Borgorose
 

 

 

 

 

 

 

 


INTRODUZIONE  STORICA

 

 

Borgorose è il centro più importante di quella sub-regione che si estende nella provincia di Rieti e prende il nome di Cicolano. Il termine Cicolano deriva dalla corruzione del nome dei suoi antichi abitanti, gli Aequicoli, che erano gruppi di Equi (popolazione abitante nel Lazio, lungo l’Aniene, tra Tivoli e il Fucino, appartenente al gruppo linguistico osco-umbro) rimasti isolati nelle montagne e nei boschi della Valle del Salto.

La denominazione Equi, che in latino significa “giusti”, fu probabilmente attribuita dai Romani, in virtù a delle loro speciali leggi: la Sacrata e la Feziale. L’osservanza della prima, che considerava un diritto inviolabile di ogni cittadino difendere la terra natale, era affidata al comandante supremo degli eserciti. La seconda, che sarebbe stata istituita dal re Equicolo Ferter Resius e poi introdotta nel diritto internazionale Romano come “ius fetiale”, era amministrata  da sacerdoti, detti feziali, che venivano mandati, di solito in numero di quattro, come ambasciatori presso gli altri popoli, per concludere trattati di pace e di alleanza o per dichiarare guerra. 

Nel corso del V secolo a.C. gli Equi, alleati con i Volsci, costituirono per i Romani un pericolo continuo, con scorrerie che li portavano spesso fin nel cuore del Latium vetus.

Dopo un lungo periodo di silenzio, ritroviamo gli Equi alla fine del IV secolo a. C., quando i Romani, subito dopo la fine della seconda guerra sannitica, si trovarono nella necessità di aprirsi una strada sicura  attraverso i territori sabellici, per raggiungere la via lungo l’Adriatico in direzione dell’Apulia, e di creare uno sbarramento tra i Sanniti e i loro alleati settentrionali, Etruschi, Umbri e Galli.  I Romani pensarono in un primo momento ad un’annessione pacifica, e proposero agli Equi la “civitas sine suffragio” (cittadinanza senza diritto di voto). Ma il rifiuto degli Equi provocò una risposta di inaudita violenza. L’esercito equo non era in grado di affrontare in campo aperto quello romano: di qui la scelta strategica di tentare la difesa delle singole rocche, distribuendo in queste le truppe disponibili. I Romani attaccarono una dopo l’altra tutte le rocche fortificate, e in cinquanta giorni ne presero d’assalto ben trentuno, la maggior parte delle quali fu distrutta ed incendiata, e la stirpe degli Equi fu sterminata fin quasi a scomparire.

Solo la zona occidentale, più appartata, abitata dagli Equicoli dovette in parte scampare al massacro, conservando attraverso il Medioevo e l’età moderna la sua originaria identità storica. Nel territorio degli Equi ormai semideserto, vennero dedotte due colonie latine: Alba Fucens, presso il confine con i Marsi (nel 303 a.C.) e Carsioli, tra Alba e Tivoli (tra il 302 e il 298 a.C.).

In epoca augustea, nel Cicolano, vennero istituiti due Municipi: Cliternia, l’attuale Capradosso, e Res Publica Aequicolanorum, con Nersae come centro principale (presso Nesce, nel comune di Pescorocchiano).

Oltre a questi due Municipi esistevano una quarantina di vici ( Orvinium, corrispondente a Corvaro, e Tiora, tra Torano e Sant’Anatolia) dei quali restano come testimonianza, terrazzamenti e muri in opera poligonale; ai vici, centri abitati posti sulle alture, si aggiunsero, in età repubblicana, nuove strutture come le ville rustiche.

Nel passaggio dalla topografia antica a quella medievale grande importanza venne ad assumere la diffusione del Cristianesimo.

Dopo decenni di guerre, invasioni barbariche e devastazioni naturali, quali incendi e terremoti, gli insediamenti abitativi cicolani si presentavano in completa rovina.

A partire, però, dal VI–VII secolo d.C. i monaci farfensi e sublacensi assunsero direttamente la “cura animarum”, ed esplicarono una vera e propria azione di missione, rioccupando la maggior parte degli antichi villaggi e costruendo numerose pievi.

Dopo l’annessione del Cicolano al Ducato di Spoleto, gli agglomerati urbani vennero sostituiti da insediamenti costituiti da piccoli casali, spesso di origine romana, legati ai latifondi tardo – antichi.

A partire dall’VIII secolo d.C. la classe dirigente locale di origine longobarda fu segnata da una forte crisi, causata non solo dalle divisioni ereditarie ma anche dalle donazioni, sempre più significative, fatte alle grandi Abbazie ( tra cui Farfa ).

I possedimenti longobardi andarono, così, ad incrementare il nuovo potere monastico, che  nel territorio cicolano si manifestò nel IX secolo, con l’edificazione di numerose chiese rurali.  Dalla seconda metà del IX secolo fino al 916, l’intera  Valle del Salto subì devastazioni e saccheggi di ogni genere, da parte dei Saraceni.

Quest’avvenimento storico, unito alle esigenze della classe dirigente feudale, diede origine ad un nuovo assetto territoriale, caratterizzato dal fenomeno dell’incastellamento.

Gli antichi centri di tradizione romana situati a fondovalle furono lentamente abbandonati, e nuovi centri fortificati sorsero sulle alture.

Nei documenti della metà del XII secolo, compaiono accanto ai nomi dei luoghi che ricordavano gli invasori (Ara della Turchetta a Sant’Anatolia, e Aia dei Saraceni a Castelmenardo) quelli dei centri incastellati di Corvaro, Castelmenardo, Collefegato, Spedino, Torano e Poggiovallle.

Dopo la dominazione normanna, terminata nel 1268 con la sconfitta di Corradino a Tagliacozzo, iniziò l’epoca delle Signorie con i conti Mareri, fino al 1532 e i principi Colonna, fino al 1661; ai primi è legata la diffusione del francescanesimo nel Cicolano:  nel 1228 la baronessa Filippa Mareri, divenuta poi Santa, fedele seguace di San Francesco, rifugiandosi con alcune consorelle nella chiesa di San Pietro de Molito e Casardita, diede infatti origine al primo monastero femminile francescano del Regno delle Due Sicilie.

Ai Colonna successero i Savelli, i Cesarini e i Barberini che furono signori del Cicolano dal 1650 fino a tutto il XVIII secolo. Nel periodo napoleonico, abolito il feudalesimo e i suoi privilegi, si delinearono i quattro comuni che ancora oggi esistono: Petrella di Cicoli (Petrella Salto), Pescorocchiano, Borgocollefegato (Borgorose) e Mercato (Fiamignano).

Nel settembre del 1860 i quattro comuni aderirono al Regno d’Italia, ma nell’ottobre dello stesso anno, ci fu una sollevazione generale di tutti coloro che desideravano il ritorno dei Borboni.

Questa sommossa che sembrava un episodio isolato, in realtà, andò ad alimentare il triste fenomeno del brigantaggio che per un decennio circa, insanguinò la regione cicolana.

Passato al distretto di Cittaducale, governato dall’Abruzzo, il Cicolano rientrò a far parte della sfera amministrativa reatina nel 1927, quando venne costituita la provincia di Rieti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BORGOROSE

 

 

 

Situato a 753 metri d’altitudine nel lembo più orientale della Valle del Salto, al confine con la provincia de L’Aquila, fu denominato Borgocollefegato, fino al 1960 quando il suo nome venne cambiato in quello attuale, in riferimento al vicino monte Rosa.

Ospita la sede del Municipio, che ha giurisdizione su diciassette frazioni e per numero di abitanti è il quinto dei settantatré comuni che fanno parte della provincia di Rieti; punto di riferimento all’interno di un territorio, caratterizzato da un ottimo stato di conservazione e dotato di straordinarie emergenze naturali e storiche, ricopre senza dubbio un ruolo primario.

Le famiglie feudali (i Mareri e poi i Gurgo e i Ciambella) lo ritennero un centro esclusivamente agricolo e marginale, tale da non dovervi investire in palazzi residenziali o ville di campagna.               Il passato medievale del paese rivive nella piazzetta centrale, oggi Piazza Garibaldi, intorno alla quale sono disposte in circolo le case più antiche.     Qui convergono i vicoli più suggestivi, caratterizzati da abitazioni decorati con pregevoli portali, testimoni di memorie ormai lontane.

