Anton Cechov e T. S. Eliot: una possibile fonte per i versi
13-16 de
La terra desolata
La terra desolata (The
Waste Land, 1922) di Thomas Stearns Eliot (1888 1965) è
un poema che riassume e rielabora in modo consapevole lintera tradizione
letteraria dellOccidente. E un testo di grande complessità,
enormemente ricco di rimandi intertestuali e infratestuali, più o
meno espliciti. Lo stesso Eliot, nelle note da lui aggiunte alla sua opera,
indicò numerose fonti: fra le principali Ovidio, Agostino dIppona,
Dante, Shakespeare, vari autori inglesi di epoca elisabettiana, Baudelaire,
Wagner, Jessie L. Weston, ma anche Buddha e le
Upanishad [i].
Con il presente breve articolo intendo segnalare una possibile fonte di uno
degli episodi della prima sezione del poemetto. In questo passo, lio
poetante riporta un dialogo avuto con un personaggio femminile, straniero,
forse uno dei tanti personaggi rifugiatisi in altre nazioni dopo la
prima guerra mondiale
[ii]; un personaggio che in effetti
(verso 12) dichiara di provenire dalla Lituania. Questi sono i versi, nella
traduzione di R. Sanesi:
E quando eravamo bambini stavamo presso lArciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù (vv. 13-16).
Questo passo richiama alla mente un breve racconto di Anton Cechov (1860
1904), intitolato Uno scherzetto (in A. Cechov, Tutte le
novelle, vol. III, traduzione di Alfredo Polledro, Rizzoli, Milano 1952,
pp. 65 69. Di tale racconto è disponibile on line una
traduzione in inglese).
La trama è la seguente.
Il Narratore rievoca un episodio della propria giovinezza. Una volta, durante
un limpido meriggio invernale, trovandosi su di un alto poggio
innevato assieme a una fanciulla, le propose di scendere in slitta insieme:
- Scivoliamo giù, Nadezda Petrovna! supplico io. (...)
Ma Nàdenka ha paura. Tutto lo spazio dalle sue piccole soprascarpe
al termine del poggio ghiacciato le sembra una terribile voragine, smisuratamente
profonda.
Quando, dopo qualche insistenza, è riuscito a convincerla, e mentre
la slitta cade a gran velocità, fendendo laria come un
proiettile, tanto che per la pressione del vento non sha
la forza di respirare:
- Io vi amo, Nadia! dico io sottovoce.
La slitta comincia a correre sempre più piano (...) e noi, finalmente,
siamo in fondo. Nàdenka è più morta che viva. E
pallida, respira appena... Io laiuto ad alzarsi. (...)
Dopo un po di tempo ella torna in sé e già mi guarda
interrogativamente negli occhi: sono stato io a dire quelle quattro parole,
o le è solo sembrato di udirle nel frastuono del turbine?
Il dubbio comincia a tormentare Nadia, che nonostante la grande paura chiede
subito al Narratore di fare un altro giro in slitta. Naturalmente, lo
scherzetto si ripete, rinnovando lincertezza nellanimo
della fanciulla.
E da quel giorno comincio ad andare da con Nàdenka quotidianamente
allo sdrucciolo e, volando giù in slitta, pronuncio ogni volta sottovoce
sempre quelle stesse parole (...).
Ben presto Nàdenka si abitua a questa frase, come al vino o alla morfina.
Viver senza di essa non può. Veramente, volar giù dal poggio
è pauroso come prima, ma ormai la paura e il pericolo conferiscono
un particolare incanto alle parole damore (...) Sospettati di pronunciarle
siamo sempre noi due: io e il vento...
Con larrivo della primavera e del disgelo, le corse in slitta del Narratore
e di Nadia hanno fine. In più, egli deve partire per Pietroburgo,
dove rimarrà per molto tempo, forse per sempre. Un paio
di giorni prima della sua partenza, il Narratore vede uscire Nadia nel cortile
di casa sua, volgersi con grande mestizia nella direzione da cui soffia il
vento di primavera, e tendere tutte due le mani, come pregando
questo vento di recarle ancora una volta quelle parole. Di nascosto,
il Narratore sussurra ancora unultima volta la sua dichiarazione, che
suscita nella fanciulla un moto di gioia estatica. Ecco le ultime righe del
racconto:
Questo è stato ormai da un pezzo. Adesso Nàdenka è
già maritata; lhanno sposata, o sè sposata, fa
lo stesso, al segretario del consiglio nobiliare di tutela [un funzionario
della burocrazia zarista, n.d.r.], e ora ha già tre bambini. Come
noi un tempo andavamo insieme allo sdrucciolo e come il vento portava fino
a lei le parole Io vi amo, Nàdenka, ella non lha
dimenticato; per lei adesso è questo il più felice, il più
commovente e bel ricordo della vita...
E a me, ora che mi son fatto più vecchio, riesce ormai incomprensibile
perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi...
Non ho difficoltà ad ammettere che, sul piano letterale, gli elementi
che possono far pensare ad un rapporto di derivazione tra i versi che ho
citato de La terra desolata, e questo grazioso racconto di Cechov,
sono pochi e non decisivi: e si limitano in realtà alla situazione
della corsa in slitta di due giovani, allo spavento del personaggio femminile,
alla prossimità geografica tra la Lituania e la Russia, e alla
cornice costituita dalla rievocazione di un episodio di
gioventù. Ammetto anche che una fonte più diretta per il passo
di Eliot è rintracciabile nell'Ethan Frome di Edith Wharton
(1862-1937; il breve romanzo uscì nel 1911), la cui vicenda culmina,
com'è noto, nel drammatico episodio della corsa in slitta di
Ethan e Mattie.
