IL MAGNIFICAT

di Dietrich Bonhoeffer

"Maria disse: "L'anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore. Poiché ha guardato la piccolezza della sua serva tutte le generazioni ormai mi chiameranno beata. Il Potente ha fatto in me cose grandi. Sì, il suo Nome è santo. Il suo amore di generazione in generazione ricopre coloro che lo temono. Interviene con la forza del suo braccio, disperde i superbi nei pensieri del loro cuore. Abbatte i potenti dai troni, innalza gli umili. Ricolma di beni gli affamati, rimanda i ricchi a mani vuote. Sostiene Israele suo servo ricordandosi del suo amore. Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo ed alla sua discendenza per sempre." (Lc 1,46-55)

Questo cantico di Maria è il più antico cantico dell'Avvento. Al tempo stesso è il più appassionato, il più impetuoso, si potrebbe quasi dire il più rivoluzionario cantico dell'Avvento che mai sia stato cantato. Non è la Maria dolce, tenera, sognante- quella a cui una certa iconografia ci ha abituati- a parlare, qui, ma una Maria appassionata, piena di trasporto, fiera, entusiasta. Non c'è nulla qui dei dolci, melanconici o perfino giocosi accenti dei nostri inni di Natale, ma un canto, duro, forte, inesorabile, di troni che crollano e di signori di questo mondo umiliati, di potenza divina e di impotenza umana. Sono gli accenti che contraddistinguono le profetesse dell'Antico Testamento- Debora, Giuditta, Miriam- a rivivere qui sulle labbra di Maria.
Maria, colei che è afferrata dallo spirito; Maria che obbediente e umile lascia che in lei si compia ciò che lo Spirito le ordina; Maria che fa spazio allo Spirito là dove egli vuole, ecco che, ricolma di questo Spirito, parla della venuta di Dio nel mondo, dell'Avvento di Gesù Cristo. Meglio di chiunque altro essa sa cosa significa attendere Cristo. Lo attende diversamente da qualunque altro essere umano, lo attende come madre. Egli le è più prossimo che a chiunque altro, ed essa sa del mistero della sua venuta, sa dello Spirito che qui è all'opera, sa del Dio onnipotente che compie il suo miracolo. Sperimenta di persona, nel proprio corpo, che è per vie prodigiose che Dio viene all'uomo, che egli non agisce secondo le opinioni e le vedute umane, che non segue le vie che gli uomini gli vogliono prescrivere, ma che la sua via resta, al di là di ogni comprensione, al di là di ogni prova, libera e sovrana.
Là dove la ragione si scandalizza, dove la nostra natura si rivolta, dove la nostra pietà di uomini religiosi si tiene pavidamente a distanza, proprio là Dio ama essere. Là egli confonde la ragione dei sapienti e provoca la nostra natura e la nostra religiosità. Là egli vuole essere, e nessuno glielo può impedire. Solo gli umili gli prestano fede e si rallegrano che Dio sia tanto libero e tanto sovrano da fare miracoli là dove l'uomo dispera, da compiere meraviglie là dove l'uomo è piccolo e insignificante; sì, questo è il miracolo dei miracoli; che Dio ami ciò che è piccolo.
"Dio ha guardato la piccolezza della sua serva". Dio nella piccolezza. Questa la parola rivoluzionaria, appassionata dell'Avvento. Ecco Maria, anzitutto, la moglie del carpentiere, sconosciuta, insignificante agli occhi degli uomini: proprio nella sua insignificanza, nella sua piccolezza agli occhi degli uomini, viene fatta oggetto dello sguardo e dell'elezione di Dio, per essere madre del Salvatore del Mondo; non in virtù di qualche suo pregio umano, né per il suo pur grande timor di Dio; non a motivo della sua umiltà e neppure di una qualsivoglia sua virtù, ma solo ed esclusivamente perché la condiscendente volontà di Dio ama, elegge e fa grande ciò che è basso, insignificante e piccolo. Maria, la donna austera e timorata di Dio, che vive nell'Antico Testamento e spera nel suo Redentore, l'umile donna di un carpentiere: la madre di Dio!
