RIEDUCAZIONE POSTURALE METODO
"LES TROIS EQUERRES"
Nicole Verkimpe-Morellì
Ugo Morelli

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Il metodo di rieducazione posturale
"Les Trois Equerres" nasce dall'evoluzione degli insegnamenti di F. Mezières,
elaborati e sviluppati in più di 30 anni d'esperienza e di ricerca da Nicole Morellì e
suo marito Antony (già allievi di F. Mezières), e negli ultimi anni dalla collaborazione
con Ugo Morelli.
È da un'intuizione di F. Mezières, nel 1947, che prende forma il trattamento posturale,
quando ella, dovendo trattare una paziente con accentuata gibbosità dorsale e avendola
posta in posizione supina, notò che in realtà la cifosi dorsale altro non era che la
congiunzione di due lordosi: dorsale bassa-lombare e cervico-dorsale alta. Per cui,
tentando di appiattire la curva cifotica dorsale, le due lordosi aumentavano vistosamente.
Lo squilibrio nasceva quindi dall'accorciamento e rigidità dei muscoli del tronco
lordosizzanti, e mai dalla loro ipotonia.
La Mezières capì inoltre che per ottenere un reale allungamento di tale muscolatura del
tronco, non andava trattata segmentariamente, ma nella totalità della sua catena tonica:
dalla punta dell'alluce fino alle curve occipitali; non permettendo ad essa, nel momento
in cui si assumevano delle posizioni di "messa in tensione" muscolare, di creare
dei compensi o vie di fuga che avrebbero annullato il lavoro svolto e trasferito la
rigidità da una zona all'altra. A seguito di queste prime intuizioni, nasce il principio
di globalità.
Il metodo delle "Tre Squadre" pur rispettando i principi fondamentali tracciati
da F. Mezières, ha sviluppato un originale protocollo terapeutico, dolce e progressivo,
che mentre rimuove la causa primaria di una patologia d'origine posturale (la rigidità
della muscolatura tonica) attraverso delle posture di "messa in tensione"
muscolare, elimina il dolore nel più breve tempo possibile. |
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Foto 1 Soggetto
con postura notevolmente squilibrata, le varie linee del tronco (anteriore, mediana e
posteriore) non sono correttamente allineate.
Foto 2 Nel momento in cui si
elevano gli arti inferiori per porre in tensione i muscoli posteriore degli arti
inferiori, aumenta vistosamente la lordosi cervicale
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BASI
FISIOLOGICHE DEL METODO
1.L'ATTEGGIAMENTO
POSTURALE PRIMARIO
La postura dell'essere umano, che caratterizza la nostra specie dalle altre esistenti
sulla terra, è determinata dai segnali provenienti dalle varie sensibilità (visiva,
tattile plantare, propriocettiva muscolare e articolare, vestibolare, ecc
),
dall'interazione tra questi, dal contesto in cui essi sono inviati, dallo sviluppo
soggettivo dello schema corporeo, e dalla sommazione e modulazione operata dal sistema
nervoso centrale tra questi elementi.
L'Atteggiamento Posturale Primario è quindi proprio d'ogni persona. È la risultante
dell'evoluzione della specie umana e si differenzia da individuo ad individuo per fattori
diversi rappresentati dalla razza, il sesso, il patrimonio genetico, l'ambiente socio
culturale nel quale si sviluppa l'individuo stesso, le sue abitudini quotidiane, ecc..;
espressione dello stato globale del soggetto, del suo insieme psichico- fisico e di
relazione con il mondo esterno.
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Abbiamo individuato vari tipi di postura
primaria classificati in: anteriore, posteriore,
respiratoria, verticalizzata |
Ad ogni postura corrisponde la prevalenza
d'alcune catene muscolari toniche rispetto ad altre, ed ogni tipologia svilupperà nel
corso degli anni delle patologie specifiche sia del sistema mio-osteo-articolare che
d'altri organi del corpo.
Il trattamento posturale consisterà nell'armonizzazione di questi atteggiamenti,
correggendo le deformazioni fissate e prevenendo le patologie che possono svilupparsi nel
tempo. L'atteggiamento posturale primario è una posizione globale del corpo, la sua
correzione dovrà essere necessariamente globale.
Esso è inoltre assunto per l'interazione tra fattori: genetici, meccanici, bio-chimici e
psico-emozionali; i quali (tranne nel caso dei fattori genetici che sono immutevoli nel
corso della vita) possono subire delle variazioni o alterazioni della loro fisiologica
funzionalità, tali da determinare una variazione posturale e modificare, squilibrandolo,
l'Atteggiamento Posturale Primario stesso.
2.I MUSCOLI
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L'importanza che diamo alla valutazione della
componente muscolare, non è data dalla considerazione del muscolo come causa di uno
squilibrio posturale. Essa è imposta dal fatto che la componente tonica del muscolo,
qualsiasi sia la causa di uno squilibrio, tende a fissarlo e a protrarlo nel tempo,
attraverso le variazioni intrinseche che subisce in caso di postura scorretta, anche
quando la causa dello squilibrio stesso sarà cessata.Questo ad esempio avviene in caso di
posture derivanti da un riflesso antalgico: se un soggetto ha subito una distorsione alla
caviglia destra, tenderà a portare il peso del corpo sul piede opposto e questo
atteggiamento posturale si manterrà anche quando il dolore alla caviglia dx sarà
scomparso, sia a causa dell'ormai alterato schema corporeo e motorio, sia a causa dello
squilibrio tra adduttori ed abduttori degli arti inferiori e dei muscoli che controllano
l'equilibrio dell'articolazione tibio-tarsica.