Tra gli edifici più importanti va annoverata la chiesa di Sant’Anastasia, la cui antichità è denunciata dai grossi massi, resti di antiche mura, sopra i quali è stata edificata.     L’edificio religioso, che ha una pianta a croce latina ad  una  sola navata,  e  una  cripta,   fu ricostruito dopo il terremoto del 1703.

All’interno sono custoditi dipinti dei secoli XVI e XVII, e fino a qualche decennio fa anche una bella croce processionale in argento dorato del XIV secolo, oggi al Museo Diocesano di Rieti, dopo essere stata rubata e ritrovata a Glasgow.

La facciata, recentemente restaurata, è abbellita dal rosone e dal portale  provenienti dalla chiesa romanica di San Giovanni in Leopardis.

Il rosone è costituito da una vera e propria ruota di tozzi pilastrini in cui è inclusa una seconda ruota stellata; il portale invece è delimitato da due paraste scanalate, sormontate da capitelli decorati con foglie stilizzate, e da un architrave, all’estremità del quale sono visibili i bassorilievi raffiguranti un vescovo e un Santo con un libro in mano (forse San Giovanni).

Sopra il portale, in un’iscrizione, è indicato l’anno in cui, probabilmente, terminarono i lavori di ristrutturazione: “Sacros Later Eccles/ Liborius Abbas Mosca/ Posuit Anno D. 1745”. 

 

Poco distante dal centro sorge l’importante chiesa di Sant’Antonio, una preziosa testimonianza dell’architettura religiosa Templare.

La piccola chiesa ad unica navata, affiancata da una cappella costruita successivamente e da poco restaurata, venne probabilmente eretta nella metà del XV secolo, dopo la diffusione dell’Ordine dei Cavalieri Templari.

L’Ordine dei Templari fu istituito a Gerusalemme nel 1119 dal nobile francese Ugo di Payns, che insieme ad altri nove compagni, dopo aver dato i voti, costituì una comunità che, per donazione di Baldovino II, ebbe come propria residenza una parte del palazzo reale identificato dai crociati come il tempio di Salomone, donde il nome di Templari.

Inizialmente si dedicarono alla protezione dei pellegrini che percorrevano le strade verso Gerusalemme, e poi cominciarono a partecipare alle campagne militari contro gli infedeli, come le Crociate.  In breve divennero una specie di nuova milizia che combatteva il male morale e quello fisico.

Nel 1128 l’Ordine monastico-militare venne approvato e ne fu redatta la regola sotto la guida di San Bernardo; oltre ai voti di castità, povertà ed obbedienza vennero aggiunti protezione dei pellegrini e lotta agli infedeli.

L’Ordine beneficato da numerosi lasciti in denaro e territori divenne in poco tempo ricchissimo, tanto che i Templari cominciarono ad organizzare trasferimenti di denaro, a custodire gioielli e documenti, e a fare prestiti.

L’ostilità e la paura che si diffusero intorno a quest’Ordine portarono papa Clemente V, spinto dal re francese Filippo il Bello che aveva contratto diversi debiti con i Templari, a sopprimerlo ufficialmente nel maggio del 1312.

Se si considera che gli insediamenti templari in Italia ammontano a centocinquanta, si può capire il valore che la chiesa di Sant’Antonio riveste nel panorama della storia urbanistica e religiosa dell’Ordine.

Dal punto di vista topografico, i Templari, in Italia, hanno quasi sempre edificato le loro strutture, fuori dalla cinta muraria; ed infatti anche in questo caso, il piccolo edificio religioso si presenta decentrato rispetto al nucleo abitativo.   La chiesa, rimasta senza tetto, presenta sulle pareti dei magnifici affreschi, che si stanno però gradualmente deteriorando a causa delle condizioni di abbandono in cui si trovano; sulla parete sinistra è però ancora ben visibile la rappresentazione di San Giorgio che uccide il dragone, con accanto altre figure di Santi.  Sull’altare, è collocata in posizione ieratica la statua di un Santo guerriero, probabilmente protettore dell’Ordine Templare, priva di testa e mani.

 

In mezzo a boschi, poco distanti da Borgorose, sorgono i resti del complesso monastico benedettino di San Giovanni in Leopardis.

L’insediamento religioso fu edificato su un antico tempio pagano del V secolo a.C. dedicato probabilmente a Diana, costituito da un recinto su terrazza in opera poligonale di III-IV maniera a struttura rettangolare; l’antica sacralità del luogo fu attestata dai rinvenimenti di un ex-voto e una epigrafe latina dedicata alla dea Diana.  L’edificio benedettino, protetto da una triplice cinta poligonale, rappresentava una vera fortezza, atta a sostenere incursioni e assedi.     Il Monastero è menzionato, per la prima volta, tra le chiese della diocesi di Rieti, in una bolla di Anastasio IV nel 1153; ma è in un periodo antecedente questa data che venne realizzata la cripta di San Giovanni, forse agli inizi del Mille, dopo il terribile terremoto del 990.

I maestri di Valva, portati dai monaci benedettini di Montecassino nell’alta valle del Cicolano, per riedificare tutto ciò che era stato distrutto dal sisma, furono probabilmente gli autori della cripta e della chiesa di San Giovanni in Leopardis.     Dopo l’abbandono dei monaci, della chiesa, ad una sola navata con abside semicircolare e copertura a due falde, non rimase più nulla; il rosone e il portale che decoravano la facciata a capanna vennero utilizzati per la ricostruzione della chiesa di Sant’Anastasia nel 1745.

Attraverso una scaletta, si accedeva alla cripta, posta al di sotto della zona presbiteriale della chiesa.   La cripta si presenta esternamente con un’abside  con finestre monofore, all’interno, invece, si divide in cinque piccole navate coperte da volte a crociera.  Dichiarata nel 1892 Monumento Nazionale, dal Ministero della Pubblica Istruzione, fu sottoposta a degli interventi di restauro nel 1980.  Dopo pochi anni, nel 1984, la cripta subì un gravissimo e irreparabile danno ad opera di ladri esperti che, approfittando della disattenzione delle autorità locali, spezzarono cinque delle otto colonne che sostenevano le volte, per impadronirsi dei preziosi capitelli, finemente decorati con fiori, foglie, e motivi zoomorfi e antropomorfi.

 

 

 

 

Festa:  La domenica dopo Ferragosto – S.Rocco e S.Anastasia

 

                                                       

 

 

 

 

 

 

 

CARTORE

 

 

Posto a 944 metri d’altitudine, è un borgo di origine romana che ha subito rifacimenti medievali e rinascimentali.

Situato all’interno della Riserva Naturale delle Montagne della Duchessa, ospita una sola famiglia.  Come testimonianza dell’antico insediamento abitativo resta l’importante Necropoli degli Arioli, realizzata dagli Equi, etnia appartenente al gruppo osco-umbro che si insediò nella Valle del Salto.    La Necropoli, una delle meglio conservate nell’area centro-italica, ha un diametro di 30-35 metri ed è coperta da un cono di terra, detto “tumulo”, che veniva utilizzato per indicare la presenza tombale.

La tomba, risalente al VI-V secolo a.C., a differenza di quelle rinvenute in Asia Minore, in Russia e in Etruria, è priva di camere in pietra, perché le salme erano inumate direttamente in terra, con il loro corredo funerario.

Nelle sepolture maschili sono stati ritrovati armi, dischi-corazza, lamine di bronzo e punte di lance in ferro; in quelle femminili, invece, specchi in argento e bronzo, balsamari fittili, perline vitree e fibule.

Particolarmente interessanti sono i due romitori, situati a 1200 metri, lungo le pendici delle Montagne della Duchessa.   L’eremo di San Costanzo a Bocca di Teve, raggiungibile percorrendo uno stretto sentiero che si inerpica lungo la costa rocciosa, risale al 1300, ed è costituito da una grotta aperta verso sud, che misura 12,5 metri di lunghezza e 4 metri di altezza, ed ha uno speco d’ingresso profondo 6 metri.     Lo speco era chiuso da un muro medievale in opera incerta, con un ingresso a volta ribassata; la struttura, abbastanza complessa, è stata adattata, con scavi nella roccia e partizioni murarie, alla funzione religiosa.             All’interno si trovava anche una cisterna circolare che veniva utilizzata per la raccolta dell’acqua, proveniente da una fessura presente nella volta di ricoprimento.      Presso Bocca di Teve sono inoltre visibili muri di terrazzamento databili al III-II secolo a.C., in opera poligonale rivestiti da cortine, composte da grandi blocchi posati a secco.

I resti murari appartenevano, probabilmente, ad un antico Santuario italico-romano.

Ben noto anche  l’eremo di San Leonardo, ricavato sotto un riparo a quota 1180 metri, nel vallone di Fua.    Il monastero, così lo definiscono infatti le fonti che lo ricordano a partire dal 1153, è di difficile accesso ed è collegato a Cartore da uno stretto sentiero.     All’edificio religioso, mossi da un’antica religione popolare, si recavano i pellegrini affetti da malattie articolari che, per curarsi, prelevavano frammenti di minerali ferrosi nei pressi dell’altare dedicato al santo.

Del nucleo medievale rimangono i resti della Chiesa di San Lorenzo, che fu anche abbazia, la torre difensiva di sezione 4,5 metri per 4,6 metri, e mura perimetrali che in alcuni punti raggiungono i 7 metri di elevazione.

Alcuni casali posti all’ingresso di Cartore, rappresentano però la parte più suggestiva del borgo; ristrutturati seguendo i canoni stilistici delle preesistenti costruzioni, accolgono il visitatore e lo proiettano in una particolare dimensione, nella quale il tempo sembra essersi fermato.    Da qui si entra nel cuore della Riserva Naturale parziale delle Montagne della Duchessa.   La Riserva, che è stata istituita nel 1990, si sviluppa su una superficie di 3000 ha., tutti appartenenti al Comune di Borgorose.

Percorrendo sentieri immersi in una natura incontaminata, si può ammirare un  paesaggio aspro e selvaggio, dominato dal monte Morrone (2141 metri s.l.m.) e dal monte Murolungo (2184 metri s.l.m.).  Rifugio naturale di tutta la fauna appenninica e di esemplari di Lupo, Martora, e Gatto Selvatico, è reso ancora più affascinante dalla presenza del piccolo Lago della Duchessa (posto a 1788 metri s.l.m.) che si adagia in una piccola conca, ed è meta di numerose visite.    Agli amanti delle escursioni, o anche di semplici e rilassanti passeggiate, tutto il territorio circostante offre magnifiche possibilità di scelta.

 

 

 

 

 

CASTELMENARDO

 

 

Situato sulla cima del monte San Mauro, a 819 metri d’altitudine, è senza dubbio il paese che meglio conserva l’originario impianto medievale.  Edificato dopo le incursioni saracene del X secolo, è stato strutturato con le case addossate le une alle altre, disposte a schiera per formare una barriera difensiva su tre lati.

Del castello-fortino eretto nel X secolo dal Conte Mainardo, esponente della  nobile famiglia dei Marsi, dal quale prese il nome il borgo di Castelmenardo, resta solo un torrione. Il paese dominato dalla chiesa di Santa Croce, risalente al secolo XVI, è un dedalo di viuzze, archetti, logge e portali decorati, che  conservano intatto il fascino proprio dei luoghi della memoria.

Nei pressi del nucleo abitato sono visibili i resti della chiesa rurale di Santa Maria in Colle, edificata nel secolo XII, mentre più distante, immersa nei boschi di monte San Mauro, sorge la chiesa di San Mauro, meta di pellegrinaggi, ogni anno il primo di maggio.         Con una processione che attraversa le vie di Castelmenardo, si ascende fino all’antico monastero per rendere omaggio e festeggiare il Santo patrono.

Del complesso religioso si ha una citazione in alcuni documenti del 1134, ma la sua antichità è dimostrata anche da quattro iscrizioni poste sulla facciata a capanna della piccola chiesa.       Alla semplicità delle pareti esterne in pietra locale, corrisponde la sobrietà di un interno, abbellito da un unico dipinto, posto sull’altare  e raffigurante San Mauro.   Di fronte alla chiesa, quasi come se emergesse dal terreno, sorge il campanile, fatto costruire nel 1966 dai coniugi Casali per grazia ricevuta.        Nascosto tra la densa vegetazione dei monti che circondano Castelmenardo, sta l’eremo di San Nicola di Fano; l’asceta scelse come luogo di penitenza e di preghiera una nuda grotta, corredata solo da alcune pietre che venivano utilizzate come giaciglio.

Scendendo dal borgo medievale, lungo il torrente Apa, si incontra ponte Ospedale, nei pressi del quale sono visibili i resti del vecchio ponte di epoca romana.

 

 

FESTE:  30 Aprile, Sant’Antonio - 1o Maggio, San Mauro

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COLLEFEGATO

 

 

L’insediamento originario dell’attuale Borgorose, era Collefegàto, un borgo, edificato, dopo le scorrerie saracene del X secolo, sulla sommità di un colle completamente disabitato, a circa 800 metri d’altitudine.

Le origini del castello restano tuttora ignote, anche se l’etimologia del nome, che letteralmente significa “Colle dato in feudo”, ci ha restituito per sommi capi la sua storia.     L’insediamento fortificato concesso in feudo, inizialmente, ad un ignoto personaggio da un ente religioso o laico, anch’esso rimasto sconosciuto, passò sotto il controllo del conte Gentile Vetulo di Rieti, nella metà del XII secolo.   Successivamente il castrum venne concesso da Carlo I d’Angiò a Ugo Stacca, proveniente dalla Provenza Orientale.

Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta tra il 1272 e il 1273, il feudo ritornato agli angioini venne affidato all’aquilano Fidanza, legato alla potente famiglia dei Camponeschi.   Nel 1338, rimasto coinvolto nelle sanguinose lotte tra Pretatti e Camponeschi, che si contendevano il controllo della città de L’Aquila,  venne assaltato e preso da Buonaggiunta da Poppleto, seguace dei Pretatti.   Da Fidanza, catturato e sottratto alla furia omicida dei suoi avversari per volere di Buonaggiunta, il castello passò a Giuntarello da Poppleto.

Agli inizi del XV secolo, con il matrimonio tra Paola da Poppleto e Francesco Mareri, il feudo venne inserito tra i possedimenti della famiglia Mareri; poi seguirono i Cesarini ed infine i baroni Ciambella de L’Aquila.

Dell’antico borgo restano solo alcuni ruderi del castello, costituito da un corpo centrale di 120 metri per 60 e  circondato da tre torrioni, e resti della chiesa castrense di S. Maria ad Nives.   Le abitazioni, che oggi formano il moderno paese, lungo le pendici del colle, furono costruite dopo il disastroso terremoto del 13 gennaio 1915.    Le rovine architettoniche e le strutture esistenti fanno di questo piccolo villaggio uno dei punti di riferimento nello studio delle tradizioni storiche dell’intero Comune.

La chiesa di Santa Maria ad Nives, collocata all’interno del palazzo baronale, dove si trovava il forte, era lunga 18 metri e larga 10 metri.  Dalle fonti d’archivio si desume che la facciata della chiesa, con una piccola finestra nel centro, era volta a Sud; esisteva un ingresso laterale, la copertura del soffitto era ligneo e il pavimento era lastricato di mattoni.  Dietro l’altare maggiore, dedicato a San Lorenzo, c’era la sagrestia con degli arredi sacri; il primo altare sul lato sinistro, abbellito da un pregevole affresco raffigurante la “Madonna del latte” era dedicato alla Beatissima Vergine della Neve, mentre il secondo altare, contenuto in un’ edicola quadrata, era dedicato alla Beatissima Vergine di Loreto.   Sul lato destro c’era invece un altro altare dedicato alla Madonna del Rosario.

Della chiesa, restaurata poco prima del rovinoso sisma del 1915, è rimasto il campanile, con due archetti per le campane, sormontati da un arco più piccolo.   Fino a qualche anno fa era possibile ammirare il bellissimo affresco rappresentante la “Madonna del latte”, del 1471, restaurato nel 1947 e poi rubato da ignoti.   L’affresco dalle dimensioni di 150 centimetri per 85, ritraeva la Madonna in trono, in posizione ieratica, mentre allattava il Bambino.

Dal panneggio ocra decorato con raffinati disegni rossi, che faceva da sfondo, spiccava la dolce figura della Vergine che con una mano sorreggeva il Bambino, mentre con l’altra gli porgeva il seno.

Lo sguardo del Bambino, che cercava rassicurazione nella Madre, dimostrava la chiara volontà dello sconosciuto autore di metterne in evidenza non la santità ma l’umanità.

 

 

 

 

Poco distante dal centro abitato di Collefegato, lungo la strada che porta a Corvaro,  sorge la piccola chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie.

L’edificio religioso venne fatto costruire dai benedettini sui resti di alcune costruzioni pagane e fu dedicato originariamente a San Tommaso Martire, Arcivescovo di Canterbury.    

La facciata anteriore in pietra viva locale, coronata da un timpano arcuato, è caratterizzata da un oculo, attraverso il quale l’’interno viene illuminato, e da una lunetta affrescata con l’immagine della Vergine con il Bambino.

Il campanile, collocato a sinistra della facciata, venne edificato ex novo nel 1935.   La facciata posteriore si contraddistingue, invece, per la presenza, alla sua base, di massi che appartenevano ad un muraglione, in opera poligonale di III maniera, al quale si sovrappone un altro tratto di muro in opera reticolata.   Questo complesso era probabilmente pertinente ad una villa rustica romana insediatasi dopo il fenomeno di colonizzazione, operato dai Romani, tra il IV e III secolo a.C.

Nei pressi della chiesa sono stati infatti ritrovate tracce di costruzioni risalenti ai tempi degli Equi e dei Romani; di fronte, invece, sono visibili i resti dei muri medievali  di Villa Tommasa e della cisterna, dello stesso periodo.

L’interno, ad unica navata, lungo 9 metri e largo 6, è diviso in due parti da un arco ed è coperto da due volte, una delle quali a sesto più ribassato.

Di fronte alla porta d’ingresso,  è posto l’unico altare dedicato alla Madonna delle Grazie, sopra il quale c’è l’effigie della Vergine con il Bambino, in un affresco circoscritto da una cornice in stucco.

Sul lato sinistro si apre una porta che conduce nella piccola sagrestia, un vano di 3 metri per 3, coperto anch’esso da una volta.

Tra i magnifici affreschi cinquecenteschi che decorano le pareti sono riconoscibili, San Tommaso di Canterbury, vescovo e martire, a cui era dedicata, in antico la chiesa benedettina, Santa Caterina d’Alessandria, con la ruota dentata e la spada, simboli del suo martirio, Santa Apollonia, con le tenaglie, simbolo della tortura dell’estrazione dei denti, e la palma segno del martirio subito, Sant’Atanasio Liberatore, in grave stato di degrado, la Crocifissione e un Santo, non meglio identificato, che presenta la croce.

La chiesa-santuario, sottoposta a due significativi interventi di restauro, uno nel 1935 e l’altro, più recente, nello scorso decennio, si contraddistingue per la sua straordinaria eleganza architettonica.

 

 

 

Festa:   La prima domenica del mese di Settembre 

 

 

 

 

 

 

 

COLLEMAGGIORE

 

Questo grazioso paese collocato a 910 metri d’altitudine si adagia lungo la valle che si estende in prossimità  del centro incastellato  di Castelmenardo.

Non ci sono giunte molte notizie sicure circa il suo passato più remoto, ma dalle testimonianze architettoniche rimaste si può intuire che ricoprì un ruolo, certamente, non secondario nelle vicende storiche del Comune.

Nel centro del paese è possibile ammirare una preziosa fontana datata al X-XI secolo; costituita da tre vasche digradanti, è delimitata da una parete decorata con vari simboli, tra cui fiori, foglie ed un sole con un volto antropomorfo.  Nei pressi della bella fontana sono stati rinvenuti altri resti di costruzioni medievali, databili anch’essi al X-XI secolo.     Leggermente decentrata dal nucleo principale del paese, sorge in cima ad una collina la splendida chiesa romanica di San Paolo in Orthunis, di origine monastica, edificata nel XII secolo.   La facciata, è caratterizzata da un prezioso portale del 1100 e dal coronamento orizzontale della parte superiore.   Il portale, strombato e decorato con raffinate colonnine lisce e tortili, contiene nella lunetta, su della maioliche colorate, la raffigurazione di San Paolo.

Divisa da una semplice cornice, la parte superiore, che termina a coronamento orizzontale come le più antiche chiese aquilane, ha un oculo, attraverso il quale l’edificio viene illuminato.

Mentre la parte esterna della chiesa si è conservata come era originariamente, nelle sue fattezze romaniche, la parte interna, ad unica navata, ha subito, invece, diversi rifacimenti.

 

 

 

 

 

Feste:  28 giugno- S.Antonio; 29 giugno- S.Pietro e Paolo

 

 

 

 

 

COLLEVIATI

 

Percorrendo la strada che collega il territorio del Comune di Borgorose con quello di Pescorocchiano, si incontra Colleviati.

Il piccolo paese, caratterizzato da un progressivo spopolamento, è circondato da pianori montani verdissimi che  regalano al visitatore una sensazione di pace e tranquillità.     Le abitazioni, che costituiscono la parte più antica del villaggio, distanti dalla via principale, sembrano confondersi con le linee di una natura intatta.   Nei pressi del borgo sono stati ritrovati importanti resti archeologici, tra cui un’epigrafe di età augustea ed un’iscrizione, purtroppo, indecifrabile, a causa delle pessime condizioni di conservazione.

 

 

 

 

 

COLLORSO

 

Seguendo una strada minore che s’inerpica tra folti boschi e attraversa un ambiente agreste si raggiunge questo solitario paesino di montagna.

Cinto tutt’intorno da una cornice naturale davvero unica, è costituito da poche abitazioni e da edifici, utilizzati per le attività agricoli e pastorali.

Una viuzza stretta conduce alla chiesa di San Bartolomeo, patrono del borgo; l’edificio religioso che si erige direttamente sulla stradina fu ricostruito dopo il terremoto del 1915.      La facciata, bianca e marrone, ha un oculo nella parte superiore e una porta d’ingresso racchiusa entro due lunghi stipiti laterali, coperti da un semplice architrave.       Frammenti fittili e un’epigrafe funeraria, rinvenuti nelle vicinanze del cimitero, testimoniano la presenza di antichi insediamenti anche in questo luogo. 

 

 

   Festa:  24 Agosto- San  Bartolomeo

 

 

CORVARO

 

 

Posto a quota 874 metri, è collocato ai piedi del monte Cava, ai margini del piano del Cammarone.   Il borgo medievale, dominato dalla superba Rocca, è costituito da un grappolo di antiche case che sembra emergere direttamente dal cuore della roccia.    Quasi completamente disabitato è caratterizzato da scorci straordinari che fanno da cornice a vicoli  ed edifici, che proiettano il visitatore in una dimensione in cui il tempo sembra essersi fermato al Medioevo.        Il paese, che ha conosciuto nei decenni scorsi uno sviluppo edilizio davvero considerevole, è il più popoloso dell’intero Cicolano.

Le prime notizie del castello di Corvaro risalgono agli inizi del XII secolo, quando, nel 1100, viene citato come possesso dell’Abbazia di Farfa.

Dopo essere passato sotto il dominio normanno nella metà del XII secolo, nel 1275 risulta tra i possedimenti di Petrus de Insula, signore di numerose proprietà nel teramano, ed in particolare a Campli.      L’anno successivo, nel 1276, Pietro concordò uno scambio con Sinibaldo di Aglona o di Aquilano o di Vallecupola; Sinibaldo diede a Pietro il castello di Corropoli ricevendo in cambio quello di Corvaro, molto più vicino ai suoi interessi, dal momento che possedeva anche Staffoli, Capradosso, Rocca del Salto , Varano nel Salto e Sassa e Preturo nell’Aquilano.     Dopo la morte di Sinibaldo, il castello di Corvaro fu conteso, nel dicembre del 1289, tra la contessa d’Albe Filippa e Gentile de Amiterno ed i suoi fratelli, della cui baronia, che si estendeva fin nella valle di Malito, Corvaro doveva aver fatto parte, prima della frammentazione operata da Carlo I d’Angiò nel 1272.

La controversia dovette veder vincitrice in un primo momento la contessa d’Albe, la quale aveva acquistato il feudo da Nicola, figlio di Sinibaldo, che nel 1316 era in possesso del castello, ma dopo tre anni, nel 1319 passò sotto il dominio di Gentile di Amiterno.      Da ricordare l’episodio che in quel periodo vide l’elezione dell’antipapa Niccolò V, che altri non era che il corvarese Pietro Rinalducci, che dopo esser stato sposato per cinque anni con una donna di nome Giovanna Mattei, decise di entrare nell’ordine Minore dei Francescani.     Il 12 maggio 1328 Ludovico il Bavaro destituì papa Giovanni XXII e nominò Pietro di Corvaro come nuovo pontefice.

La carica dell’antipapa durò, però, poco tempo, perché il 25 luglio, dopo  vari illeciti e misfatti, venne catturato ed esposto alla pubblica gogna; Pietro, pentito, si prostrò, con una fune al collo, ai piedi di Giovanni XXII e chiese perdono.    Trascorse gli ultimi anni della sua vita, ad Avignone, in un convento francescano tra penitenze e preghiere.

Nel frattempo Corvaro era passato, nel 1329, sotto il controllo di Bonomo da Poppleto, divenendo una delle fortezze principali di questa famiglia.

Epica fu la sconfitta che i Corvaresi comandati da Marino da Poppleto inflissero agli Aquilani nel 1370; per ristabilire l’ordine, la rocca di Corvaro fu affidata per due anni alla custodia di castellani nominati dalla regina di Napoli Giovanna I.      Agli inizi del Quattrocento, il castello fu inserito da re Ladislao in un contado che prese il suo nome e comprendeva: Collefegàto, Poggiovalle, Castelmenardo, Roccaodorisio, Castiglione e Villamalito.

Il contado di Corvaro affidato ai da Poppleto, passò poi a Francesco Mareri, ed in seguito venne  inserito, insieme a Spedino, Torano, Sant’Anatolia e Castelmenardo, nella contea d’Albe, possesso degli Orsini e poi, dal 1480, dei Colonna.

 

Edificata sulla cima di uno sperone roccioso, dal quale è possibile controllare tutta la pianura sottostante, la Rocca è diventata il simbolo nel quale viene identificato il passato di un popolo fiero e tenace.

Del castello costruito tra il X e l’XI secolo, con un mastio quadrangolare attorniato da torri circolari, posizionate sul versante est, perché più facilmente espugnabile, restano, ormai semidiruti, un torrione cilindrico con base a scarpa, e i muri con feritoie del corpo centrale.

Nei dintorni è possibile vedere i resti delle mura difensive che cingevano l’arce medievale e una delle quattro porte che consentivano l’accesso, Porta Calata; conservatasi perfettamente, oltre a costituire l’ingresso principale alla Rocca, era posta lungo l’asse viario che la congiungeva all’importante chiesa di Santa Maria.         Con il passare del tempo perse la sua originaria funzione militare di difesa e controllo del territorio, e cominciò ad essere utilizzata, dal 1660, come un carcere.

Inglobata nel secolo XI, nel centro incastellato di Corvaro, la chiesa di Santa Maria del Colle di Loriano, citata prima come cella farfense e poi come centro abbaziale nel 1561, era una delle più antiche chiese del paese.

Con il terremoto del 1915, purtroppo, andò completamente distrutta, rimase solo il campanile cinquecentesco, parte del chiostro ed alcune epigrafi in pietra calcarea di epoca augustea.              La nuova chiesa di Santa Maria Assunta venne riedificata nel 1935, in un luogo poco distante da dove si trovava la chiesa originaria, con una pianta a tre navate, lunga 25 metri e larga 14.    La facciata dell’edificio è caratterizzata da un portico a tre archi alternati a delle lesene, che si proietta in avanti nel piazzale antistante.      All’interno lo spazio delle tre navate è delimitato da due file di semplici pilastri, mentre la volta dell’abside venne decorata con degli affreschi, nel 1947.

Nel 1985 una serie di scosse telluriche danneggiò gravemente tutta la struttura dell’edificio tanto che la chiesa dovette restare chiusa, per essere poi restaurata, e restituita ai fedeli nel 1996.

Di particolare interesse sono l’Oratorio di San Rocco, del 1500,  poi ricostruito nel 1707, e quello di Santa Croce, anch’esso del 1500, dotato di un pregevole portale, sorti entrambi fuori le mura del paese, per coloro che lavoravano al di fuori di esso.

Sorge al centro di Corvaro la chiesa nuova di San Francesco, anch’essa ricostruita dopo il disastroso terremoto del 1915; l’impianto originario risalirebbe, però, al XIV secolo, quando l’Ordine Francescano dei frati Minori volle edificare anche in paese un tempio dedicato al loro Santo ispiratore.  Il convento, le stalle e l’orto adiacenti la chiesa andarono completamente perdute, mentre l’edificio religioso venne restaurato con nuove fattezze.

Nel 1927-28 venne riedificata la volta, crollata completamente, e venne decorata, insieme alle pareti laterali, nel 1954, con affreschi che illustrano vari episodi della vita di San Francesco: Il bacio del lebbroso, La predica agli uccelli, La benedizione prima di morire alla città di Assisi, Il Santo con il lupo di Gubbio, Il Santo che riceve l’approvazione della regola francescana da parte di papa Innocenzo III, e Il Santo che si spoglia delle sue vesti davanti al vescovo Guido di Assisi.           Preziosi affreschi si trovavano anche nell’antico chiostro del convento, distrutto dal sisma, realizzati all’inizio del Seicento da un pittore abruzzese, Angelo Guerrino; ma probabilmente l’intera chiesa doveva essere decorata, tanto che alcune tracce di affreschi quattrocenteschi  vennero rinvenuti anche nella sagrestia.

Di notevole interesse è il portale con due colonnine a fusto liscio, sormontate da capitelli intagliati con motivi floreali, del XV secolo, mentre all’interno, caratterizzato da una navata centrale affiancata da due navatelle minori, è conservato religiosamente il santo cappuccio donato, secondo la tradizione, da San Francesco.

Uscendo dall’abitato di Corvaro, a circa due chilometri di distanza, si incontra l’altra chiesa fondata dai frati francescani, San Francesco Vecchio, del XIII secolo.             Corvaro ha il vanto di aver dato vita alla prima congregazione di Terziari Francescani di cui si ha menzione in Abruzzo, e forse una delle prime in Italia, risalente al 1222, un anno dopo l’istituzione dell’Ordine.

La chiesa e il convento vennero edificati in onore del Santo d’Assisi, che soggiornò sicuramente a Corvaro, al tempo del suo secondo viaggio nel Cicolano, prima della sua morte avvenuta nel 1225.

Il complesso monastico, sito in un luogo tranquillo lungo le pendici delle montagne della Duchessa, si presenta con forme in stile romanico- abruzzese, misto a reminiscenze gotiche.

La sobria facciata della chiesa, è abbellita dallo splendido portale romanico, strombato e decorato con colonnine lisce; la parte superiore, invece, chiusa a capanna ha un oculo e una serie di dentelli aggettanti, sormontati da una cornice.   All’interno, ad unica navata con un arco che separa la zona presbiteriale da quella destinata ai fedeli, c’è una lapide posta per terra in cui viene ricordata la data d’esecuzione del pavimento (1839), mentre un’altra, sopra l’altare maggiore, cita l’intervento di restauro che venne operato nel 1933, grazie al contributo di tutta la popolazione corvarese.        Sull’altare è posta una pala lignea intagliata che rappresenta Cristo in croce.    Lungo la parete laterale destra dell’edificio si aprono delle piccole finestre monofore attraverso le quali l’interno viene illuminato.                        Attaccato al muro di fondo della chiesa c’è il convento, ormai abbandonato, affiancato da un terreno recintato, coperto da prati e alberi, un tempo utilizzato dai frati come cimitero.

Corvaro lega il suo nome non solo alla storia medievale ma anche ad un passato ancora più remoto; nella pianura del Cammarone, sono stati infatti scoperti dei siti archeologici di primaria importanza.

L’emergenza più rilevante, trovata in una località detta “Montariolo”, consiste in un tumulo costituito da terra e pietrame di varie pezzature, diviso da costolonature a raggiera e delimitato da un cordolo realizzato con lastroni di calcare locale, ben squadrati.      La  necropoli aveva un diametro di 50 metri con un’elevazione di 3,70 metri.   Al centro del tumulo funerario ne era presente un altro di dimensioni minori, di 11 metri di diametro, che fu inglobato dalla nuova struttura in una complessa opera di monumentalizzazione compiuta intorno alla metà del VI secolo a.C.

Sono state portate alla luce oltre un centinaio di tombe, realizzate in fosse terragne circoscritte da grossi pezzi di pietre calcaree, il cui arco cronologico va dalla fine del IX secolo a.C. al II-I secolo a.C., in un periodo quindi successivo alla romanizzazione.

I corredi funerari sono molto semplici, per il periodo arcaico, e sono caratterizzati dalla quasi totale assenza di ceramica.

Nella tomba più antica, databile alla prima età del ferro, è stata ritrovata una fibula ad arco serpeggiante; nelle tombe maschili di cronologia più alta, i corredi sono costituiti soprattutto da armi da offesa e da fibule poste di solito all’altezza del petto.    Tra le armi, le tipologie più ricorrenti sono punte di lancia e di giavellotto in ferro con relativo sauroter di varia lunghezza, con manico a cannone e lama fogliata o triangolare costolata, spade con elsa a croce a due fendenti, pugnali con elsa a stami.

Tra le fibule, la maggior parte bronzee, i tipi più diffusi sono quelli a riccio e del tipo a Certosa.          Le tombe femminili più antiche, invece, hanno restituito principalmente placche di cinturone a pallottole riportate, del tipo diffuso in area italica, e bacili bronzei con orlo perlato.  

Un cambiamento radicale nei corredi avviene al momento della romanizzazione, avvenuta tra il IV e III secolo a.C.

Nelle tombe maschili spariscono le armi, e appaiono strigili in ferro accompagnati da balsamari acromi, ad indicare un radicale cambiamento dei costumi e dello stile di vita.      Le tombe femminili invece sono caratterizzate da piccoli specchi d’argento e di bronzo, in alcuni casi con manici decorati a testa di cervo, da balsamari fittili, da fibule in ferro e perline in pasta vitrea.

Poco distante dal tumulo del Montariolo, sempre nella piana del Cammarone, fu individuata nel secolo scorso un’area sacra in località S.Erasmo, alla quale era forse connessa una sorgente, alla cui acqua venivano attribuite proprietà taumaturgiche.    Dell’area sacra è ancora visibile il podio, nei pressi del quale, nel 1956, venne scoperto un deposito votivo che comprendeva monete, parti anatomiche umane (mani, piedi, gambe, braccia, seni e organi genitali maschili e femminili), animali (bovini ed equini), ceramica a vernice nera, chiodi, spiedi e punte di lance.

Proseguendo lungo la strada che unisce il centro abitato di Corvaro con il piccolo borgo di Santo Stefano, si giunge alla chiesa della Madonna di Malito, posta tra i monti, a 1000 metri d’altitudine, nella valle di Malito.

Ogni anno  i fedeli corvaresi, la prima domenica di Luglio, si recano al santuario in pellegrinaggio; il culto che è attestato fin dal 1398, ha come oggetto di venerazione un’icona benedettina del 1100 in legno di pioppo, restaurata nel 1967.      La preziosa tavola raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, ritrovata, secondo la tradizione, in un romitorio della vallata, è custodita nella piccola chiesa, risalente  al 1200.

L’interno dell’edificio religioso, ad una sola navata con una copertura a capriata fortemente rimaneggiata, ha perso le originarie forme romaniche, così come la facciata esterna, che è stata recentemente rifatta.

 

 

 

 

 

 

Feste: Ottava di Pasqua (la domenica successiva a Pasqua) S.Francesco e                S.Rocco

           Madonna di Malito (prima domenica di Luglio)

 

 

 

GROTTI

 

Seguendo il fluire tranquillo del Salto, si incontra il piccolo paese di Grotti.     Immerso in uno splendido scenario naturale, l’ordito abitativo si snoda lungo la strada che fiancheggia il fiume.   

Al centro del piccolo borgo sorge la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, realizzata nel XX secolo.                 Circondata da abitazioni su tutti e quattro i lati, domina con la sua facciata color ocra, lo spazio che gli si apre davanti.            Sulla sinistra si erge la torre campanaria, mentre sopra il portale d’ingresso, dentro ad una nicchia circolare, chiusa da un vetro, è posta una statuina rappresentante San Giovanni Battista.

L’unica struttura antica presente a Grotti è la piccola chiesa di San Nicola, abbarbicata sul fianco roccioso del monte che sovrasta il paese.

La chiesetta rupestre venne costruita in epoca medievale, per proteggere la nicchia utilizzata da San Nicola come romitorio.     La facciata in pietra locale si confonde con il paesaggio circostante, mentre l’interno, caratterizzato da una suggestiva atmosfera dovuta alla luce naturale che filtra attraverso tre fenditure e una finestrella, custodisce un altare in pietra, sopra il quale sono visibili i resti di alcuni affreschi.                   Il soffitto è coperto con una volta a botte, con pietre ad incastro.          Al di sopra di esso, attraverso un angusto speco si accede ad una grotta che nei tempi passati veniva utilizzata come nascondiglio per la produzione illegale di polvere pirica.

Il nome di Grotti si lega, però, da qualche anno alle feste patronali organizzate, ogni anno, negli ultimi venerdì, sabato e domenica del mese di Agosto; i famosi fuochi artificiali, caratterizzati da prodezze pirotecniche davvero uniche, sono divenuti una fonte d’attrazione per tutto il Cicolano.

 

 

Festa : ultimi venerdì, sabato, domenica del mese d’Agosto

 

PAGLIARA

          

Piccolo paese, posto a 802 metri, che ha nella tranquillità del suo centro e nell’aria salubre che si può respirare, i motivi di richiamo per un visitatore stanco della frenesia cittadina.   Nel cuore del borgo sorge la chiesetta di Sant’Antonio da Padova, dedicata a questo Santo, nel 1832  e corredata della dote per il santo Ministero nel 1850, su richiesta della popolazione, a re Ferdinando II.  

 

 

 

Festa:  16 Luglio- Madonna del Carmine

 

 

 

POGGIOVALLE

 

 

Il paese si presenta con una veste suggestiva che rimanda al suo glorioso passato medievale.   Del Castello di Poggiovalle, edificato nel secolo XII ad ovest del monte Rosa, e secondo la tradizione residenza della regina Giovanna I d’Angiò, rimangono, sfortunatamente, solo alcuni resti.

I ruderi in pietra, della rocca, sembrano raccontare la storia tragica e grandiosa della sua ascesa e della sua caduta.

All’interno del modesto borgo sorge la chiesa di Santa Maria Assunta, ricostruita completamente dopo il sisma del 1915.

Scendendo a valle sono invece visibili le rovine della più antica chiesa di Santa Maria in Valle, del 1153.

PONTE   CIVITELLA

 

Località posta al confine tra il Comune di Borgorose e quello di Pescorocchiano, caratterizzata da alcune case che sorgono in prossimità del ponte che attraversa il Salto, e da una fitta vegetazione che ricopre le pendici montane che costeggiano le rive del fiume.  Qui si può godere di panorami incantevoli che donano quiete e serenità.

 

 

 

 

 

SANT’ANATOLIA

 

E’ il centro abitato più orientale del Comune di Borgorose, a pochi passi dal confine con la provincia de L’Aquila.      Posto a 753 metri, lungo le pendici dei monti Paco e Cerro, venne riedificato dopo il sisma del 1915 in due nuclei distinti, posti a poca distanza l’uno dall’altro, ma su diversa altitudine.

Il paese è dominato dalla presenza dell’importantissimo santuario di Sant’Anatolia, dal quale ha preso il nome.       La chiesa-santuario dedicata alla Santa sabina di Tora, condannata dall’imperatore Decio nel 249 d.C. al martirio, venne costruita sul luogo in cui la povera vergine, venne uccisa perché si rifiutò di incensare e venerare gli dei pagani.

