Borgorose è il centro più importante
di quella sub-regione che si estende nella provincia di Rieti e prende il nome
di Cicolano. Il termine Cicolano deriva dalla corruzione del nome
dei suoi antichi abitanti, gli Aequicoli, che erano gruppi di Equi
(popolazione abitante nel Lazio, lungo l’Aniene, tra Tivoli e il Fucino,
appartenente al gruppo linguistico osco-umbro) rimasti isolati nelle montagne e
nei boschi della Valle del Salto.
La
denominazione Equi, che in latino significa “giusti”, fu probabilmente
attribuita dai Romani, in virtù a delle loro speciali leggi: la Sacrata
e la Feziale. L’osservanza della prima, che considerava un diritto
inviolabile di ogni cittadino difendere la terra natale, era affidata al
comandante supremo degli eserciti. La seconda, che sarebbe stata istituita dal
re Equicolo Ferter Resius e poi introdotta nel diritto internazionale
Romano come “ius fetiale”, era amministrata da sacerdoti, detti feziali, che
venivano mandati, di solito in numero di quattro, come ambasciatori presso gli
altri popoli, per concludere trattati di pace e di alleanza o per dichiarare
guerra.
Nel
corso del V secolo a.C. gli Equi, alleati con i Volsci, costituirono per i
Romani un pericolo continuo, con scorrerie che li portavano spesso fin nel
cuore del Latium vetus.
Dopo un
lungo periodo di silenzio, ritroviamo gli Equi alla fine del IV secolo a. C.,
quando i Romani, subito dopo la fine della seconda guerra sannitica, si
trovarono nella necessità di aprirsi una strada sicura attraverso i territori sabellici, per
raggiungere la via lungo l’Adriatico in direzione dell’Apulia, e di creare uno
sbarramento tra i Sanniti e i loro alleati settentrionali, Etruschi, Umbri e
Galli. I Romani pensarono in un primo
momento ad un’annessione pacifica, e proposero agli Equi la “civitas sine
suffragio” (cittadinanza senza diritto di voto). Ma il rifiuto degli Equi
provocò una risposta di inaudita violenza. L’esercito equo non era in grado di
affrontare in campo aperto quello romano: di qui la scelta strategica di
tentare la difesa delle singole rocche, distribuendo in queste le truppe
disponibili. I Romani attaccarono una dopo l’altra tutte le rocche fortificate,
e in cinquanta giorni ne presero d’assalto ben trentuno, la maggior parte delle
quali fu distrutta ed incendiata, e la stirpe degli Equi fu sterminata fin
quasi a scomparire.
Solo la
zona occidentale, più appartata, abitata dagli Equicoli dovette in parte
scampare al massacro, conservando attraverso il Medioevo e l’età moderna la sua
originaria identità storica. Nel territorio degli Equi ormai semideserto,
vennero dedotte due colonie latine: Alba Fucens, presso il confine con i
Marsi (nel 303 a.C.) e Carsioli, tra Alba e Tivoli (tra il 302 e il 298
a.C.).
In epoca
augustea, nel Cicolano, vennero istituiti due Municipi: Cliternia,
l’attuale Capradosso, e Res Publica Aequicolanorum, con Nersae come
centro principale (presso Nesce, nel comune di Pescorocchiano).
Oltre a
questi due Municipi esistevano una quarantina di vici ( Orvinium,
corrispondente a Corvaro, e Tiora,
tra Torano e Sant’Anatolia)
dei quali restano come testimonianza, terrazzamenti e muri in opera poligonale;
ai vici, centri abitati posti sulle alture, si aggiunsero, in età repubblicana,
nuove strutture come le ville rustiche.
Nel
passaggio dalla topografia antica a quella medievale grande importanza venne ad
assumere la diffusione del Cristianesimo.
Dopo
decenni di guerre, invasioni barbariche e devastazioni naturali, quali incendi
e terremoti, gli insediamenti abitativi cicolani si presentavano in completa
rovina.
A partire,
però, dal VI–VII secolo d.C. i monaci farfensi e sublacensi assunsero
direttamente la “cura animarum”, ed esplicarono una vera e propria
azione di missione, rioccupando la maggior parte degli antichi villaggi e
costruendo numerose pievi.
Dopo
l’annessione del Cicolano al Ducato di Spoleto, gli agglomerati urbani vennero
sostituiti da insediamenti costituiti da piccoli casali, spesso di origine
romana, legati ai latifondi tardo – antichi.
A partire
dall’VIII secolo d.C. la classe dirigente locale di origine longobarda fu
segnata da una forte crisi, causata non solo dalle divisioni ereditarie ma
anche dalle donazioni, sempre più significative, fatte alle grandi Abbazie (
tra cui Farfa ).
I
possedimenti longobardi andarono, così, ad incrementare il nuovo potere monastico,
che nel territorio cicolano si
manifestò nel IX secolo, con l’edificazione di numerose chiese rurali. Dalla seconda metà del IX secolo fino al
916, l’intera Valle del Salto subì
devastazioni e saccheggi di ogni genere, da parte dei Saraceni.
Quest’avvenimento
storico, unito alle esigenze della classe dirigente feudale, diede origine ad
un nuovo assetto territoriale, caratterizzato dal fenomeno
dell’incastellamento.
Gli
antichi centri di tradizione romana situati a fondovalle furono lentamente abbandonati,
e nuovi centri fortificati sorsero sulle alture.
Nei
documenti della metà del XII secolo, compaiono accanto ai nomi dei luoghi che
ricordavano gli invasori (Ara della Turchetta a Sant’Anatolia, e Aia
dei Saraceni a Castelmenardo) quelli dei centri incastellati di Corvaro, Castelmenardo, Collefegato,
Spedino, Torano e Poggiovallle.
Dopo la
dominazione normanna, terminata nel 1268 con la sconfitta di Corradino a
Tagliacozzo, iniziò l’epoca delle Signorie con i conti Mareri, fino al 1532 e i
principi Colonna, fino al 1661; ai primi è legata la diffusione del
francescanesimo nel Cicolano: nel 1228
la baronessa Filippa Mareri, divenuta poi Santa, fedele seguace di San
Francesco, rifugiandosi con alcune consorelle nella chiesa di San Pietro de
Molito e Casardita, diede infatti origine al primo monastero femminile
francescano del Regno delle Due Sicilie.
Ai Colonna successero i Savelli, i Cesarini e i Barberini che furono signori del Cicolano dal 1650 fino a tutto il XVIII secolo. Nel periodo napoleonico, abolito il feudalesimo e i suoi privilegi, si delinearono i quattro comuni che ancora oggi esistono: Petrella di Cicoli (Petrella Salto), Pescorocchiano, Borgocollefegato (Borgorose) e Mercato (Fiamignano).
Nel
settembre del 1860 i quattro comuni aderirono al Regno d’Italia, ma
nell’ottobre dello stesso anno, ci fu una sollevazione generale di tutti coloro
che desideravano il ritorno dei Borboni.
Questa
sommossa che sembrava un episodio isolato, in realtà, andò ad alimentare il
triste fenomeno del brigantaggio che per un decennio circa, insanguinò
la regione cicolana.
Passato al distretto di Cittaducale, governato dall’Abruzzo, il Cicolano rientrò a far parte della sfera amministrativa reatina nel 1927, quando venne costituita la provincia di Rieti.
Ospita la sede del Municipio, che ha giurisdizione su diciassette frazioni e per numero di abitanti è il quinto dei settantatré comuni che fanno parte della provincia di Rieti; punto di riferimento all’interno di un territorio, caratterizzato da un ottimo stato di conservazione e dotato di straordinarie emergenze naturali e storiche, ricopre senza dubbio un ruolo primario.
Le famiglie feudali (i Mareri e poi i Gurgo e i Ciambella) lo ritennero un centro esclusivamente agricolo e marginale, tale da non dovervi investire in palazzi residenziali o ville di campagna. Il passato medievale del paese rivive nella piazzetta centrale, oggi Piazza Garibaldi, intorno alla quale sono disposte in circolo le case più antiche. Qui convergono i vicoli più suggestivi, caratterizzati da abitazioni decorati con pregevoli portali, testimoni di memorie ormai lontane.
Tra gli edifici più importanti va annoverata la chiesa di Sant’Anastasia, la cui antichità è denunciata dai grossi massi, resti di antiche mura, sopra i quali è stata edificata. L’edificio religioso, che ha una pianta a croce latina ad una sola navata, e una cripta, fu ricostruito dopo il terremoto del 1703.
All’interno
sono custoditi dipinti dei secoli XVI e XVII, e fino a qualche decennio fa
anche una bella croce processionale in argento dorato del XIV secolo, oggi al
Museo Diocesano di Rieti, dopo essere stata rubata e ritrovata a Glasgow.
La facciata, recentemente restaurata, è abbellita dal rosone e dal portale provenienti dalla chiesa romanica di San Giovanni in Leopardis.
Il rosone
è costituito da una vera e propria ruota di tozzi pilastrini in cui è inclusa
una seconda ruota stellata; il portale invece è delimitato da due paraste
scanalate, sormontate da capitelli decorati con foglie stilizzate, e da un
architrave, all’estremità del quale sono visibili i bassorilievi raffiguranti
un vescovo e un Santo con un libro in mano (forse San Giovanni).
Sopra il
portale, in un’iscrizione, è indicato l’anno in cui, probabilmente, terminarono
i lavori di ristrutturazione: “Sacros Later Eccles/ Liborius Abbas Mosca/
Posuit Anno D. 1745”.
Poco
distante dal centro sorge l’importante chiesa di Sant’Antonio,
una preziosa testimonianza dell’architettura religiosa Templare.
La piccola
chiesa ad unica navata, affiancata da una cappella costruita successivamente e
da poco restaurata, venne probabilmente eretta nella metà del XV secolo, dopo
la diffusione dell’Ordine dei Cavalieri Templari.
L’Ordine
dei Templari fu istituito a Gerusalemme nel 1119 dal nobile francese Ugo di
Payns, che insieme ad altri nove compagni, dopo aver dato i voti, costituì una
comunità che, per donazione di Baldovino II, ebbe come propria residenza una
parte del palazzo reale identificato dai crociati come il tempio di Salomone,
donde il nome di Templari.
Inizialmente
si dedicarono alla protezione dei pellegrini che percorrevano le strade verso
Gerusalemme, e poi cominciarono a partecipare alle campagne militari contro gli
infedeli, come le Crociate. In breve
divennero una specie di nuova milizia che combatteva il male morale e quello
fisico.
Nel 1128
l’Ordine monastico-militare venne approvato e ne fu redatta la regola sotto la
guida di San Bernardo; oltre ai voti di castità, povertà ed obbedienza vennero
aggiunti protezione dei pellegrini e lotta agli infedeli.
L’Ordine
beneficato da numerosi lasciti in denaro e territori divenne in poco tempo
ricchissimo, tanto che i Templari cominciarono ad organizzare trasferimenti di
denaro, a custodire gioielli e documenti, e a fare prestiti.
L’ostilità
e la paura che si diffusero intorno a quest’Ordine portarono papa Clemente V,
spinto dal re francese Filippo il Bello che aveva contratto diversi debiti con
i Templari, a sopprimerlo ufficialmente nel maggio del 1312.
Se si
considera che gli insediamenti templari in Italia ammontano a centocinquanta,
si può capire il valore che la chiesa di Sant’Antonio riveste nel panorama
della storia urbanistica e religiosa dell’Ordine.
Dal punto
di vista topografico, i Templari, in Italia, hanno quasi sempre edificato le
loro strutture, fuori dalla cinta muraria; ed infatti anche in questo caso, il
piccolo edificio religioso si presenta decentrato rispetto al nucleo abitativo. La chiesa, rimasta senza tetto, presenta
sulle pareti dei magnifici affreschi, che si stanno però gradualmente
deteriorando a causa delle condizioni di abbandono in cui si trovano; sulla
parete sinistra è però ancora ben visibile la rappresentazione di San Giorgio
che uccide il dragone, con accanto altre figure di Santi. Sull’altare, è collocata in posizione
ieratica la statua di un Santo guerriero, probabilmente protettore dell’Ordine
Templare, priva di testa e mani.
In mezzo a
boschi, poco distanti da Borgorose, sorgono i resti del complesso monastico
benedettino di San Giovanni in Leopardis.
L’insediamento
religioso fu edificato su un antico tempio pagano del V secolo a.C. dedicato
probabilmente a Diana, costituito da un recinto su terrazza in opera poligonale
di III-IV maniera a struttura rettangolare; l’antica sacralità del luogo fu
attestata dai rinvenimenti di un ex-voto e una epigrafe latina dedicata alla
dea Diana. L’edificio benedettino,
protetto da una triplice cinta poligonale, rappresentava una vera fortezza,
atta a sostenere incursioni e assedi.
Il Monastero è menzionato, per la prima volta, tra le chiese della
diocesi di Rieti, in una bolla di Anastasio IV nel 1153; ma è in un periodo
antecedente questa data che venne realizzata la cripta di San Giovanni, forse
agli inizi del Mille, dopo il terribile terremoto del 990.
I maestri
di Valva, portati dai monaci benedettini di Montecassino nell’alta valle del
Cicolano, per riedificare tutto ciò che era stato distrutto dal sisma, furono
probabilmente gli autori della cripta e della chiesa di San Giovanni in
Leopardis. Dopo l’abbandono dei
monaci, della chiesa, ad una sola navata con abside semicircolare e copertura a
due falde, non rimase più nulla; il rosone e il portale che decoravano la facciata
a capanna vennero utilizzati per la ricostruzione della chiesa di
Sant’Anastasia nel 1745.
Attraverso
una scaletta, si accedeva alla cripta, posta al di sotto della zona
presbiteriale della chiesa. La cripta
si presenta esternamente con un’abside
con finestre monofore, all’interno, invece, si divide in cinque piccole
navate coperte da volte a crociera.
Dichiarata nel 1892 Monumento Nazionale, dal Ministero della Pubblica
Istruzione, fu sottoposta a degli interventi di restauro nel 1980. Dopo pochi anni, nel 1984, la cripta subì un
gravissimo e irreparabile danno ad opera di ladri esperti che, approfittando
della disattenzione delle autorità locali, spezzarono cinque delle otto colonne
che sostenevano le volte, per impadronirsi dei preziosi capitelli, finemente
decorati con fiori, foglie, e motivi zoomorfi e antropomorfi.
Festa: La domenica dopo Ferragosto – S.Rocco e
S.Anastasia
Posto a 944 metri d’altitudine, è un borgo di origine romana che ha subito rifacimenti medievali e rinascimentali.
Situato all’interno della Riserva Naturale delle Montagne della Duchessa, ospita una sola famiglia. Come testimonianza dell’antico insediamento abitativo resta l’importante Necropoli degli Arioli, realizzata dagli Equi, etnia appartenente al gruppo osco-umbro che si insediò nella Valle del Salto. La Necropoli, una delle meglio conservate nell’area centro-italica, ha un diametro di 30-35 metri ed è coperta da un cono di terra, detto “tumulo”, che veniva utilizzato per indicare la presenza tombale.
La tomba, risalente al VI-V secolo a.C., a differenza di quelle rinvenute in Asia Minore, in Russia e in Etruria, è priva di camere in pietra, perché le salme erano inumate direttamente in terra, con il loro corredo funerario.
Nelle sepolture maschili sono stati ritrovati armi, dischi-corazza, lamine di bronzo e punte di lance in ferro; in quelle femminili, invece, specchi in argento e bronzo, balsamari fittili, perline vitree e fibule.
Particolarmente interessanti sono i due romitori, situati a 1200 metri, lungo le pendici delle Montagne della Duchessa. L’eremo di San Costanzo a Bocca di Teve, raggiungibile percorrendo uno stretto sentiero che si inerpica lungo la costa rocciosa, risale al 1300, ed è costituito da una grotta aperta verso sud, che misura 12,5 metri di lunghezza e 4 metri di altezza, ed ha uno speco d’ingresso profondo 6 metri. Lo speco era chiuso da un muro medievale in opera incerta, con un ingresso a volta ribassata; la struttura, abbastanza complessa, è stata adattata, con scavi nella roccia e partizioni murarie, alla funzione religiosa. All’interno si trovava anche una cisterna circolare che veniva utilizzata per la raccolta dell’acqua, proveniente da una fessura presente nella volta di ricoprimento. Presso Bocca di Teve sono inoltre visibili muri di terrazzamento databili al III-II secolo a.C., in opera poligonale rivestiti da cortine, composte da grandi blocchi posati a secco.
I resti murari appartenevano, probabilmente, ad un antico Santuario italico-romano.
Ben noto anche l’eremo di San Leonardo, ricavato sotto un riparo a quota 1180 metri, nel vallone di Fua. Il monastero, così lo definiscono infatti le fonti che lo ricordano a partire dal 1153, è di difficile accesso ed è collegato a Cartore da uno stretto sentiero. All’edificio religioso, mossi da un’antica religione popolare, si recavano i pellegrini affetti da malattie articolari che, per curarsi, prelevavano frammenti di minerali ferrosi nei pressi dell’altare dedicato al santo.
Del nucleo medievale rimangono i resti della Chiesa di San Lorenzo, che fu anche abbazia, la torre difensiva di sezione 4,5 metri per 4,6 metri, e mura perimetrali che in alcuni punti raggiungono i 7 metri di elevazione.
Alcuni casali posti all’ingresso di Cartore, rappresentano però la parte più suggestiva del borgo; ristrutturati seguendo i canoni stilistici delle preesistenti costruzioni, accolgono il visitatore e lo proiettano in una particolare dimensione, nella quale il tempo sembra essersi fermato. Da qui si entra nel cuore della Riserva Naturale parziale delle Montagne della Duchessa. La Riserva, che è stata istituita nel 1990, si sviluppa su una superficie di 3000 ha., tutti appartenenti al Comune di Borgorose.
Percorrendo
sentieri immersi in una natura incontaminata, si può ammirare un paesaggio aspro e selvaggio, dominato dal monte
Morrone (2141 metri s.l.m.) e dal monte Murolungo (2184 metri
s.l.m.). Rifugio naturale di tutta la
fauna appenninica e di esemplari di Lupo, Martora, e Gatto Selvatico, è reso
ancora più affascinante dalla presenza del piccolo Lago della Duchessa
(posto a 1788 metri s.l.m.) che si adagia in una piccola conca, ed è meta di
numerose visite. Agli amanti delle
escursioni, o anche di semplici e rilassanti passeggiate, tutto il territorio
circostante offre magnifiche possibilità di scelta.
Situato
sulla cima del monte San Mauro, a 819 metri d’altitudine, è senza dubbio il
paese che meglio conserva l’originario impianto medievale. Edificato dopo le incursioni saracene del X
secolo, è stato strutturato con le case addossate le une alle altre, disposte a
schiera per formare una barriera difensiva su tre lati.
Del
castello-fortino eretto nel X secolo dal Conte Mainardo, esponente
della nobile famiglia dei Marsi, dal
quale prese il nome il borgo di Castelmenardo, resta solo un torrione. Il paese
dominato dalla chiesa di Santa Croce, risalente al secolo XVI, è
un dedalo di viuzze, archetti, logge e portali decorati, che conservano intatto il fascino proprio dei
luoghi della memoria.
Nei pressi
del nucleo abitato sono visibili i resti della chiesa rurale di Santa
Maria in Colle, edificata nel secolo XII, mentre più distante,
immersa nei boschi di monte San Mauro, sorge la chiesa di San Mauro,
meta di pellegrinaggi, ogni anno il primo di maggio. Con una processione che attraversa le vie di
Castelmenardo, si ascende fino all’antico monastero per rendere omaggio e
festeggiare il Santo patrono.
Del
complesso religioso si ha una citazione in alcuni documenti del 1134, ma la sua
antichità è dimostrata anche da quattro iscrizioni poste sulla facciata a
capanna della piccola chiesa. Alla
semplicità delle pareti esterne in pietra locale, corrisponde la sobrietà di un
interno, abbellito da un unico dipinto, posto sull’altare e raffigurante San Mauro. Di fronte alla chiesa, quasi come se
emergesse dal terreno, sorge il campanile, fatto costruire nel 1966 dai coniugi
Casali per grazia ricevuta.
Nascosto tra la densa vegetazione dei monti che circondano
Castelmenardo, sta l’eremo di San Nicola di Fano; l’asceta
scelse come luogo di penitenza e di preghiera una nuda grotta, corredata solo
da alcune pietre che venivano utilizzate come giaciglio.
Scendendo
dal borgo medievale, lungo il torrente Apa, si incontra ponte Ospedale,
nei pressi del quale sono visibili i resti del vecchio ponte di epoca romana.
FESTE: 30 Aprile, Sant’Antonio - 1o
Maggio, San Mauro
Le origini
del castello restano tuttora ignote, anche se l’etimologia del nome, che
letteralmente significa “Colle dato in feudo”, ci ha restituito per
sommi capi la sua storia.
L’insediamento fortificato concesso in feudo, inizialmente, ad un ignoto
personaggio da un ente religioso o laico, anch’esso rimasto sconosciuto, passò
sotto il controllo del conte Gentile Vetulo di Rieti, nella metà del XII
secolo. Successivamente il castrum
venne concesso da Carlo I d’Angiò a Ugo Stacca, proveniente dalla
Provenza Orientale.
Dopo la
morte di quest’ultimo, avvenuta tra il 1272 e il 1273, il feudo ritornato agli
angioini venne affidato all’aquilano Fidanza, legato alla potente
famiglia dei Camponeschi. Nel
1338, rimasto coinvolto nelle sanguinose lotte tra Pretatti e Camponeschi,
che si contendevano il controllo della città de L’Aquila, venne assaltato e preso da Buonaggiunta
da Poppleto, seguace dei Pretatti.
Da Fidanza, catturato e sottratto alla furia omicida dei suoi
avversari per volere di Buonaggiunta, il castello passò a Giuntarello
da Poppleto.
Agli inizi del XV secolo, con il matrimonio tra Paola da Poppleto e Francesco Mareri, il feudo venne inserito tra i possedimenti della famiglia Mareri; poi seguirono i Cesarini ed infine i baroni Ciambella de L’Aquila.
Dell’antico
borgo restano solo alcuni ruderi del castello, costituito da un corpo centrale
di 120 metri per 60 e circondato da tre
torrioni, e resti della chiesa castrense di S. Maria ad Nives. Le abitazioni, che oggi formano il moderno
paese, lungo le pendici del colle, furono costruite dopo il disastroso
terremoto del 13 gennaio 1915. Le
rovine architettoniche e le strutture esistenti fanno di questo piccolo
villaggio uno dei punti di riferimento nello studio delle tradizioni storiche
dell’intero Comune.
La chiesa di Santa Maria ad Nives, collocata all’interno del palazzo baronale, dove si trovava il forte, era lunga 18 metri e larga 10 metri. Dalle fonti d’archivio si desume che la facciata della chiesa, con una piccola finestra nel centro, era volta a Sud; esisteva un ingresso laterale, la copertura del soffitto era ligneo e il pavimento era lastricato di mattoni. Dietro l’altare maggiore, dedicato a San Lorenzo, c’era la sagrestia con degli arredi sacri; il primo altare sul lato sinistro, abbellito da un pregevole affresco raffigurante la “Madonna del latte” era dedicato alla Beatissima Vergine della Neve, mentre il secondo altare, contenuto in un’ edicola quadrata, era dedicato alla Beatissima Vergine di Loreto. Sul lato destro c’era invece un altro altare dedicato alla Madonna del Rosario.
Della chiesa, restaurata poco prima del rovinoso sisma del 1915, è rimasto il campanile, con due archetti per le campane, sormontati da un arco più piccolo. Fino a qualche anno fa era possibile ammirare il bellissimo affresco rappresentante la “Madonna del latte”, del 1471, restaurato nel 1947 e poi rubato da ignoti. L’affresco dalle dimensioni di 150 centimetri per 85, ritraeva la Madonna in trono, in posizione ieratica, mentre allattava il Bambino.
Dal panneggio ocra decorato con raffinati disegni rossi, che faceva da sfondo, spiccava la dolce figura della Vergine che con una mano sorreggeva il Bambino, mentre con l’altra gli porgeva il seno.
Lo sguardo del Bambino, che cercava rassicurazione nella Madre, dimostrava la chiara volontà dello sconosciuto autore di metterne in evidenza non la santità ma l’umanità.
Poco distante dal centro abitato di Collefegato, lungo la strada che porta a Corvaro, sorge la piccola chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie.
L’edificio religioso venne fatto costruire dai benedettini sui resti di alcune costruzioni pagane e fu dedicato originariamente a San Tommaso Martire, Arcivescovo di Canterbury.
La facciata anteriore in pietra viva locale, coronata da un timpano arcuato, è caratterizzata da un oculo, attraverso il quale l’’interno viene illuminato, e da una lunetta affrescata con l’immagine della Vergine con il Bambino.
Il campanile, collocato a sinistra della facciata, venne edificato ex novo nel 1935. La facciata posteriore si contraddistingue, invece, per la presenza, alla sua base, di massi che appartenevano ad un muraglione, in opera poligonale di III maniera, al quale si sovrappone un altro tratto di muro in opera reticolata. Questo complesso era probabilmente pertinente ad una villa rustica romana insediatasi dopo il fenomeno di colonizzazione, operato dai Romani, tra il IV e III secolo a.C.
Nei pressi della chiesa sono stati infatti ritrovate tracce di costruzioni risalenti ai tempi degli Equi e dei Romani; di fronte, invece, sono visibili i resti dei muri medievali di Villa Tommasa e della cisterna, dello stesso periodo.
L’interno, ad unica navata, lungo 9 metri e largo 6, è diviso in due parti da un arco ed è coperto da due volte, una delle quali a sesto più ribassato.
Di fronte alla porta d’ingresso, è posto l’unico altare dedicato alla Madonna delle Grazie, sopra il quale c’è l’effigie della Vergine con il Bambino, in un affresco circoscritto da una cornice in stucco.
Sul lato sinistro si apre una porta che conduce nella piccola sagrestia, un vano di 3 metri per 3, coperto anch’esso da una volta.
Tra i magnifici affreschi cinquecenteschi che decorano le pareti sono riconoscibili, San Tommaso di Canterbury, vescovo e martire, a cui era dedicata, in antico la chiesa benedettina, Santa Caterina d’Alessandria, con la ruota dentata e la spada, simboli del suo martirio, Santa Apollonia, con le tenaglie, simbolo della tortura dell’estrazione dei denti, e la palma segno del martirio subito, Sant’Atanasio Liberatore, in grave stato di degrado, la Crocifissione e un Santo, non meglio identificato, che presenta la croce.
La chiesa-santuario, sottoposta a due significativi interventi di restauro, uno nel 1935 e l’altro, più recente, nello scorso decennio, si contraddistingue per la sua straordinaria eleganza architettonica.
Festa: La prima domenica del mese di Settembre
Questo grazioso paese collocato a 910 metri d’altitudine si adagia lungo la valle che si estende in prossimità del centro incastellato di Castelmenardo.
Non ci sono giunte molte notizie sicure circa il suo passato più remoto, ma dalle testimonianze architettoniche rimaste si può intuire che ricoprì un ruolo, certamente, non secondario nelle vicende storiche del Comune.
Nel centro del paese è possibile ammirare una preziosa fontana datata al X-XI secolo; costituita da tre vasche digradanti, è delimitata da una parete decorata con vari simboli, tra cui fiori, foglie ed un sole con un volto antropomorfo. Nei pressi della bella fontana sono stati rinvenuti altri resti di costruzioni medievali, databili anch’essi al X-XI secolo. Leggermente decentrata dal nucleo principale del paese, sorge in cima ad una collina la splendida chiesa romanica di San Paolo in Orthunis, di origine monastica, edificata nel XII secolo. La facciata, è caratterizzata da un prezioso portale del 1100 e dal coronamento orizzontale della parte superiore. Il portale, strombato e decorato con raffinate colonnine lisce e tortili, contiene nella lunetta, su della maioliche colorate, la raffigurazione di San Paolo.
Divisa da una semplice cornice, la parte superiore, che termina a coronamento orizzontale come le più antiche chiese aquilane, ha un oculo, attraverso il quale l’edificio viene illuminato.
Mentre la parte esterna della chiesa si è conservata come era originariamente, nelle sue fattezze romaniche, la parte interna, ad unica navata, ha subito, invece, diversi rifacimenti.
Feste: 28 giugno- S.Antonio; 29 giugno- S.Pietro e Paolo
COLLEVIATI
Percorrendo la strada che collega il territorio del Comune di Borgorose con quello di Pescorocchiano, si incontra Colleviati.
Il piccolo paese, caratterizzato da un progressivo spopolamento, è circondato da pianori montani verdissimi che regalano al visitatore una sensazione di pace e tranquillità. Le abitazioni, che costituiscono la parte più antica del villaggio, distanti dalla via principale, sembrano confondersi con le linee di una natura intatta. Nei pressi del borgo sono stati ritrovati importanti resti archeologici, tra cui un’epigrafe di età augustea ed un’iscrizione, purtroppo, indecifrabile, a causa delle pessime condizioni di conservazione.
COLLORSO
Seguendo una strada minore che s’inerpica tra folti boschi e attraversa un ambiente agreste si raggiunge questo solitario paesino di montagna.
Cinto tutt’intorno da una cornice naturale davvero unica, è costituito da poche abitazioni e da edifici, utilizzati per le attività agricoli e pastorali.
Una viuzza stretta conduce alla chiesa di San Bartolomeo, patrono del borgo; l’edificio religioso che si erige direttamente sulla stradina fu ricostruito dopo il terremoto del 1915. La facciata, bianca e marrone, ha un oculo nella parte superiore e una porta d’ingresso racchiusa entro due lunghi stipiti laterali, coperti da un semplice architrave. Frammenti fittili e un’epigrafe funeraria, rinvenuti nelle vicinanze del cimitero, testimoniano la presenza di antichi insediamenti anche in questo luogo.
Festa: 24 Agosto- San Bartolomeo
Piccolo paese, posto a 802 metri, che ha nella tranquillità del suo centro e nell’aria salubre che si può respirare, i motivi di richiamo per un visitatore stanco della frenesia cittadina. Nel cuore del borgo sorge la chiesetta di Sant’Antonio da Padova, dedicata a questo Santo, nel 1832 e corredata della dote per il santo Ministero nel 1850, su richiesta della popolazione, a re Ferdinando II.
Festa: 16 Luglio- Madonna del Carmine
Il paese si presenta con una veste suggestiva che rimanda al suo glorioso passato medievale. Del Castello di Poggiovalle, edificato nel secolo XII ad ovest del monte Rosa, e secondo la tradizione residenza della regina Giovanna I d’Angiò, rimangono, sfortunatamente, solo alcuni resti.
I ruderi in pietra, della rocca, sembrano raccontare la storia tragica e grandiosa della sua ascesa e della sua caduta.
All’interno del modesto borgo sorge la chiesa di Santa Maria Assunta, ricostruita completamente dopo il sisma del 1915.
Scendendo a valle sono invece visibili le rovine della più antica chiesa di Santa Maria in Valle, del 1153.
Località posta al confine tra il Comune di Borgorose e quello di Pescorocchiano, caratterizzata da alcune case che sorgono in prossimità del ponte che attraversa il Salto, e da una fitta vegetazione che ricopre le pendici montane che costeggiano le rive del fiume. Qui si può godere di panorami incantevoli che donano quiete e serenità.
E’ il centro abitato più orientale del Comune di Borgorose, a pochi passi dal confine con la provincia de L’Aquila. Posto a 753 metri, lungo le pendici dei monti Paco e Cerro, venne riedificato dopo il sisma del 1915 in due nuclei distinti, posti a poca distanza l’uno dall’altro, ma su diversa altitudine.
Il paese è dominato dalla presenza dell’importantissimo santuario di Sant’Anatolia, dal quale ha preso il nome. La chiesa-santuario dedicata alla Santa sabina di Tora, condannata dall’imperatore Decio nel 249 d.C. al martirio, venne costruita sul luogo in cui la povera vergine, venne uccisa perché si rifiutò di incensare e venerare gli dei pagani.
Il culto per la Santa, testimoniato fin dal IV secolo, si è diffuso, in breve tempo, in molte località dell’Italia centrale, ed il suo santuario è diventato meta di pellegrinaggio, tra il 3 e il 10 Luglio, quando la statua della martire viene portata in processione.
Le notizie più antiche di questa chiesa risalgono ai primi decenni del secolo VIII, quando fu donata all’Abbazia di Farfa dal duca di Spoleto Faroaldo II; il monastero sabino permutò poi la chiesa nei primi anni del secolo IX, ricevendo in cambio la chiesa di Santa Maria in Lauriano, nell’Amiternino.
L’edificio religioso che andava ad ampliare una costruzione più antica, di epoca paleocristiana, subì diversi rifacimenti fino ad assumere l’attuale aspetto, risalente al 1877. Sull’ampia facciata caratterizzata da forme vagamente neoclassiche, si aprono tre portali d’ingresso, corrispondenti alle tre navate interne; quello centrale più grande è incorniciato da due colonnine decorate, ed è sormontato da un oculo, e un’edicola con timpano triangolare che racchiude l’immagine di Sant’Anatolia, su delle maioliche colorate. All’interno a destra della nave centrale si conserva l’importante cappella a forma di ciborio, con pianta quadrangolare, quattro colonne ed una copertura con volta a botte decorata d’azzurro con angeli che reggono alcuni attributi appartenuti alla Santa. La cappella che, venne eretta, probabilmente, sul luogo del martirio della Santa, ai tempi di Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, e poi inglobata nell’ VIII secolo nella chiesa-santuario, contiene un affresco raffigurante Sant’Anatolia.
Nel dipinto, datato all’VIII-IX secolo, la Vergine è rappresentata a figura intera con i piedi leggermente divaricati, con la corona del martirio sul capo, il libro delle Sacre Scritture nella mano destra, e la palma della vittoria nella mano sinistra. I colori predominanti, rosso e oro, e l’impostazione del corpo rivelano un evidente influsso della pittura bizantina. La parte superiore dell’affresco, rimpicciolita ed inquadrata in una cornice, è stata trasformata in una pala, mentre la parte inferiore non più visibile, è nascosta dal piano dell’altare.
Poco distante dal santuario sorge la chiesa di San Nicola di Bari, di origine monastica, datata al IX secolo. Il pregevole portale è stato costruito riutilizzando materiali di epoca romana.
Di notevole interesse sono anche i resti della chiesa
della Madonna Addolorata, del 1200, un tempo
chiamata Santa Maria de Torano.
Dell’edificio quasi completamente distrutto, restano la facciata, i muri perimetrali, l’antico cimitero, al suo interno, ed il magnifico portale, del XVI secolo, caratterizzato da decorazioni a bugnato e da una lunetta con l’immagine della Vergine.
Nei pressi del paese, è stata rinvenuta nel 1995 un’eccezionale fontana risalente al 1400, formata da tre vasche contigue, poste a ridosso di tre alte pareti in pietra locale. Con i getti d’acqua rialzati che fuoriescono direttamente dal muro perimetrale, è simile a tutte le fonti, che in epoca medievale, venivano realizzate per scopi utilitaristici e non per abbellimento.
Il territorio circostante fu però anche un’area di insediamenti di antichissima data; rimane infatti come testimonianza, lungo la strada diretta a Cartore, l’Ara della Turchetta, un terrazzamento di 40 metri per 10, in opera poligonale, circoscritto da possenti mura pelasgiche. La struttura era probabilmente la sede di un santuario dedicato all’oracolo del Picchio, uccello sacro al dio Marte. Nei dintorni sono state trovate anche numerose iscrizioni dedicate dall’antica città equicola di Tiora Matiena (tra Sant’Anatolia e Torano) a cittadini illustri che qui soggiornarono, tra cui Marco Aurelio Antonino, il futuro imperatore Caracalla.
Festa: 9 – 10 Luglio Sant’Anatolia
Collocato lungo le pendici di monte Frontino, presenta una ricca antologia di architettura romanica e medievale. Sulla piazzetta che costituisce il cuore del vecchio borgo si affacciano la chiesa di Santo Stefano di Cliviano, risalente al 1200, e un intrico di viuzze che conservano ancora l’originario assetto.
Menzionato come pieve fin dall’VIII secolo d.C., divenne poi centro abbaziale dove i monaci, a partire dal X secolo , si adoperarono per la riconquista agraria di un territorio connotato da condizioni climatiche particolarmente sfavorevoli, che rendevano maggiormente redditizio l’allevamento del bestiame rispetto alle pratiche agricole limitate alle rare piane alluvionali ed alle valli laterali. Dell’antica Abbazia sono rimaste delle tracce visibili nella chiesa di Santo Stefano, da essa inglobata. La chiesetta, che ha una pianta a croce latina a tau, ad unica navata coperta a volta, custodisce al suo interno elementi architettonici di epoca romana, come l’acquasantiera ricavata dai resti di una colonna scanalata. Sulla parete di fondo del transetto sinistro sono visibili dei preziosi affreschi, raffiguranti dei Santi, datati al XIV secolo.
Visitando il piccolo abitato si potranno ammirare straordinari esempi di portali romanici, decorati con una varietà di eleganti motivi.
Sopra Santo Stefano, a circa 1167 metri, è posto il centro fortificato di Monte Frontino; a questo oppidum, che è senza dubbio uno dei più imponenti di tutto il territorio equicolo, era collegata la necropoli del Montariolo di Corvaro. La cinta muraria, lunga un chilometro, è conservata solo parzialmente, con uno o due filari di blocchi in elevato in opera poligonale di I maniera. Oltre la cinta esterna, il centro è dotato di una seconda recinzione che divide in due parti l’interno; sul versante est sono visibili alcuni terrazzi sopra i quali erano collocate capanne foderate d’argilla e abitazioni stabili. Sono stati trovati diversi frammenti di materiale ceramico proveniente da olle e ciotole, e poi, macine, pesi da telaio, fibule. La datazione dell’insediamento è incerta, dovrebbe collocarsi tra il VII e il VI secolo a.C., ma altri ritrovamenti hanno permesso di risalire ad una frequentazione dell’oppidum fino al I secolo a.C.
L’oppidum di Frontino teneva sotto controllo gli accessi alla valle interna di Malito oltre ai piani di Corvaro e il valico di Collefegato.
Sulla sommità del centro sono visibili anche i resti di una costruzione medievale, appartenuti ad una torre a pianta circolare, circondata da un fossato difensivo scavato nella roccia.
Feste: 26 Dicembre- S.Stefano; 13 Giugno – S.Antonio
Una strada, che curva dopo curva giunge fino ai 903 metri di Spedino, consente di far la conoscenza di un altro suggestivo angolo del Comune di Borgorose.
Tra i vicoli chiusi da buie costruzioni si incontrano i segni del passato di questo borgo medievale posizionato strategicamente, per il controllo della vallata sottostante. Edificato nell’XI secolo, il Castello di Spedino, al centro di numerosi avvenimenti storici, andò distrutto con il terremoto del 1915, così come la chiesa medievale di Sant’Andrea di cui sono visibili solo dei ruderi di muri smozzicati. In prossimità del bivio che conduce al paesino, sorge la piccola chiesa, di origine monastica, intitolata a San Liberatore, un tempo chiamata Sant’Atanasio . Posto a 951 metri, al di sopra del cimitero di Spedino, c’è il centro fortificato di Colle Civita.
Rimane poco della cinta muraria che aveva una circonferenza di 500 metri e che è testimoniata da brevi tratti di un solo filare di blocchi poligonali in elevato. I continui lavori agricoli ed il naturale dilavamento hanno asportato quasi completamente lo strato archeologico. Sul lato nord-ovest si notano i resti di una seconda recinzione che doveva proteggere il nucleo abitato sul versante del colle meno ripido e quindi più facile da attaccare.
Non esistono tracce di aperture nel recinto murario ma una porta è forse da localizzare sul lato sud-est dove un sentiero, proveniente dal cimitero, risale nell’interno della recinzione. All’interno del sito archeologico sono stati trovati numerosi frammenti di tegulae, mattoni triangolari relativi a colonne, macine in pietra vulcanica, oltre a ceramica a vernice nera, acroma e d’impasto, utilizzata per fare olle e basse ciotole.
La funzione principale di questo centro fortificato era quella di controllare il fondovalle e l’arteria interna che da Spedino raggiungeva il piano di Borgorose.
Festa: 12 Agosto – S.Atanasio
Conserva quasi intatto il suo passato architettonico di borgo medievale, caratterizzato ancora oggi dall’emergenza imponente e dominante della Torre che spicca nel mezzo del centro abitato.
Le prime notizie sul castello di Torano risalgono agli inizi del XII secolo, quando un certo Annolino, figlio del defunto Oderisio, cedette, nel settembre del 1113, la sua quota di consignoria castrense, corrispondente ad un terzo, al vescovo di Rieti Beneincasa. L’episcopio reatino perse, però, rapidamente la sua porzione di Torano, posto a guardia di una importante via di comunicazione tra Roma, le aree interne dell’Appennino e l’Adriatico.
Sotto gli Angioni, Torano fu donato nel 1271 a Pietro de Insula; l’anno dopo, però, con una permuta, fu devoluto alla curia regia.
Il castello passò poi a Gentile di Amiterno, che lo deteneva ancora nel 1361. Ne divennero poi signori i Camponeschi, potente famiglia aquilana, ma nel 1358, devoluto alla curia regia per la ribellione di Lalle Camponeschi, fu concesso da Filippo, principe di Taranto, a Orsone Orsini.
I Camponeschi tornarono nuovamente in possesso del castello, facendone la loro base per contrastare l’egemonia dei Pretatti, costituita da tempo nell’area. Il confronto decisivo si ebbe il 15 luglio del 1381 presso Torano quando si affrontarono i due schieramenti.