Il muscolo scheletrico è costituito da fasci di lunghe fibre, ognuna delle quali è
formata da miofibrille. Le miofibrille contengono filamenti proteici d'actina e di miosina
(responsabili della contrazione muscolare) e sono suddivise in unità contrattili
funzionali dette sarcomeri.
Ogni fibra muscolare, ogni fascio di fibre e ogni muscolo sono ricoperti di tessuto
connettivo, nella cui sostanza intercellulare si trovano due proteine: l'elastina e il
collagene. |
Il muscolo non è formato quindi da un unico
elemento anatomico, ma è composto di 2 parti: i sarcomeri e il tessuto connettivo, i
quali formano un'unica entità. La patologia muscolare è prodotta dalla perturbazione,
dalla deficienza di uno o entrambi questi elementi, e/o dall'alterato loro rapporto. Il
ruolo della terapia posturale sarà di riportare ad un più fisiologico loro equilibrio
all'interno del muscolo.
Tutti i compensi posturali sia statici che antalgici sono mantenuti dai muscoli
scheletrici i quali sono sia effettori che recettori dei vari impulsi neurologici. Alla
nascita la maggior parte delle fibre muscolari dei muscoli striati sono uguali. Esse si
selezioneranno gradualmente in seguito alle conquiste statiche e dinamiche del bambino in
fibre toniche, dinamiche (fasiche) e miste.
La funzionalità del muscolo, la durata e l'intensità della sua azione, dipendono, oltre
che dalla sua innervazione assonica, anche dalla posizione del centro di gravità del
corpo che costringe il muscolo ad un'attività tonica o meno. Il numero di fibre toniche,
fasiche o miste di un muscolo è quindi anche proporzionale alla sua funzione. Si ha, come
in ogni parte del corpo umano, una indissociabile relazione tra Funzione e Struttura
Le fibre muscolari possono essere di tre tipi:
FIBRE FASICHE: sono fibre
bianche, innervate da assoni ad alta velocità di conduzione, a rapida ed elevata
contrazione. Sono fibre facilmente affaticabili, con poca resistenza. La loro patologia è
la debolezza, l'atrofia. Si tratta di fibre ad elevata elasticità.Un muscolo con
prevalenza di fibre fasiche, lunghe e parallele rispetto al suo asse longitudinale. È un
muscolo dinamico, la cui contrazione (e relativo rilassamento) è controllata dalla nostra
volontà. Ha un'elevata capacità contrattile ed elastica, è al servizio dei gesti
quotidiani e facilmente affaticabile. È una muscolatura che ha bisogno di riposo, che
può aumentare o diminuire il suo tono-trofismo, la sua soglia d'affaticamento ecc.,
attraverso l'esercizio fisico e l'allenamento, o a causa dell'immobilità. Sono muscoli
con un ventre notevole e una piccola parte tendinea.
È una muscolatura sotto la completa dipendenza corticale del sistema nervoso centrale, la
cui soglia d'eccitabilità è alta - il cui impulso nervoso necessita di un'elevata
frequenza di scarica. È una muscolatura che produce grandi spostamenti articolari anche
con una lieve contrazione.
L'azione dello "stress in accorciamento" su questo tipo di fibre (per stress
s'intende una situazione di lavoro del muscolo anomala rispetto alla sua fisiologica
natura, in cui i capi articolari sono posti in avvicinamento), produrrà un loro
indebolimento senza rigidità su tutta la loro lunghezza, atrofia muscolare. Inoltre il
muscolo risulterà debole alla valutazione funzionale. Il trattamento logico sarà la
riabilitazione funzionale di queste fibre attraverso la fisioterapia classica.
FIBRE TONICHE: sono fibre rosse, a bassa e lenta contrazione. Sono fibre
con notevole resistenza alla fatica, e bassa elasticità. Un muscolo con prevalenza di
fibre toniche, corte e poste obliquamente rispetto al proprio asse longitudinale. È un
muscolo tonico con un'elevata resistenza alla fatica, con la funzione di controllo e di
mantenimento della postura in opposizione alla forza di gravità. Sono muscoli con bassa
capacità elastica, che presentano una notevole parte tendinea in rapporto al piccolo
ventre muscolare. La cui contrazione è totalmente riflessa e non risponde alla nostra
volontà, essendo attivata dai motoneuroni alfa tonici con bassa frequenza di scarica. Il
riflesso miotatico è il principale meccanismo d'attivazione di questo tipo di muscoli, e
il loro sistema di controllo è la fusimotricità gamma. È una muscolatura che non
produce grandi movimenti articolari, anche con grandi contrazioni. La sua patologia non è
mai la debolezza ma la rigidità. Uno "stress" in avvicinamento dei suoi capi
d'inserzione ne provocherà l'accorciamento, con scivolamento delle proteine d'actina e di
miosina le une sulle altre, con aumento della sua forza di resistenza passiva, diminuzione
della sua capacità elastica e della resistenza funzionale nel tempo (si affatica
precocemente).
FIBRE MISTE: sono fibre non
numerose, innervate da assoni fasici, ma resistenti alla fatica.
Il tipo di fibre non è totalmente prefissato per sempre, esiste un potenziale
d'adattabilità delle fibre muscolari che può trasformare le fibre lente in veloci, e
viceversa. Un esempio di ciò sono i muscoli Scaleni che in seguito a patologie
respiratorie, da dinamici si trasformano in tonici perdendo gran parte della loro
elasticità.
3. LE LORDOSI
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Le curve d'adattamento alla funzione statica e
dinamica del bambino sono principalmente le curve secondarie del rachide (cervicale e
lombare) e degli arti inferiori.
Nel corso dei suoi primi anni di vita, l'appoggio plantare da piatto si evolverà con la
formazione della volta plantare, e nell'appoggio nei quattro punti dei piedi. Le ginocchia
da flesse si estenderanno e si avrà un'antiversione pelvica e la definitiva formazione
della curva lombare e cervicale.
Dall'appoggio plantare al rachide cervicale sono soprattutto le curve lordotiche che si
adatteranno all'evoluzione del bambino, in un rapporto reciproco che dall'appoggio dei
piedi arriva - in un processo ascendente - alla posizione della testa e all'inverso in un
processo discendente. |
Saranno queste zone che subiranno le principali
alterazioni sul piano sagittale in caso d'impulsi squilibranti che richiedano un
adattamento posturale.
Sarà attraverso lo studio e la valutazione di queste zone che si avranno le principali
indicazioni per esercitare un trattamento posturale efficace.
La lordosi è una deformazione permanente che esagera una concavità o raddrizza una
convessità, fissata da una rigidità muscolare. Le due lordosi fisiologiche del tronco
non sono altro che delle lordosi di compenso alla funzione statica e alla postura eretta
conquistata dall'uomo.
Come si equilibrano queste due lordosi?
Una lordosi, staticamente, non si compensa con una cifosi ma con un'altra lordosi.
Un aumento della lordosi lombare si compensa in alto coinvolgendo nella lordosi le ultime
vertebre dorsali e in basso con un'antiversione pelvica. Un aumento della lordosi
cervicale si compensa in alto con una lordosi occipitale ed in basso con una lordosi
dorsale alta.
Questo cambia i nostri punti d'osservazione e la nostra attenzione sarà indirizzata alla
valutazione delle lordosi primarie nel tronco e negli arti inferiori.
La muscolatura tonica è un unico insieme la cui parti si compensano reciprocamente al
fine di mantenere l'orizzontalità dello sguardo, la verticalità della testa e la linea
mediana di gravità del corpo all'interno del poligono di sostegno, sia nella stazione
eretta che nelle varie posture.
In un processo statico i due sistemi - ascendente e discendente - lavorano insieme
indissociabilmente. Se l'allungamento muscolare fosse diretto esclusivamente alla zona di
rigidità primaria, questo provocherebbe dei compensi e delle zone di fuga che
annullerebbero l'efficacia del trattamento, e trasferirebbe le rigidità o in un altro
piano dello spazio (sullo stesso segmento osseo) o in un'altra zona del corpo.
su
BASI
TECNICHE
A) LA
MESSA IN TENSIONE
Il tessuto connettivo e le fibre muscolari hanno una crescita parallela e reagiscono alle
tensioni.
Nel tessuto connettivo sono presenti delle molecole d'elastina che si rigenerano due o tre
volte nel corso della vita, si dispongono a maglia e costituiscono la parte elastica del
tessuto; non abbiamo alcuna possibilità d'intervento su di esse.
Le fibre collagene si raggruppano in fasci connettivi che sono l'elemento solido del
muscolo.
L'attività delle cellule del tessuto connettivo, i fibroblasti, è di secernere collagene
sotto lo stimolo meccanico delle tensioni muscolari.
· Le tensioni prolungate determinano una produzione in serie del
collagene e una produzione in serie dei sarcomeri lungo l'asse longitudinale del muscolo.
· Le tensioni ripetute (contrazione rilassamento) una sua produzione in
parallelo di collagene e sarcomeri lungo l'asse trasversale del muscolo.
· Le posizioni di rilassamento o accorciamento provocano una
diminuzione del numero dei sarcomeri, una densificazione del collagene, una degenerazione
fibrotica del tessuto connettivo e un'imbricazione dei filamenti d'actina e miosina.
 Vediamo la RMN della zona lombare in un
soggetto con scoliosi lombare. Si evidenza l'accorciamento dello psoas di dx (concavità)
l'allungamento di quello di sx. (convessità). |
Il tessuto connettivo si produce, in ognuno di
questi casi, parallelamente ai sarcomeri.
L'elasticità di un muscolo dipende dal numero di fasci connettivi di collagene e dalla
loro disposizione all'interno di esso.
La lunghezza di un muscolo è in rapporto alla tensione esercitata su di esso dalla
crescita ossea; ad esempio in una scoliosi i muscoli della concavità sono più corti di
quelli della convessità (foto 3). La parte tonica dei muscoli tenderà ad accorciarsi. Le
fibre toniche di un muscolo sono sempre in azione (tranne nel sonno, durante i minuti
della fase REM) e tirano sulle proprie inserzioni. Questa è "l'attività spontanea
del sistema tonico".
L'avvicinamento dei capi articolari di un muscolo con prevalenza di fibre toniche
(funzione tonica), non determinerà l'abbassamento del suo tono muscolare- il quale
rimarrà invariato a prescindere dalla sua lunghezza- per esercitare la sua funzione
statica. Si spiega così la patologia della muscolatura tonica: LA RIGIDITA' e
L'ACCORCIAMENTO.
La rigidità muscolare inoltre, non scompare con il lavoro attivo del suo antagonista in
quanto il motoneurone a somma algebricamente i diversi impulsi che riceve, e quello dato
dal riflesso d'innervazione reciproca è soltanto uno di questi impulsi. L'attività
dell'antagonista non ha nessuna azione sugli elementi fibrosi del muscolo retratto. Tale
rigidità muscolare, è normalmente causata dall'avvicinamento dei capi d'inserzione
articolare dei muscoli interessati per le varie cause cui si è già accennato in
precedenza.
Lo scopo del trattamento posturale è di lavorare sulle rigidità muscolari e le loro
cause primarie. Il trattamento
logico per vincere le rgidità sarà la "messa in tensione".
Questa "messa in tensione" dovrà essere globale, leggera e progressiva senza
produrre il riflesso di stiramento. Sarà effettuata in tre posture: supini, seduti, in
piedi, permettendo l'allungamento della muscolatura tonica rigida senza zone di fuga né
compensi.
Il nostro scopo è di arrivare alla soglia di deformazione dei muscoli accorciati
attraverso questa formula: |

Più un muscolo è rigido, minor forza si dovrà
esercitare ma per un tempo più lungo, al fine di arrivare alla sua deformazione di
lunghezza permanente.
Quanto detto implica delle leggi che regolano il nostro trattamento posturale.
A. Nel momento in cui si mette un muscolo in tensione
su di un piano dello spazio, esso tenderà a sottrarre la lunghezza mancante sugli altri
due piani. Ad esempio una messa in tensione del semimenbranoso e del semitendinoso sul
piano sagittale, determinata dalla flessione anteriore del tronco, quindi
dall'allontanamento del loro capo d'inserzione prossimale a livello della tuberosità
ischiatica, provocherà un compenso nella loro inserzione distale a livello della zampa
d'oca, nell'intrarotazione tibiale. Una messa in tensione del muscolo psoas
unilateralmente sul piano sagittale, allontanando il suo capo d'inserzione distale a
livello del piccolo trocantere, provocherà una lateroflessione dallo stesso lato e una
rotazione dal lato opposto del rachide lombare e della 12 vertebra dorsale cioè nei suoi
punti d'inserzione prossimale.
1 Legge:
Per esercitare un reale allungamento del muscolo retratto, non si dovranno permettere dei
compensi o delle vie di fuga in uno o più piani dello spazio. Altrimenti ciò che è
allungato su uno dei tre piani dello spazio è sottratto agli altri due. Ogni messa in
tensione dovrà essere esercita sui tre piani dello spazio: sagittale, frontale,
orizzontale.
B. Nel momento in cui viene messo in tensione un
muscolo si nota che, secondo dove si esercita la leva di forza durante la messa in
tensione, l'inserzione distale o prossimale del muscolo tende a muoversi, avvicinandosi
alla direzione della forza di trazione. Esempio: in una lateroflessione cervicale che
mette in tensione tra gli altri il muscolo trapezio superiore, noteremo che la spalla
controlaterale alla lateroflessione cervicale (cioè il punto d'inserzione distale del
trapezio superiore) tenderà a seguire il movimento del rachide cervicale.
In una messa in tensione del muscolo Psoas con il paziente supino e con le cosce
divaricate e la pianta dei piedi a contatto (a ginocchia flesse), il rachide lombare
s'inarca aumentando la sua lordosi in quanto tende ad avvicinarsi al femore.
Con il soggetto supino e con una rigidità a livello dello sternocleidomastoideo si nota
un aumento della lordosi cervicale e il mento non è parallelo allo sterno ma è diretto
verso l'alto. Abbassando il rachide cervicale ed il mento, la cassa toracica (punto
d'inserzione distale dello sternocleidomastoideo) si solleva dal suolo.
2 Legge:
Ogni messa in tensione di un muscolo retratto deve necessariamente avere un punto
fisso e l'altro in "allontanamento" da esso. Si lavorerà in eccentrica.
C. Ponendo un paziente supino ed elevando passivamente
le gambe verso il tronco, si osserva che nel momento in cui i muscoli posteriori degli
arti inferiori sono in tensione si ha prima il distacco dei glutei dal suolo, poi il
tronco compensa con un aumento della lordosi dorsale bassa e della lordosi cervicale.
3 Legge:Il muscolo che alla valutazione è risultato rigido, che
chiameremo zona di rigidità primaria, va posto in tensione nei tre piani dello spazio
impedendo i compensi su tutta la catena tonica di cui esso fa parte. Altrimenti ciò che
si conquista in una zona della catena tonica, viene sottratto da altre zone della stessa,
determinando un accorciamento complessivo di essa o quantomeno un suo mancato allungamento
globale. Un allungamento globale è possibile soltanto con un lavoro posturale che ponga
le catene toniche rigide in tensione nella loro totalità.
D. All'interno di una catena tonica, sia essa anteriore
o posteriore, si hanno delle zone d'ipomobilità articolare che corrispondono alle zone di
rigidità muscolare e al muscolo cosiddetto "freno". Si hanno delle zone
d'ipermobilità articolare, che corrispondono ai muscoli "vinti" all'interno
della stessa catena muscolare. Un'ipomobilità nel rachide lombare e cervicale con
conseguente aumento delle rispettive lordosi, porterà ad un'ipermobilità dorsale media,
che corrisponderà alla zona in cui i muscoli posteriori a quel livello rachideo sono
stati vinti. Staticamente una lordosi si compensa con un'altra lordosi. Cineticamente, una
lordosi e un'ipomobilità articolare, si compensa con una cifosi-ipermobilità articolare.
Alla zona di ipomobilità articolare corrisponderanno in alto e in basso, rispetto ad
essa, zone di ipermobilità articolare.
4 Legge:Mettere in tensione le zone d'ipomobilità articolare,
lasciando "neutre" le zone d'ipermobilità, zone già troppo sollecitate.
Assolvono questa funzione i cuscini che vengono usati nel metodo delle Tre Squadre e
l'angolo di "messa in tensione" degli arti inferiori rispetto al tronco durante
le varie posture. Mettere in tensione globalmente tutta la catena muscolare statica
rigida, ma all'interno di essa riequilibrare le tensioni evitando di sollecitare
ulteriormente le zone che sono ipersollecitate e "mirando" con le posture alle
zone iposollecitate ed ipomobili.
La valutazione del soggetto dovrà essere mirata all'evidenziazione delle zone
ipo-ipermobilità all'interno della stessa catena statica e in quella antagonista.
Il metodo delle "Trois Equerres", per posture d'allungamento e di
messa in tensione delle catene muscolari toniche accorciate, risale di lordosi in lordosi,
di rigidità in rigidità, tendendole da un capo all'altro nei tre piani dello spazio.
B) LA
VALUTAZIONE
La fisiologica postura del soggetto, potrà essere modificata da uno o più impulsi
squilibranti che divengono egemoni nella relazione tra i vari segnali che regolano
l'Atteggiamento Posturale Primario. Tali impulsi possono essere causati da vari fattori:
1. alterazione delle
sensibilità (visiva, tattile plantare, propriocettiva muscolare e articolare,
vestibolare, ecc
)
2. abitudini quotidiane (gesti o posture viziate, ripetute nel lavoro, a
scuola, ecc..)
3. atteggiamenti antalgici (riflesso antalgico e riflesso antalgico a
priori)
4. limitazioni traumatiche o funzionali (traumi, anchilosi, artrosi,
ecc
)
5. altro
Nel caso in cui un segnale squilibrante (per una
qualsiasi causa) diviene egemone rispetto a tutto il sistema di mantenimento
dell'equilibrio posturale, il complesso sistema di mantenimento della postura cercherà un
nuovo equilibrio a partire dal segnale squilibrante stesso. La nuova postura sarà quindi
data dalla risultante della riorganizzazione dell'interazione tra i vari segnali
(afferenti e programma centrale).
Pertanto la postura del soggetto sarà in quel momento la sua postura ideale, pur
nello squilibrio stesso.
Il segnale squilibrante potrà essere di breve, media e lunga durata.
Maggiore sarà la durata di tale impulso, e maggiormente risulterà impegnativo
riportare il soggetto ad una postura corretta. Una postura squilibrata a cui si costringe
il corpo per diverse ore al giorno, e per più giorni a settimana (ambiente di lavoro,
scuola, ecc
.) e prolungandosi nel tempo, determinerà l'instaurarsi di un
atteggiamento posturale anomalo, che il corpo avverte come corretto.
Ciò dipenderà essenzialmente dal fatto che una postura squilibrata cronicamente crea
un'alterazione dello schema corporeo, motorio e uno squilibrio muscolare tonico che tende
a fissare tale postura.
Inoltre sarà determinante sia la qualità del segnale anomalo che la sua intensità. Un
segnale anomalo che può essere compensato dai diversi organi che presidiano il controllo
posturale e che quindi non ha la possibilità di divenire egemone, non andrà a
squilibrare la postura del soggetto. Per contro un segnale squilibrante che non ha la
possibilità di essere compensato da nessun'altra sensibilità e diviene egemone,
squilibra notevolmente la postura.
L'intensità del segnale squilibrante potrà essere debole, media o alta.
Sarà la relazione tra la qualità del segnale, la sua durata e (in misura
minore) la sua intensità, che produrranno uno squilibrio posturale.
La valutazione dell'origine del segnale anomalo squilibrante è determinante ai fini del
riequilibrio posturale, per mirare il trattamento alla causa primaria dello squilibrio.
Non sempre una postura squilibrata deve essere necessariamente corretta.
Essa può essere funzionale ad un dolore o ad un deficit delle sensibilità
pertanto una correzione dello squilibrio potrebbe far manifestare un dolore acuto o essere
causa di una limitazione ulteriore delle capacità funzionali del soggetto. Ad esempio
correggendo una postura squilibrata da un problema visivo ad un solo occhio senza aver
affrontato tale problema, per prima cosa non si riuscirà a mantenere la correzione, ma
comunque si produrrà nel soggetto una correzione non funzionale alla sua patologia
primaria. Un atteggiamento posturale di flessione anteriore del tronco in un soggetto con
stenosi del canale a livello di una o più vertebre lombari non andrà corretto in quanto
l'atteggiamento posturale è funzionale alla patologia stessa e la sua correzione non
farà altro che provocare un aumento della sintomatologia dolorosa. Per contro, un dolore
lombare o cervicale, causato da una postura scorretta che si assume per diverse ore al
giorno non potrà essere risolto senza un riequilibrio posturale. Così come continui
blocchi articolari, a livello della cerniera lombo-sacrale, causati da un'accentuazione
della lordosi lombare.
È quindi fondamentale in ogni
trattamento posturale che si definisce globale, risalire alla causa primaria dello
squilibrio e lavorare contemporaneamente su di essa e sulle forze muscolari che mantengono
lo squilibrio da essa causato.
Per questo è assolutamente indispensabile lavorare in collaborazione con altre
figure professionali quali neurologo, ortopedico, fisiatra, ortottista, otorino, podologo,
osteopata, psicologo, ecc
La domanda che si pone nella valutazione posturale del soggetto algico è:
La sede del dolore è la causa del medesimo (in quanto si può trattare di un
problema traumatico, infiammatorio, viscerale, tossico, ecc.), o al contrario la zona in
cui il soggetto avverte il dolore è l'ultimo anello di una catena di compensi
statici-posturali e la causa del dolore si trova lontano dal distretto algico?
Secondo la risposta a queste domande, il trattamento, il protocollo e la
strategia terapeutica saranno diversi.
· Nel primo caso s'inizierà il trattamento direttamente dal distretto
nel quale è insorto il dolore. Si avrà una catena posturale incoerente (si definisce
incoerente un atteggiamento antalgico che squilibra la normale postura del paziente,
portando la linea mediana di gravità del corpo al di fuori del poligono di sostegno nella
stazione eretta, e rendendola incoerente rispetto alla sua morfotipologia fisiologica). Il
dolore si evidenzierà nella zona causa dello stesso, la postura del soggetto avrà come
imperativo la ricerca di una posizione antalgica che spesso produce un notevole squilibrio
posturale. Il ruolo della terapia posturale sarà di riportare il soggetto al suo normale
Atteggiamento Posturale Primario attraverso la scomparsa del dolore (che era causa stessa
dello squilibrio).
· Nel secondo caso si lavorerà lontano dal dolore nella zona di
rigidità primaria. Si avrà normalmente una catena posturale coerente derivante
dall'Atteggiamento Posturale Primario del soggetto (si definisce coerente una postura che
mantiene inalterate le caratteristiche primarie del soggetto), il dolore si manifesterà
nei segmenti ossei che non hanno possibilità di compensare ulteriormente. È un dolore
sempre d'origine posturale, la cui causa sarà lontano dal distretto algico.
In caso di dolore acuto il trattamento posturale
dovrà tenere conto della zona dolorosa, che non dovrà essere ulteriormente sollecitata e
dovrà restare in posizione neutra, a questo scopo è fondamentale l'utilizzo dei
"cuscini di scarico" in ogni seduta posturale.
In ogni caso la messa in tensione di fondo dovrà essere esercitata nella
zona di rigidità, sia che essa stessa sia dolorosa, sia che essa provochi un dolore
lontano.
È attraverso lo studio della tipologia posturale nei tre piani dello spazio, confrontata
con le posture dei soggetti presi in esame, che si avranno le indicazioni necessarie per
lo sviluppo di un protocollo terapeutico mirato ed efficace.

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Nelle foto si nota una
paziente con una postura notevolmente squilibrata. All'inizio del trattamento essa
presentava un dolore acuto alla zona cervicale e alla spalla sinistra. Questo dolore era
presente da più di cinque anni e nonostante continui trattamenti sulla zona interessata,
la sintomatologia dolorosa persisteva; per alleviare il dolore la paziente era costretta a
sottoporsi a periodiche infiltrazioni locali di tossina botulinica dalla zona cervicale
alla spalla sx. |

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La domanda che ci si è posta di fronte a questo
soggetto è stata: la posizione del rachide cervicale è squilibrata per il dolore - e la
lateroflessione del tronco compensa la posizione cervicale - o, al contrario, la cervicale
è stata costretta a quella posizione dalla lateroflessione del tronco?
La paziente era stata sottoposta sette anni prima, all'asportazione di una massa tumorale
di 4 kg a livello addominale sinistro e all'asportazione della milza. A suo dire, da
allora erano iniziati i primi accenni di lateroflessione del tronco, che via via erano
andati sempre più aggravandosi. Il dolore cervicale era comparso due o tre anni dopo
l'operazione chirurgica. Inoltre nella posizione supina il rachide cervicale si
riequilibrava facilmente, mentre permaneva la lateroflessione del tronco con una cresta
iliaca più cefalica dell'altra. Era quindi evidente che la lateroflessione cervicale
seguiva e riequilibrava la notevole lateroflessione del tronco.
Il nostro intervento, nelle varie posture, si è concentrato (tra l'altro) in:
· riequilibrio tonico
del tronco attraverso la messa in tensione della zona destra
· lavoro cervicale nell'asse
· trattamento dei sistemi crociati
· rieducazione del perineo
· riequilibrio degli appoggi plantari
· stabilizzazione di tutto il tronco.
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Potete notare i risultati ottenuti dopo
quattro-cinque mesi di trattamento una volta a settimana.
La causa del dolore alla zona cervicale e alla spalla sx dipendeva dallo squilibrio
posturale causato dall'operazione chirurgica. Il rachide cervicale essendo l'ultimo
segmento che compensava tale squilibrio non aveva la possibilità di compensare
ulteriormente per questo risultava algico.
Esclusivamente attraverso il riequilibrio della zona primaria
dello squilibrio posturale (il tronco), è stato possibile risolvere i problemi della zona
di compenso (cervicale). Per questo i vari trattamenti fisioterapici eseguiti direttamente
ed esclusivamente sulla zona dolorosa, non potevano portare ad alcun risultato. su |
LA
PROGRESSIONE
L'errore in un trattamento posturale è
sempre di andare troppo in fretta, si deve tenere conto di 3 parametri:
· Il tempo di messa in tensione
· Le squadre di messa in tensione
· Le fasi di messa in tensione
1. IL TEMPO
La messa in tensione globale partirà da delle
posture di 10 minuti nel corso della prima terapia, e si svilupperà gradualmente e
progressivamente nel corso delle sedute successive, fino ad arrivare ad un tempo di un'ora
di messa in tensione una sola volta a settimana (unica eccezione le scoliosi evolutive).
Il tempo di messa in tensione si adatterà alle possibilità del paziente, al dolore,
all'età, alla
condizione psico-fisica, all'elasticità tissutale, alla tipologia del soggetto.
Un trattamento posturale di fondo ha delle ripercussioni su tutto il sistema
mio-osteo-articolare e su quello neurovegetativo: una messa in tensione più di una volta
a settimana può provocare dolori muscolari e reazioni neurovegetative eccessive. Il corpo
ha bisogno di tempo per riequilibrarsi nelle nuove posture acquisite.
2. LE SQUADRE(le Posture):
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La messa in tensione globale avviene attraverso
tre posture di trattamento: la prima squadra, in cui si assume la posizione supina con le
gambe elevate a 90 gradi; la seconda squadra, in posizione seduta con il tronco a 90 gradi
rispetto alle gambe; la terza squadra in cui abbiamo l'appoggio al suolo dei piedi con il
tronco flesso a 90 gradi.
Nella nostra lunga esperienza in Rieducazione Posturale, abbiamo potuto osservare che far
mantenere al soggetto queste posizioni di messa in tensione muscolare richiedeva un
notevole sforzo, e provocava spesso dei dolori durante la terapia. Inoltre non si
riuscivano a controllare i compensi e le vie di fuga che provocavano un eccessivo lavoro
della muscolatura dinamica che compensava la mancanza di lunghezza della muscolatura
tonica. |
Era un lavoro che non
selezionava, all'interno delle catene toniche rigide, le zone d'ipomobilità da quelle
d'ipermobilità (le zone cioè che dovevano essere messe in tensione, da quelle che
dovevano restare "neutre"), ed infine portava il soggetto a stabilire un
rapporto di forza con la propria patologia ed il proprio corpo (rapporto di forza che a
nostro avviso era esso stesso la causa di numerose patologie). Pur ottenendo dei
soddisfacenti risultati, si notava inoltre che per molti pazienti la seduta di
Rieducazione Posturale era considerata un'esperienza non proprio piacevole e distensiva e
alcuni di loro rinunciavano al trattamento dopo alcune terapie perché considerato
"troppo duro".
Per questo il Metodo delle "Tre Squadre" ha sviluppato una progressione
dolce e lenta: è un trattamento che prevede una notevole manualità e contatto
del terapista con il corpo del paziente, il quale soprattutto attraverso il lavoro manuale
del terapista prenderà coscienza delle proprie tensioni, rigidità e "blocchi".
Per mantenere il soggetto correttamente nelle squadre di "messa in tensione
muscolare" e per rendere questo piacevole e nello stesso tempo efficace, si usano sia
dei cuscini di rialzo - che pian piano andranno eliminati - che delle cinte di sostegno
degli arti inferiori o del tronco, rigide o elastiche, secondo le possibilità e delle
condizioni del paziente.