Il culto per la Santa, testimoniato fin dal IV secolo, si è diffuso, in breve tempo,  in molte località dell’Italia centrale, ed il suo santuario è diventato meta di pellegrinaggio, tra il 3 e il 10 Luglio, quando la statua della martire viene portata in processione.

Le notizie più antiche di questa chiesa risalgono ai primi decenni del secolo VIII, quando fu donata all’Abbazia di Farfa dal duca di Spoleto Faroaldo II; il monastero sabino permutò poi la chiesa nei primi anni del secolo IX, ricevendo in cambio la chiesa di Santa Maria in Lauriano, nell’Amiternino.

L’edificio religioso che andava ad ampliare una costruzione più antica, di epoca paleocristiana, subì diversi rifacimenti fino ad assumere l’attuale aspetto, risalente al 1877.       Sull’ampia facciata caratterizzata da forme vagamente neoclassiche, si aprono tre portali d’ingresso, corrispondenti alle tre navate interne; quello centrale più grande è incorniciato da due colonnine decorate, ed è sormontato da un oculo, e un’edicola con timpano triangolare che racchiude l’immagine di Sant’Anatolia, su delle maioliche colorate.              All’interno a destra della nave centrale si conserva l’importante cappella a forma di ciborio, con pianta quadrangolare, quattro colonne ed una copertura con volta a botte decorata d’azzurro con angeli che reggono alcuni attributi appartenuti alla Santa.          La cappella che, venne eretta, probabilmente, sul luogo del martirio della Santa, ai tempi di Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, e poi inglobata nell’ VIII secolo nella chiesa-santuario, contiene un affresco raffigurante Sant’Anatolia.

Nel dipinto, datato all’VIII-IX secolo, la Vergine è rappresentata a figura intera con i piedi leggermente divaricati, con la corona del martirio sul capo, il libro delle Sacre Scritture nella mano destra, e la palma della vittoria nella mano sinistra.                   I colori predominanti, rosso e oro, e l’impostazione del corpo rivelano un evidente influsso della pittura bizantina.              La parte superiore dell’affresco, rimpicciolita ed inquadrata in una cornice, è stata trasformata in una pala, mentre la parte inferiore non  più visibile, è nascosta dal piano dell’altare.

Poco distante dal santuario sorge la chiesa di San Nicola di Bari, di origine monastica, datata al IX secolo.    Il pregevole portale è stato costruito riutilizzando materiali di epoca romana.

Di notevole interesse sono anche i resti della chiesa della Madonna Addolorata, del 1200, un tempo chiamata  Santa Maria de Torano.

Dell’edificio quasi completamente distrutto, restano la facciata, i muri perimetrali, l’antico cimitero, al suo interno, ed il magnifico portale, del XVI secolo, caratterizzato da decorazioni a bugnato e da una lunetta con l’immagine della Vergine.

Nei pressi del paese, è stata rinvenuta nel 1995 un’eccezionale fontana risalente al 1400, formata da tre vasche contigue, poste a ridosso di tre alte pareti in pietra locale.   Con i getti d’acqua rialzati che fuoriescono direttamente dal muro perimetrale, è simile a tutte le fonti, che in epoca medievale, venivano realizzate per scopi utilitaristici e non per abbellimento.

Il territorio circostante fu però anche un’area di insediamenti di antichissima data; rimane infatti come testimonianza, lungo la strada diretta a Cartore, l’Ara della Turchetta, un terrazzamento di 40 metri per 10, in opera poligonale, circoscritto da possenti mura pelasgiche.     La struttura era probabilmente la sede di un santuario dedicato all’oracolo del Picchio, uccello sacro al dio Marte.         Nei dintorni sono state trovate anche numerose iscrizioni dedicate dall’antica città equicola di Tiora Matiena (tra Sant’Anatolia e Torano) a cittadini illustri che qui soggiornarono, tra cui Marco Aurelio Antonino, il futuro imperatore Caracalla. 

 

 

 

 

 

Festa:  9 – 10 Luglio   Sant’Anatolia

 

 

 

 

 

 

SANTO   STEFANO

 

 

Collocato lungo le pendici di monte Frontino, presenta una ricca antologia di architettura romanica e medievale.       Sulla piazzetta che costituisce il cuore del vecchio borgo si affacciano la chiesa di Santo Stefano di Cliviano, risalente al 1200, e un intrico di viuzze che conservano ancora l’originario assetto.

Menzionato come pieve fin dall’VIII secolo d.C., divenne poi centro abbaziale dove i monaci, a partire dal X secolo , si adoperarono per la riconquista agraria di un territorio connotato da condizioni climatiche particolarmente sfavorevoli, che rendevano maggiormente redditizio l’allevamento del bestiame rispetto alle pratiche agricole limitate alle rare piane alluvionali ed alle valli laterali.      Dell’antica Abbazia sono rimaste delle tracce visibili nella chiesa di Santo Stefano, da essa inglobata.   La chiesetta, che ha una pianta a croce latina a tau, ad unica navata coperta a volta, custodisce al suo interno elementi architettonici di epoca romana, come l’acquasantiera ricavata dai resti di una colonna scanalata.       Sulla parete di fondo del transetto sinistro sono visibili dei preziosi affreschi, raffiguranti dei Santi, datati al XIV secolo.

Visitando il piccolo abitato si potranno ammirare straordinari esempi di portali romanici, decorati con una varietà di eleganti motivi.

Sopra Santo Stefano, a circa 1167 metri, è posto il centro fortificato di Monte Frontino; a questo oppidum, che è senza dubbio uno dei più imponenti di tutto il territorio equicolo, era collegata la necropoli del Montariolo di Corvaro.   La cinta muraria, lunga un chilometro, è conservata solo parzialmente, con uno o due filari di blocchi in elevato in opera poligonale di I maniera.      Oltre la cinta esterna, il centro è dotato di una seconda recinzione che divide in due parti l’interno; sul versante est sono visibili alcuni terrazzi sopra i quali erano collocate capanne foderate d’argilla e abitazioni stabili.                     Sono stati trovati diversi frammenti di materiale ceramico proveniente da olle e ciotole, e poi, macine, pesi da telaio, fibule.    La datazione dell’insediamento è incerta, dovrebbe collocarsi tra il VII e il VI secolo a.C., ma altri ritrovamenti hanno permesso di risalire ad una frequentazione dell’oppidum fino al I secolo a.C.

L’oppidum di Frontino teneva sotto controllo gli accessi alla valle interna di Malito oltre ai piani di Corvaro e il valico di Collefegato.

Sulla sommità del centro sono visibili anche i resti di una costruzione medievale, appartenuti ad una torre a pianta circolare, circondata da un fossato difensivo scavato nella roccia.      

 

 

 Feste:  26 Dicembre- S.Stefano;  13 Giugno – S.Antonio

 

 

 

 

 

 

 

SPEDINO

 

Una strada, che curva dopo curva giunge fino ai 903 metri di Spedino, consente di far la conoscenza di un altro suggestivo angolo del Comune di Borgorose.

Tra i vicoli chiusi da buie costruzioni si incontrano i segni del passato di questo borgo medievale posizionato strategicamente, per il controllo della vallata sottostante.  Edificato nell’XI secolo, il Castello di Spedino, al centro di numerosi avvenimenti storici, andò distrutto con il terremoto del 1915, così come la chiesa medievale di Sant’Andrea di cui sono visibili solo dei ruderi di muri smozzicati.   In prossimità del bivio che conduce al paesino, sorge la piccola chiesa, di origine monastica, intitolata a San Liberatore, un tempo chiamata Sant’Atanasio .        Posto a 951 metri, al di sopra del cimitero di Spedino, c’è il centro fortificato di Colle Civita.

Rimane poco della cinta muraria che aveva una circonferenza di 500 metri e che è testimoniata da brevi tratti di un solo filare di blocchi poligonali in elevato.     I continui lavori agricoli ed il naturale dilavamento hanno asportato quasi completamente lo strato archeologico.     Sul lato nord-ovest si notano i resti di una seconda recinzione che doveva proteggere il nucleo abitato sul versante del colle meno ripido e quindi più facile da attaccare.

Non esistono tracce di aperture nel recinto murario ma una porta è forse da localizzare sul lato sud-est dove un sentiero, proveniente dal cimitero, risale nell’interno della recinzione.         All’interno del sito archeologico sono stati trovati numerosi frammenti di tegulae, mattoni triangolari relativi a colonne, macine in pietra vulcanica, oltre a ceramica a vernice nera, acroma e d’impasto, utilizzata per fare olle e basse ciotole.

La funzione principale di questo centro fortificato era quella di controllare il fondovalle e l’arteria interna che da Spedino raggiungeva il piano di Borgorose. 

 

 

Festa:  12 Agosto – S.Atanasio 

 

 

 

 

TORANO

 

 

Conserva quasi intatto il suo passato architettonico di borgo medievale, caratterizzato ancora oggi dall’emergenza imponente e dominante della Torre che spicca nel mezzo del centro abitato.

Le prime notizie sul castello di Torano risalgono agli inizi del XII secolo, quando un certo Annolino, figlio del defunto Oderisio, cedette, nel settembre del 1113, la sua quota di consignoria castrense, corrispondente ad un terzo, al vescovo di Rieti Beneincasa.   L’episcopio reatino perse, però, rapidamente la sua porzione di Torano, posto a guardia di una importante via di comunicazione tra Roma, le aree interne dell’Appennino e l’Adriatico.

Sotto gli Angioni, Torano fu donato nel 1271 a Pietro de Insula; l’anno dopo, però, con una permuta, fu devoluto alla curia regia.

Il castello passò poi a Gentile di Amiterno, che lo deteneva ancora nel 1361.  Ne divennero poi signori i Camponeschi, potente famiglia aquilana, ma nel 1358, devoluto alla curia regia per la ribellione di Lalle Camponeschi, fu concesso da Filippo, principe di Taranto, a Orsone Orsini.

I Camponeschi tornarono nuovamente in possesso del castello, facendone la loro base per contrastare l’egemonia dei Pretatti, costituita da tempo nell’area.       Il confronto decisivo si ebbe il 15 luglio del 1381 presso Torano quando si affrontarono i due schieramenti.

Francescantonio Pretatti ebbe la peggio e, ferito tre volte, fu catturato.    Immediatamente condotto a L’Aquila fu processato e giustiziato, e con la sua morte si estinse anche l’intera casata.

Passato ai da Poppleto, agli inizi del Quattrocento, fu poi venduto agli Orsini.  Divenuto proprietà dei Colonna, nel 1520 il feudo toranese  fu concesso da Fabrizio, al cavaliere romano Pietro Caffarelli, la cui famiglia in seguito ne cedette una quota ai Rota.

Dell’antico castello di Torano, il cui stemma era un toro in campo azzurro, resta solo la rinomata Torre, del XIV secolo.      A pianta quadrata, simile nella struttura a quelle francesi di tipo militare, è alta circa 30 metri ed ha sul lato ovest un portale d’ingresso in stile gotico, raggiungibile all’epoca, da un ponte levatoio.    L’accesso al castello era garantito da una porta a due archi, su uno dei quali è ancora visibile un affresco raffigurante il martirio di Santa Barbara.      Attraversando stradine strette interrotte da suggestivi vicoli si giunge ad una cordonata che conduce al sontuoso portale della chiesa di San Pietro, del XV secolo.

Il portale strombato che si apre, non sulla facciata, ma sulla parete laterale della chiesa, è decorato da colonnine a fusto liscio e tortile.       Sull’architrave è posto un agnello crocifero, simbolo di Cristo risorto, e un’iscrizione che ci permette di datarlo al 1462 e di attribuire l’affresco della lunetta, raffigurante la Madonna con Bambino, tra San Pietro e San Martino, a Tommaso da Biasca.              La parte superiore del portale si chiude con una serie di archi a sesto acuto, utilizzati nell’arte gotica, per accentuare il senso di elevazione.

Posta a nord del paese è la chiesa di San Martino, citata nelle fonti fin dall’XI secolo e caratterizzata anch’essa dallo stile gotico-abruzzese.

Della chiesa originaria ci restano solo i muri perimetrali, il campanile gotico a cuspide, e le arcate interne.

La facciata ha una finestra circolare sopra al vano d’ingresso, mentre l’interno è diviso in tre navate da archi ogivali.

Un recente intervento di restauro ha permesso il consolidamento delle strutture portanti, compresa la torre campanaria, e il rifacimento del tetto con una copertura a capriate.          Sono esposte al Museo Civico di Rieti due preziose statue, rappresentanti la Madonna con il Bambino, di proprietà della chiesa; una è del 1300, intagliata e dipinta, l’altra è del 1400, di uno scultore abruzzese, in terracotta policroma.

Nelle vicinanze della chiesa sorgeva anche un ospedale, dedicato a San Martino, che aveva il compito di curare gli infermi, ospitare e rifocillare i pellegrini e i bisognosi; dell’edificio, abbandonato nel 1600, purtroppo non resta più nulla.

Non lontano da Torano è stato individuato l’importante sito archeologico di Nembe, che ha restituito parti di antichi edifici ed epigrafi dedicate a divinità romane.

 

Feste:  14-15-16 Agosto L’Assunzione; 10-11 Settembre S.Nicola  

 

 

 

 

                                                           

                                                                

VILLEROSE

 

 

Come accadde per Borgorose, anche a questo ospitale paese, nel 1960, venne cambiato il nome originario di Villecollefegato, con il più gradevole Villerose, anche se gli abitanti della zona sono soliti indicarlo, semplicemente, con il nome di Ville.     Gli edifici che si affacciano sulle stradine del suo borgo sono testimoni di una storia più recente; le case abbellite da fastosi portali decorati, secondo uno stile baroccheggiante, appartenevano infatti agli esponenti delle nuove famiglie benestanti del Sette-Ottocento.

Abitazioni aristocratiche, caratterizzate da forme eleganti e ricercate, costituiscono il centro storico che ha come fulcro la deliziosa piazza di Santa Croce dove sorge la parrocchiale del paese.

La chiesa di Santa Croce, eretta nel XIX secolo, domina scenograficamente il piccolo piazzale con la sua facciata, rosa e bianca, in stile neoclassico; rivestita da un paramento a bugnato piatto è ripartita da quattro paraste che sono sormontate da un fregio con un’iscrizione latina.

La parte superiore della facciata si conclude con un timpano triangolare che riprende quello più piccolo posto sopra l’architrave del portale d’ingresso.

All’interno, ad unica navata con abside semicircolare, e cappelle laterali, si possono apprezzare dipinti, pale d’altare del XVI secolo, e numerosi affreschi che decorano il soffitto.         Recentemente, il tetto, la torre campanaria e il pavimento sono stati sottoposti ad interventi di restauro.

Su una piccola altura a 932 metri, a est di Villerose, è posto il centro fortificato equicolo di Castelluccio.     La cinta muraria, in opera poligonale di I maniera, ha uno spessore di 1,50 metri e descrive una pianta rotonda dal diametro di 31,60 metri.   All’esterno il centro è difeso da un fossato anulare scavato nella roccia calcarea del pendio ed ora parzialmente riempito dal crollo della cinta muraria.   Nell’interno del sito archeologico non sono stati trovati materiali fittili, ma solo un frammento in ferro, relativo alla parte terminale di un codolo di un gladio a stami.

La dimensione dell’area occupata e la scarsa consistenza della muratura fanno presupporre che si tratti di un avamposto militare di avvistamento, collegato con un vicino oppidum, forse identificabile sulla sommità del monte Rosa.               Il centro di Castelluccio aveva, dunque, il compito di tenere sotto controllo tutta la zona identificabile con la Valle del Salto.

 

 

Festa:  10 Agosto, San Vincenzo

 

 

 

VILLETTE

 

Le origini di questo paesino non sono antiche; venne edificato dopo il terremoto del 1915 lungo la strada che congiunge Colleviati a Collemaggiore.

Non ci sono strutture architettoniche rilevanti, ma si potrà godere di un panorama straordinario dominato da una natura amena, ancora incontaminata.      Nelle vicinanze del borgo sono stati trovati dei resti archeologici di una villa imperiale romana, di una cisterna e di strutture realizzate in blocchi di pietra, oltre a numerose epigrafi, di notevole interesse storico.