Ed ecco Cristo stesso, Cristo nella mangiatoia….Dio non si vergogna della piccolezza dell'uomo, vi si coinvolge totalmente: sceglie un essere umano, lo fa suo strumento, e compie il miracolo là dove meno lo si attende. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, reietto, insignificante, ciò che è debole, spezzato. Quando gli uomini dicono "perduto" egli dice "trovato", quando dicono "condannato" egli dice "salvato", quando gli uomini dicono "no" egli dice "si". Quando giungiamo nella nostra vita al punto di vergognarci davanti a noi stessi e a Dio, quando arriviamo a pensare che è Dio stesso a vergognarsi di noi, quando sentiamo Dio lontano come mai nella nostra vita, ebbene, proprio allora Dio ci è vicino come non mai; allora vuole irrompere nella nostra vita, allora ci fa percepire in modo tangibile il suo farsi vicino, così che possiamo comprendere il miracolo del suo amore, della sua prossimità, della sua grazia.
"Tutte le generazioni mi chiameranno beata", esulta Maria. Che significa chiamare beata Maria, l'umile serva? Non può voler dire altro che adorare nello stupore le grandi cose che Dio ha compiuto in lei; scoprire in lei che Dio volge il suo sguardo a ciò che è piccolo e lo innalza, che il venire di Dio in questo mondo non cerca le vette ma gli abissi, che la gloria e l'onnipotenza di Dio consistono nel far grande ciò che è piccolo. Chiamare beata Maria non significa edificarle altari, ma insieme con lei adorare il Dio che guarda e sceglie ciò che è basso, che fa cose grandi ed il cui Nome è santo. Chiamare beata Maria significa sapere con lei che la misericordia di Dio "di generazione in generazione ricopre coloro che lo temono", che con stupore fissano lo sguardo e la mente sulle sue vie, che lasciano soffiare il suo Spirito dove vuole, che gli obbediscono e con umile sottomissione dicono insieme con Maria "Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).
Quando Dio sceglie Maria come suo strumento, quando Dio stesso decide di venire in questo mondo nella grotta di Betlemme, non si tratta di un episodio idilliaco occorso ad una famiglia, ma è l'inizio di un rovesciamento totale, di un nuovo ordine di tutte le cose di questa terra. E se vogliamo prendere parte a questo evento dell'Avvento e del Natale, non possiamo semplicemente starcene lì a fare da spettatori, come fossimo a teatro, e rallegrarci di tante belle scenette, ma siamo trascinati con forza anche noi dentro questa azione, in questo mutamento di tutte le cose, siamo chiamati ad essere protagonisti anche noi su questo palcoscenico. Qui lo spettatore è sempre un attore nel dramma che si rappresenta, e noi non possiamo sottrarci.
Cosa avviene quando Maria diventa la madre di Dio, quando Dio viene nel mondo nell'umiltà della grotta di Betlemme? Il giudizio del mondo e la redenzione del mondo: ecco ciò che avviene. Ed è Gesù colui che giace nella mangiatoia, colui che opera il giudizio e la redenzione del mondo: egli rigetta i grandi ed i potenti, rovescia i troni dei dittatori, umilia gli orgogliosi; il suo braccio agisce con potenza contro tutti coloro che stanno in alto e sono forti, e invece solleva ciò che è basso, e lo fa grande e magnifico nella sua misericordia. Non possiamo perciò accostarci alla sua mangiatoia come ci accosteremmo alla culla di qualsiasi altro bambino: se qualcuno vuole andare alla sua mangiatoia, ecco, in lui avviene qualcosa, egli può solo andarsene di là giudicato o redento; non può che crollare o sperimentare su di sé la misericordia di Dio.
Che significa tutto ciò? Non rischia di essere solo retorica, esagerazione bucolica di una bella e pia leggenda? Che significato ha il fatto che siano dette tali cose del bambino Gesù? Chi le vuole prendere per un insieme di belle frasi, lo faccia e continui pure a celebrare l'Avvento ed il Natale in modo pagano e superficiale, come ha fatto finora. Per noi è tutt'altro che retorica, perché è veramente Dio stesso, il Signore, creatore di tutte le cose, chi qui si fa così piccolo, che viene nell'estremo nascondimento, senza nessuna apparenza mondana, che vuole incontrarci e stare in mezzo a noi nella debolezza e nella condizione inerme di un bambino. E questo non per trastullo o per passatempo, ma per mostrare chi egli sia e dove egli sia, e per giudicare da questo luogo ogni umana pretesa di grandezza, svalutarla e spodestarla.