Ciò che mi induce a proporre la mia ipotesi è il fatto che
mi pare dintravedere una certa affinità di tono emotivo e
psicologico fra i due brani. Uno dei temi conduttori della prima sezione
della Terra desolata è costituito dalla dissacrazione della
concezione romantica dellamore, dissacrazione che in Eliot si colora
di un certo amaro sarcasmo, non immemore del rimpianto (...) per le
situazioni inesplorate, per lacuirsi memoriale delle passioni disattese
e soffocate [iii] che aveva
trovato più esplicita espressione nella produzione poetica eliotiana
precedente alla Terra desolata, in poesie quali The Love Song of
J. Alfred Prufrock, Portrait of a Lady o La figlia che
piange, e che si realizza, nella Waste Land, nellepisodio
della ragazza dei giacinti, ai vv. 35 41.
Credo di poter affermare che una tonalità emotiva per molti aspetti
simile si possa rintracciare in parecchi luoghi delle opere di Cechov: per
esempio, nella seguente battuta del personaggio di Ivan Vojnickij (Zio
Vanja, atto II):
Giorno e notte, come un incubo, mi soffoca... lidea che la mia
vita è irrimediabilmente perduta. Non ho un passato: lho
stupidamente sprecato in sciocchezze... il presente, è spaventoso
nella sua assurdità... Eccole qua, davanti a lei, la mia vita, il
mio amore... Dove li metto? Che me ne faccio? La mia passione per lei muore
inutilmente come un raggio di sole caduto in un pozzo, e io stesso sto
morendo [iv].
Un altro elemento della novella di Cechov che può forse aver suscitato
linteresse di Eliot è linversione della consueta simbologia
delle stagioni. In Uno scherzetto, infatti, lamore, la speranza
e la gioventù appartengono allinverno, mentre la primavera è
associata alla vecchiaia e al mutarsi della speranza in rimpianto. Il vento
primaverile, che reca per unultima volta a Nadia la dichiarazione
damore del narratore, è complice di un inganno.
E vero che in questo racconto, appartenente alla fase giovanile della
novellistica cechoviana (fu pubblicato nel 1886), il tono è ancora
prevalentemente elegiaco, lieve, privo dellamarezza, del nichilistico
pessimismo, di quel senso quasi beckettiano della vanità e del ridicolo
della condizione umana, che caratterizzeranno la successiva produzione
drammaturgica di questautore. E il tema delle stagioni è ben
lungi dallesservi sviluppato con la profondità e la
complessità dimplicazioni simboliche che Eliot saprà
conferirgli nella prima sezione del suo poemetto.
Non so se ciò che ho detto fin qui possa bastare per affermare che
T. S. Eliot, scrivendo i versi 13-16 della Terra desolata, ebbe in
mente Uno scherzetto di Anton Cechov. Si può legittimamente
supporre che, se così fosse stato, lo stesso Eliot si sarebbe preoccupato
di segnalarlo nelle note al testo, così come fece per gli altri autori
che citò o da cui trasse ispirazione. E si può far notare che
comunque non si vede perché Eliot dovesse modificare il nome e la
nazionalità del personaggio femminile, fare del personaggio maschile
un arciduca e cambiare letà di ambedue allepoca
dellepisodio narrato.
Sarebbe troppo peregrina lipotesi che, nel poeta, la suggestione di
questo racconto di Cechov abbia agito a livello inconscio? Carl Gustav Jung
ha dimostrato la presenza, in un passo di un altro capolavoro letterario
(lo Zarathustra di Nietzsche), di una simile criptomnesia
(ricordo nascosto) [v]. T. S.
Eliot, come è noto, nel suo saggio su Tradizione e talento individuale
[vi] spiega che la
concentrazione di esperienze necessaria al lavoro poetico non
ha luogo deliberatamente o coscientemente; subito però aggiunge che
nello scrivere poesia cè molto di cosciente e deliberato, e
che di solito il cattivo poeta è inconscio quando dovrebbe essere
cosciente e viceversa.
Per parte mia, non mi sento qualificato ad azzardare alcuna conclusione;
con la semplice segnalazione del possibile parallelismo tra il brano di Cechov
e quello di T. S. Eliot considero assolto il compito di questo articolo..
[i] Rinvio alla edizione in italiano
del poemetto tradotta e commentata a cura di Alessandro Serpieri, Rizzoli,
Milano 1982.
[ii] Dallintroduzione di Roberto
Sanesi a T. S. Eliot, Poesie, Bompiani, Milano 1995, p. 60.
[iii] Introduzione di Attilio Brilli
a T. S. Eliot, Quattro quartetti, Garzanti, Milano 1986, p. XII.
[iv] In Anton Cechov, Teatro. Il
gabbiano, Zio Vanja, Tre sorelle, Il giardino dei ciliegi, a cura di
Gerardo Guerrieri, Mondadori, Milano 1996, p. 79.
[v] Cfr. C. G. Jung,
Criptomnesia, in Un caso di stupore isterico e altri scritti,
Bollati Boringhieri, Torino 1978, pp. 75 sgg.
[vi]
Tradition and the Individual
Talent, in: The Sacred Wood. Essays on Poetry and Criticism
(1920), tr. it. Il bosco sacro, Bompiani, Milano 1967. Vedi
lelenco di tutte le opere di T. S. Eliot disponibili on line, alla
pagina web What The
Thunder Said. |