Francescantonio Pretatti ebbe la peggio e, ferito tre volte, fu catturato. Immediatamente condotto a L’Aquila fu processato e giustiziato, e con la sua morte si estinse anche l’intera casata.
Passato ai da Poppleto, agli inizi del Quattrocento, fu poi venduto agli Orsini. Divenuto proprietà dei Colonna, nel 1520 il feudo toranese fu concesso da Fabrizio, al cavaliere romano Pietro Caffarelli, la cui famiglia in seguito ne cedette una quota ai Rota.
Dell’antico castello di Torano, il cui stemma era un toro in campo azzurro, resta solo la rinomata Torre, del XIV secolo. A pianta quadrata, simile nella struttura a quelle francesi di tipo militare, è alta circa 30 metri ed ha sul lato ovest un portale d’ingresso in stile gotico, raggiungibile all’epoca, da un ponte levatoio. L’accesso al castello era garantito da una porta a due archi, su uno dei quali è ancora visibile un affresco raffigurante il martirio di Santa Barbara. Attraversando stradine strette interrotte da suggestivi vicoli si giunge ad una cordonata che conduce al sontuoso portale della chiesa di San Pietro, del XV secolo.
Il portale strombato che si apre, non sulla facciata, ma sulla parete laterale della chiesa, è decorato da colonnine a fusto liscio e tortile. Sull’architrave è posto un agnello crocifero, simbolo di Cristo risorto, e un’iscrizione che ci permette di datarlo al 1462 e di attribuire l’affresco della lunetta, raffigurante la Madonna con Bambino, tra San Pietro e San Martino, a Tommaso da Biasca. La parte superiore del portale si chiude con una serie di archi a sesto acuto, utilizzati nell’arte gotica, per accentuare il senso di elevazione.
Posta a nord del paese è la chiesa di San Martino, citata nelle fonti fin dall’XI secolo e caratterizzata anch’essa dallo stile gotico-abruzzese.
Della chiesa originaria ci restano solo i muri perimetrali, il campanile gotico a cuspide, e le arcate interne.
La facciata ha una finestra circolare sopra al vano d’ingresso, mentre l’interno è diviso in tre navate da archi ogivali.
Un recente intervento di restauro ha permesso il consolidamento delle strutture portanti, compresa la torre campanaria, e il rifacimento del tetto con una copertura a capriate. Sono esposte al Museo Civico di Rieti due preziose statue, rappresentanti la Madonna con il Bambino, di proprietà della chiesa; una è del 1300, intagliata e dipinta, l’altra è del 1400, di uno scultore abruzzese, in terracotta policroma.
Nelle vicinanze della chiesa sorgeva anche un ospedale, dedicato a San Martino, che aveva il compito di curare gli infermi, ospitare e rifocillare i pellegrini e i bisognosi; dell’edificio, abbandonato nel 1600, purtroppo non resta più nulla.
Non lontano da Torano è stato individuato l’importante sito archeologico di Nembe, che ha restituito parti di antichi edifici ed epigrafi dedicate a divinità romane.
Feste: 14-15-16 Agosto L’Assunzione; 10-11 Settembre S.Nicola
Come accadde per Borgorose, anche a questo ospitale paese, nel 1960, venne cambiato il nome originario di Villecollefegato, con il più gradevole Villerose, anche se gli abitanti della zona sono soliti indicarlo, semplicemente, con il nome di Ville. Gli edifici che si affacciano sulle stradine del suo borgo sono testimoni di una storia più recente; le case abbellite da fastosi portali decorati, secondo uno stile baroccheggiante, appartenevano infatti agli esponenti delle nuove famiglie benestanti del Sette-Ottocento.
Abitazioni aristocratiche, caratterizzate da forme eleganti e ricercate, costituiscono il centro storico che ha come fulcro la deliziosa piazza di Santa Croce dove sorge la parrocchiale del paese.
La chiesa di Santa Croce, eretta nel XIX secolo, domina scenograficamente il piccolo piazzale con la sua facciata, rosa e bianca, in stile neoclassico; rivestita da un paramento a bugnato piatto è ripartita da quattro paraste che sono sormontate da un fregio con un’iscrizione latina.
La parte superiore della facciata si conclude con un timpano triangolare che riprende quello più piccolo posto sopra l’architrave del portale d’ingresso.
All’interno, ad unica navata con abside semicircolare, e cappelle laterali, si possono apprezzare dipinti, pale d’altare del XVI secolo, e numerosi affreschi che decorano il soffitto. Recentemente, il tetto, la torre campanaria e il pavimento sono stati sottoposti ad interventi di restauro.
Su una piccola altura a 932 metri, a est di Villerose, è posto il centro fortificato equicolo di Castelluccio. La cinta muraria, in opera poligonale di I maniera, ha uno spessore di 1,50 metri e descrive una pianta rotonda dal diametro di 31,60 metri. All’esterno il centro è difeso da un fossato anulare scavato nella roccia calcarea del pendio ed ora parzialmente riempito dal crollo della cinta muraria. Nell’interno del sito archeologico non sono stati trovati materiali fittili, ma solo un frammento in ferro, relativo alla parte terminale di un codolo di un gladio a stami.
La dimensione dell’area occupata e la scarsa consistenza della muratura fanno presupporre che si tratti di un avamposto militare di avvistamento, collegato con un vicino oppidum, forse identificabile sulla sommità del monte Rosa. Il centro di Castelluccio aveva, dunque, il compito di tenere sotto controllo tutta la zona identificabile con la Valle del Salto.
Festa: 10 Agosto, San Vincenzo
VILLETTE
Le origini di questo paesino non sono antiche; venne edificato dopo il terremoto del 1915 lungo la strada che congiunge Colleviati a Collemaggiore.
Non ci sono strutture architettoniche rilevanti, ma si potrà godere di un panorama straordinario dominato da una natura amena, ancora incontaminata. Nelle vicinanze del borgo sono stati trovati dei resti archeologici di una villa imperiale romana, di una cisterna e di strutture realizzate in blocchi di pietra, oltre a numerose epigrafi, di notevole interesse storico.