stava organizzando la propria fuga.

Alla fine di quel primo brano Diego il pacecoto riaccordò lo strumento, si terse il sudore dalla fronte con un cencio passatogli da Peppe, ed iniziò a cantare un altro pezzo, di andatura più lenta e ritmata:
 

"Vinniru ccà di notti a la tunnara

li varchi cu li latri livantini

ëntisi li vuci di li marinara

ëntisi chiamari a tutti li vicini

di notti e notti cu scappa, cu spara

cu è ghiccatu ëmbarca cu catini

síiddru la matri Maria nun níarripara

caremu ëmmanu a ësti cani scintini"
 

La parte cantata del brano venne seguita da uníimprovvisazione per ëud con la quale il giovane Diego conquistò tutti i presenti e soprattutto le donne, che notarono come il cristiano, oltre ad avere una voce bella e struggente, mostrava un viso accattivante di ragazzo moro allegro e vitale, suscitando un fascino, a loro sentire, più arabo che europeo.

Anche alla fine di quell'ultimo brano il pio Sitbar chiese, per sommi capi, la traduzione delle parole appena cantate dal pacecoto.

- Eí un canto di pescatori di tonni che ringraziano Allah per líabbondante pesca che ha loro propiziato, - rispose líineffabile Samuele, trasformando così un canto che rievocava il sanguinoso assalto di predoni musulmani alla tonnara siciliana di Bonagìa in una improbabile composizione di ringraziamento al dio degli stessi razziatori.
 
 

Autunno 1744

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