3. LE FASSI
DI MESSA IN TENSIONE
Un trattamento posturale di fondo
non può essere breve. Il paziente viene per un dolore, ma questo, nel caso in cui sia
d'origine posturale, è soltanto l'ultima manifestazione di uno squilibrio posturale
instauratosi e consolidatosi nel tempo. Ci vuole tempo, non meno di 30 terapie, per
riarmonizzare il sistema mio-osteo-articolare.
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Il nostro metodo miscela nella progressione del
trattamento, tre fasi: la Passiva, in cui si lavora in totale rilassamento e distensione
del paziente e in cui il terapista svolge un lavoro manuale tendente a riarmonizzare
l'alterato rapporto tra muscolatura tonica e dinamica, e a dissociare i cingoli scapolare
e pelvico. In questa fase inizierà il lavoro di riequilibrio degli appoggi plantari e
d'allineamento degli arti inferiori, che sarà preparatorio e indispensabile per la
progressione del trattamento. . |
Questa è la fase per noi più importante: il
paziente impara a lavorare esclusivamente con la muscolatura tonica, lasciando
completamente rilassata la muscolatura dinamica, soprattutto quella anteriore
(quadricipite, addominali ecc.)È la fase in cui il paziente impara a "lasciarsi
andare" attraverso il "sospiro espiratorio", e nella quale impara a
controllare i compensi dinamici.
La fase Attivo-Passiva inizierà nel momento in cui si saranno allineati due dei tre punti
del tronco. Il paziente inizia, contemporaneamente al lavoro manuale del terapista, a
mantenere delle posture attivamente con il supporto di cuscini più bassi e della cinta
elastica.
La fase Attiva, fase nella quale si stabilizzerà il riequilibrio muscolare ottenuto nelle
altre due fasi, esclusivamente attraverso le posture attive del paziente. Questa fase
inizierà nel momento in cui il paziente ha allineato tutti e tre i punti del tronco, come
compenso sarà consentito solo un piccolo cuscino nell'ileo o nell'occipite e una leggera
flessione degli arti inferiori. Soltanto in questa fase, cioè dopo una lunga progressione
e armonizzazione muscolare, si faranno assumere al paziente posture di "messa in
tensione" senza l'ausilio d'alcun cuscino o cinta.
Queste tre fasi non saranno proposte meccanicamente nella loro successione, ma saranno
miscelate in ogni postura adattandosi alla tipo-psico-morfologia del soggetto.
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La progressione del trattamento in 1° Squadra.
da una postura con cuscini alti e con le gambe sostenute da una cinta rigida,
progressivamente si abasserano i cuscini e si userà la cinta elastica. In seguito la
postura verrà mantenuta dal soggetto senza l'ausilio di cinte e con un piccolo cuscino,
che verrà succesivamente tolto. Non
sarà il paziente a adattarsi al trattamento posturale, ma sarà quest'ultimo a adattarsi
a ogni soggetto. Non si tratterà la sciatalgia del sig. Bianchi allo stesso modo della
sciatalgia del sig. Rossi. Lo studio approfondito della tipologia e del temperamento del
soggetto arricchirà e completerà il lavoro posturale e permetterà al terapista di
adattarsi al paziente in ogni suo aspetto e gli consentirà di affrontare con un ampio
bagaglio di conoscenze ogni patologia.
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Varie fasi della 3° squadra |
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S'integreranno nel trattamento posturale altre
tecniche quali: le normalizzazioni articolari, la riflessologia, la digitopressione, i
pompages, il lavoro fasciale, ecc.. su
INDICAZIONI-CONTROINDICAZIONI
Un trattamento posturale può essere proposto
dall'età di sette anni, in quanto questa è l'età in cui il bambino può iniziare a
controllare il suo corpo e a rilassarsi. Non ci sono limiti d'età: si hanno pazienti
d'ottantasette anni, ai quali questo trattamento porta solo benefici.
Indicazioni:
· Dismorfismi e paramorfismi
· Squilibri dell'apparato mio-osteo-articolare
· squilibri ortopedici
· tutte le turbe reumatiche
· alcune turbe neurologiche che causano rigidità muscolari
· rieducazione post-traumatica
· scoliosi
· trattamento ernie discali
· esiti d'intervento ernie discali
· turbe digestive (ernia iatale, ecc..)
· turbe respiratorie d'origine meccanica
· patologie circolatorie
· incontinenza vescicale
· rieducazione post-partum
· il trattamento posturale è particolarmente indicato per tutti gli
sportivi, per migliorare il loro rendimento
· ecc..
Controindicazioni:
· infezioni
· stati infiammatori molto acuti (poliartriti)
· turbe psichiche profonde
· neoplasie su
Per informazioni sui corsi del metodo delle
"Tre Squadre"
rivolgersi alla coordinatrice organizzativa dell'Associazione Internazionale Les Trois
Equerres
T.d.R. Monica Giancaspro Tel. 3393590388-0112467320
Si ringrazia per la collaborazione grafica il T.d.R. Diego Rossini
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