Il trono di Dio nel mondo non sta sui troni umani, ma nelle profondità e negli abissi umani, nella mangiatoia. Intorno al suo trono non ci sono vassalli adulatori, ma oscuri, ignoti individui di dubbia fama, che vogliono vivere unicamente della misericordia di Dio. Per i forti, per i grandi di questo mondo ci sono solamente due luoghi in cui la loro baldanza li abbandona, e dinanzi ai quali restano turbati fin nel profondo e indietreggiano intimoriti: sono la mangiatoia e la croce di Gesù Cristo. Non c'è potente che si azzardi presso la mangiatoia; non si avventurò neppure il re Erode. E proprio qui, infatti, che i troni vacillano, che cadono i potenti, che precipitano coloro che stanno in alto, perché Dio è con coloro che stanno in basso; è qui che vengono ridotti a nulla i ricchi ed i sazi, perché Dio è con i poveri e gli affamati, mentre i ricchi ed i sazi li rimanda a mani vuote. Dinanzi a Maria, la serva, dinanzi alla mangiatoia di Cristo, dinanzi a Dio nel suo abbassamento, il forte inevitabilmente cade: egli perde ogni diritto, ogni speranza, è giudicato. E se oggi egli ancora ritiene che nulla gli potrà accadere, è domani o dopodomani che qualcosa gli accadrà. Dio rovescia i tiranni dal trono, Dio innalza i piccoli. Per questo Gesù Cristo è venuto al mondo come bambino in un mangiatoia, come figlio di Maria.
Tra pochi giorni celebreremo il Natale, e una volta tanto vogliamo veramente celebrarlo quale festa del Cristo nel nostro mondo. Ma per far questo è necessario che prima mettiamo in chiaro ancora un po' che cosa sia davvero importante nella nostra vita; ossia dobbiamo chiarirci cosa vogliamo considerare alto e cosa basso nella vita umana, in rapporto alla mangiatoia di Gesù Cristo. Noi tutti, qui, non siamo dei potenti, anche se forse sogniamo di esserlo e ci è gravoso sentircelo dire. Di grandi potenti ce n'è sempre soltanto pochi. Quanto più numerosi invece i piccoli potenti, gente che appena può esercita il suo piccolo potere e vive con un solo pensiero: ergersi sempre più in alto! Il pensiero di Dio è ben diverso: sempre più in basso, nella piccolezza, nella non appariscenza, nell'oblio di sé, nell'insignificanza, nel non voler valere nulla, nel non voler emergere. Ed è su questa strada che noi incontriamo Dio.
Ognuno di noi vive con persone cosiddette "in alto" e con altre cosiddette "in basso". Per ciascuno di noi esiste qualcuno che è ancora più in basso di lui, che gli è inferiore. Sarà forse questo il Natale che ci aiuterà a mutare radicalmente il nostro modo di vedere e di pensare a questo riguardo? Sarà questo il Natale che ci farà riconoscere che la nostra strada, nella misura in cui deve essere una strada che porta a Dio, non ci conduce alle altezze bensì realmente e totalmente in basso, là dove sono gli ultimi, e che ogni percorso esistenziale che voglia essere unicamente un tragitto d'alta quota terminerà necessariamente nel panico?
Chi fra noi celebrerà il Natale in modo conveniente? Colui che deporrà finalmente ai piedi della mangiatoia ogni potenza, ogni onore, ogni vanità, ogni presunzione, ogni orgoglio, ogni ostinazione; colui che si metterà dalla parte di chi sta in basso, lasciando che Dio solo sia in alto; colui che saprà contemplare la gloria del Signore nell'abbassamento, sì, in quel bambino deposto nella mangiatoia; colui che dirà con Maria: "Il Signore ha guardato la mia piccolezza: l'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore".