Gennaio 1746

La notizia che Masino, il garzon di Jallah Rais, era tornato a Tunisi, fece in pochi minuti il giro del cantiere dove Diego ed i suoi compagni lavoravano alla riparazione di un veliero flamin del tutto simile a quello varato ad ottobre.

La novità líaveva portata il dottor Sala, venuto a medicare un giovane captivo feritosi nel maneggiare uníascia senza la necessaria accortezza.

-Allora, come sta il garzon del greco? ? chiese Diego al medico mentre lo aiutava a suturare la ferita dellíinfortunato.

-Lui sta bene, a parte i segni di una mezza dozzina di nerbate sulla schiena. Eí sbarcato ieri mattina da una galera maltese ancorata davanti al canale. Ha portato un messaggio per il Bey ed uno per i padroni della "Venere". Il veliero è stato catturato durante una burrasca davanti a San Vito lo Capo e portato a Malta, dove sta ormeggiato allíarsenale. Lo metteranno allíasta tra poco.

-E i marinai?

-I rinnegati sono stati tutti messi al remo, mentre turchi e turcheschi sono in attesa di riscatto. Li vogliono scambiare con un bel poí di maltesi tenuti in prigionia qui a Tunisi.

-E il Bey?

-Ha detto nisba: niente da fare. In compenso si è tenuto Masino per sé. Vuole che i proprietari della "Venere" costruiscano a loro spese ed alla svelta uníaltra nave per rimpiazzare quella perduta, così come detta la legge.

-E loro, gli armatori, che dicono?

-Todo mangiado. Non hanno soldi. Ad alcuni di loro non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere.

La perdita del veliero durante quellíinfausto viaggio inaugurale ebbe tra le sue conseguenze la rovina del padrone di Mickil e Pad, che per fronteggiare i debiti svendette per una manciata di zecchini i due irlandes al pio Sitbar Alì.

Malgrado le pressioni minacciose dei funzionari del Bey, nessuno dei proprietari della "Venere" poté sognare di sostituire la nave persa. Avessero per lo meno avuto il tempo di godere della preda di due o tre campagne di corso, il veliero sarebbe stato rimpiazzato in un battibaleno; ma, per come si erano messe le cose, proprietari e finanziatori, vedove comprese, erano rimasti tutti sul lastrico, e così la costruzione di velieri di foggia olandese nei cantieri di Tunisi morì sul nascere.

La cosa fu compresa al volo da Mastro Piet de Witte, che dalla sera alla mattina fece i bagagli e partì per Algeri, dove intendeva seguire le gesta di altri compatrioti, che nella più ricca delle città corsare di Barberìa avevano accumulato delle vere e proprie fortune. Prima di partire, però, lasciò a Diego e Peppe un barilotto di aringhe e ai due irlandes una generosa quantità di tela incatramata.

Finita che fu líattività del cantiere di De Witte, Sitbar Alì pensò bene di spostare Diego Martinez, Peppe Masso, Pad e Mickil a completare la sistemazione della tonnara di Sidi Daoud.

Partirono da Tunisi con diversi carri trainati da buoi, carichi di reti ed ancore da tonnara sgraffignate in Sicilia solo qualche settimana prima dai corsari bisertini, che della razzìa nelle tonnare dallíaltra parte del Canale di Sicilia avevano ormai fatto una tradizione. Sul carro dove stavano seduti Mickil e Pad cíera pure la tela catramata regalata da Mastro Piet e un fascio di lunghe, robuste stecche di legno messe da parte dagli irlandesi durante la costruzione della "Venere de Witte". Dirigeva la spedizione Samuele Sala, che fungeva anche in quellíoccasione da uomo di fiducia di Sitbar Alì e interprete tra i captivi cristiani e la gente di Sidi Daoud. Come sorveglianti i cristiani trovarono le due guardie del Bey di stanza nel luogo. Queste, armate di scimitarre e scudisci, vigilavano su Diego e i suoi compagni con silenziosa, soffocante assiduità: la loro fuga, infatti, avrebbe avuto effetti rovinosi per líeconomia del villaggio, galvanizzata dalla imminente riapertura della tonnara.

Era uníimpianto di dimensioni molto modeste quello che i captivi erano chiamati a mettere in opera a Sidi Daoud, dove da generazioni si era persa l'abitudine di costruire labirinti di reti per catturare i tonni. Cíera però qualcosa di familiare nella forma della costa e nel gioco delle correnti della zona, che faceva prevedere a Peppe, incaricato a fare da ràisi della nuova tonnara, buone possibilità di pesca.

Le condizioni di lavoro dei captivi in quellíoccasione non furono più gravose di quelle dei tonnaroti siciliani nei loro luoghi originari. A parte il grosso anello di ferro al piede e la divisa da schiavo, sia a Peppe che a Diego sembrava di vivere la stessa esperienza che in quel periodo stavano facendo i lavoratori delle decine di tonnare che si stavano armando di là del mare.

Una tiepida sera di aprile, dopo il frugale pasto a pane e olive che seguiva la lunga giornata di lavoro, Peppe, Diego e i due irlandes stavano a parlottare seduti in riva al mare. Samuele si avvicinò ai quattro, lasciando una lettera per Diego.

-Che dicìa la littra.ÖMastro Diego? ? chiese Peppe più tardi a bassa voce, prima che fosse spenta la luce della camerata dove dormivano.

-Dice che ci aspetta a Lampedusa la prima settimana di Settembre.

-Chi?

-La galera maltese per Trapani.

-E a Lampirusa noiautriÖ. comu ci arrivamo?

-Chiedilo a Mickil e Pad,- rispose Diego, senza aggiungere altro.

-Sapìti che mi dissi u dutturi Sala stasìraÖ. mentri vossìa leggìa la sua littra? Che si pigghiamu pi' lo menu seicentu tunniÖ. e 'nsignamoÖ.ai tunisini comu si fa a téniri ëna tunnara, semu libberi!

-Chi?

-Vossìa e yò.

-E gli irlandes? Li lasciamo a fare i vermi a Tunisi? Anche loro sono cristiani.

-E chi ssi fa, allura?

-Dormi e cerchiamo di pigliarli questi seicento tonni. Al resto ci penseranno i nostri santi: tra San Nicola, la Madonna di Trapani, San Francesco di Paola, San Colombano e San Brendano, qualcuno ce la dovrà pur fare la grazia.

-Stanno addiventando tantiÖ. ësti santi protettori. Non è chi ppoi ci sarà troppa confusioniÖ. doppu chi ci fannu la grazzia?

-No, basta fare voti chiari e poi cercare di rispettarli. I santi si incazzano forte se si sentono presi in giro. Sempre a proposito di santi, domani parla con Sala e chiedigli di fargli venire da Tunisi tre pezzi di corallo belli grandi. E la lente da orafo del suocero di Sitbar. Sarà ancora da qualche parte, in bottega.
 

Maggio 1746
 

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