VINCENZO D'AGOSTINO

"alcune pagine del mio diario"


 

 

SECONDA GUERRA MONDIALE

Gli ultimi mesi da sfollato a Orroli

1944

Gli anziani del luogo, dove avevamo trascorso gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, ne percepivano la fine.

 

Si parlava insistentemente del prossimo arrivo degli Americani e i Tedeschi che stazionavano in un campo militare nei pressi di Serri e Nurri, erano scappati via precipitosamente, lasciando incustodito un grande deposito di vettovagliamento e di munizioni.

 

Il campo distava dal  paese che ci ospitava, (durante lo sfollamento da Cagliari a seguito dei molteplici bombardamenti che la avevano praticamente distrutta), una diecina di chilometri.

 

Con alcuni amici del luogo e i miei fratellini decidemmo di fare una visita al campo abbandonato per conoscerne il suo contenuto; la nostra incoscienza aveva allontanato la paura e la curiosità aveva preso il sopravvento.

 

Ci organizzammo e allegri e giulivi iniziamo la nostra passeggiata verso il campo. Per arrivarci, invece di percorrere la strada provinciale, prendemmo quella ferrata che avrebbe accorciato di parecchio il percorso.

 

Il treno era già passato e il prossimo sarebbe transitato il giorno successivo.

 

Saltellando sopra le traversine dei binari, raggiungemmo il bivio di Serri dopo circa una mezz’oretta, poco distante una palizzata con del filo spinato, cingeva un grande campo, baracche in legno e in lamiera erano allineate all’interno.

 

Scavalcato un muretto a secco entrammo nel campo, subito ci accorgemmo di non essere soli altre persone ci avevano preceduto, però si interessavano alle vettovaglie e non alle munizioni, uscivano da un capannone in fila indiana trasportando sulle spalle coperte e lenzuola, noi invece ci dedicammo alle cassette allineate dentro una casa in lamiera dove vi erano accatastate munizioni di ogni tipo.

 

Il più anziano di noi ragazzi che faceva il chierichetto in parrocchia si impadronì di alcuni bossoli lucenti di cannone, questi, disse, possono servire per addobbare l’altare della chiesa come portafiori, dopo averli svuotati del contenuto esplodente; li infilò in una bisaccia che aveva portato con sè, noi invece raccogliemmo il più possibile di scatolette di proiettili da mitragliatrice e qualche razzo bengala con alcuni detonatori.

 

Terminata l’opera, via per la stessa strada verso il paese.

 

Nei pressi della stazione, dietro un muretto tra delle siepi occultammo accuratamente tutto il materiale con l’intento di andarlo a recuperare sul calar della sera, per non essere visti da occhi indiscreti.

 

La sera, all’imbrunire, tutto fu recuperato e portato ai propri domicili.

 

Entrati nel cortile di casa assieme ai miei fratelli, abbiamo nascosto tutto il materiale sotto delle fascine di legna secca che erano accatastate vicino al portone d’ingresso.

 

Il mattino successivo, verso le nove, tutti ci siamo ritrovati nel piazzale davanti alla chiesa; l’amico chierichetto aveva a tracolla la bisaccia e quando il Parroco Don Casula arrivò davanti al portone della Chiesa, notò il nostro gruppo e ci chiese: Ma cosa siete venuti a fare oggi, avete per caso qualche marachella da confessare?

 

Ma no, reverendo, rispose il chierichetto, guardi che cosa le abbiamo portato; velocemente estrasse i bossoli dalla bisaccia e li poggiò per terra.

 

Ma vi siete tutti ammattiti! che intenzioni avete di coinvolgermi nelle vostre mascalzonate e farmi arrestare dal Maresciallo dei Carabinieri? Portate subito via questa roba non ne voglio sapere.

 

Ma che dice, Reverendo, rispose il chierichetto, lo abbiamo trovato abbandonato lungo la strada che hanno percorso i Tedeschi fuggendo e, poiché ho pensato che li avremmo potuti utilizzare come portafiori per l’altare, li abbiamo raccolti e portati qui, ma se a Lei non  interessano le daremo a qualcuno che saprà come usarli.

 

Il Maresciallo dei Carabinieri sembrava chiamato, salì le scale antistanti la piazza della chiesa e come vide il Parroco e noi ragazzi disse: Buon giorno, Don Casula, ma vedo che è impegnato con i  ragazzi, ritornerò un altro momento.

 

Ma che dice, Maresciallo, Lei è sempre il benvenuto anzi la prego di darmi un suo parere su quanto mi hanno proposto i  ragazzi, guardi che cosa mi hanno portato, cosa ne dice?

 

Dopo aver visto i bossoli il suo viso diventò scuro di rabbia: ma vi siete impazziti, scommetto che siete andati nel campo dei Tedeschi a trafugare questo materiale pericolosissimo, dovrò prendere i provvedimenti del caso e mi meraviglio di voi che siete dei bravi ragazzi e siete diventati dei lestofanti.

 

Ma che dice Maresciallo, rispose il chierichetto, questi bossoli, come dice Lei, li abbiamo trovati in una scatola abbandonata lungo la strada di Nurri e abbiamo pensato che potevano servire alla Chiesa come portafiori, non sospettavamo minimamente che si trattasse di materiale bellico, evidentemente i Tedeschi scappando lo hanno gettato via per essere più liberi.

 

Allora il Maresciallo ispezionò i bossoli e, constatato che non contenevano nessun tipo di esplosivo, consigliò il parroco di accettare quel materiale da impiegare come portafiori.

 

Adesso però mi dovete spiegare che cosa ci facevate tutti in gruppo a Nurri e state attenti con la risposta perché farò le mie indagini.

 

Maresciallo, rispose il più anziano di noi ragazzi, noi a Nurri ci andiamo spesso; andiamo a trovare il nostro Vescovo Monsignor Piovella che anche lui, come noi, è sfollato da Cagliari.

 

Va bene per questa volta credo che quanto mi avete detto sia la verità.

 

Non potete immaginare il nostro sollievo, già ci sentivamo relegati nella cella della caserma, ci guardammo in faccia e, salutato il Maresciallo e il Parroco, ci avviammo alle nostre rispettive abitazioni. 

 

Quando siamo rientrati a casa, la nuova sorpresa: il nonno era andato presso la legnaia per prendere alcune frasche per accendere il caminetto, aveva trovato quanto avevamo nascosto.

 

Voi siete dei pazzi incoscienti ma vi rendete conto di quanto di pericoloso avete portato a casa? che cosa avete intenzione di farne di questa roba ? Dove l’avete presa? Ma che intenzioni avete di farci arrestare tutti?

 

Ma no, nonno, abbiamo trovato queste scatole di munizioni lungo la strada, evidentemente i Tedeschi scappando la hanno gettata per essere più liberi nella fuga.

 

Tutto questo va bene, ma adesso che cosa ne fate di questi proiettili ?

 

Nonno li smontiamo e recuperiamo la polvere da sparo che venderemo o scambieremo con i cacciatori del paese.

 

Ma sapete almeno come dovete fare per separare il proiettile dal bossolo?

 

No, speravamo che ce lo spiegassi tu che sei stato un Ufficiale di Artiglieria e che quindi ne sai più di noi.

 

Adesso ho altro da fare poi ne riparliamo.

 

L’indomani Domenica di buonora il nonno aveva collocato nel cortile un tavolino, lontano dal portone d’ingresso per evitare che qualcuno osservasse quanto avremmo dovuto fare, fissò una piccola morsa al tavolo e affiancò ad essa un recipiente per il recupero della polvere da sparo  una pinza e un mazzuolo di legno.

 

Quando ci avvicinammo al tavolo ci spiegò cosa avremmo dovuto fare per procedere allo smontaggio dei proiettili: per prima cosa prendete il proiettile e lo stringete delicatamente dalla parte del bossolo nelle ganasce della morsa facendo attenzione di non schiacciare la cartuccia onde evitare l’esplosione, poi prendete il mazzuolo di legno e date un colpetto lateralmente alla punta del proiettile che uscirà dalla sua sede e cosi potrà permettevi di recuperare la polvere da sparo.

 

Fate molta attenzione a non creare delle scintille perché si tratta di materiale altamente infiammabile, adesso vi faccio  vedere come si fa, poi farete da soli, mi raccomando eseguite alla lettera quanto vi ho detto e, se qualche proiettile non si smonta, non insistete: mettetelo da una parte e poi si vedrà cosa farne, io adesso devo andare a comprare il pane e  ci vediamo più tardi.

 

Andato via il nonno, di gran lena cominciammo a smontare i proiettili; tutto procedeva come ci aveva indicato lui e in un paio d’ore avevamo praticamente riempito il contenitore di polvere recuperata da i bossoli, si trattava di circa un chilo di prodotto: i proiettili che non eravamo riusciti a smontare erano una ventina.

 

Mettemmo tutti i bossoli e i proiettili dentro un sacchetto e alla chetichella uscimmo dal portone e, presa la strada che conduceva alla Stazione Ferroviaria, attraversammo i binari e imboccammo il viottolo che portava alla collina antistante il paese dove troneggiava il nuraghe Sa Serra.

 

Con noi avevamo portato una pecorella che ci avevano regalato e che abitualmente portavamo al pascolo in quella zona; il motivo era di giustificare la nostra presenza in quel posto.

 

Giunti nelle vicinanze del Nuraghe, raccogliemmo alcune frasche secche e le posizionammo tra dei  massi, sopra vi collocammo il pacchetto dei proiettili e dei bossoli smontati; si trattava ora di dare fuoco alle frasche ma i fiammiferi?

 

Li avevamo dimenticati a casa.

 

Mio fratellino il più piccolo si offerse di ritornare a casa per prenderli quindi si incamminò verso il paese e noi nell’attesa del suo ritorno portammo la pecorella al pascolo.

 

Erano passate circa due ore e mio fratellino ancora non ritornava; dopo un po’ eccolo: aveva con se, tenuto da una pinza,  un  barattolo  di  latta dentro il quale aveva messo dei carboni accesi prelevati dal nostro caminetto.

 

E i fiammiferi perché non li hai portati?

 

Li aveva il nonno nella sua tasca e allora, per non incorrere in domande a cui non avrei saputo rispondere, ho messo dei carboni accesi nel barattolo, però quando sono arrivato nei pressi della Stazione Ferroviaria ho notato la presenza di alcuni carabinieri e allora ho aspettato che andassero via.

 

Messi i pezzi di carbone accesi sotto le frasche, cominciammo a turno soffiarci sopra per fare scaturire la fiamma che diede finalmente avvio al fuoco, subito di corsa ci allontanammo andando a rifugiarci dietro un muretto a una cinquantina di metri di distanza.

 

Dopo un po’ iniziarono le piccole esplosioni e i proiettili che ancora erano imprigionati nei bossoli che non eravamo riusciti a smontare, nell’esplodere passarono sopra le nostre teste e in altre direzioni.

 

Le esplosioni durarono pochi minuti.

 

Dopo aver aspettato per circa un altro quarto d’ora, con il barattolo che era servito per portare il fuoco, attingemmo dell’acqua da una pozzanghera e spegnemmo il residuo fuoco che era rimasto, recuperammo i bossoli bruciacchiati e con dei rami pulimmo accuratamente il posto sparpagliando i resti della cenere.

 

Recuperata la pecorella che tranquilla pascolava nel campo vicino, rientrammo a casa, nei pressi della stazione incontrammo delle persone che ci chiesero che cosa fosse accaduto vicino al nuraghe.

 

Noi rispondemmo che si avevamo sentito degli spari, ma credendo che si trattassero dei cacciatori, per paura non ci siamo avvicinati per curiosare, le nostre risposte furono credute e anzi qualcuno ci disse, avete fatto bene a non avvicinarvi perché sarebbe stato pericoloso.

 

Di fretta accelerammo il passo e dopo pochi minuti eravamo a casa.

 

La sera il nonno ci chiese che cosa ne avevamo fatto dei bossoli, la risposta fu: li abbiamo regalati al fabbro perché li utilizzerà per ottonare i campanacci che costruisce per pecore e buoi.

 

Avete fatto bene, è stato meglio così.

 

Il giorno successivo siamo andati veramente dal fabbro e gli abbiamo regalato i bossoli con il patto che ci avrebbe fatto vedere come faceva a dare il colore ai suoi campanacci.

 

Non ci sono problemi, disse, e, presi alcuni campanacci da lui già preparati, in ciascuno introdusse un bossolo e poggiatolo al centro della forgia accesa, soffiando con il mantice ravvivò la fiamma rendendo incandescenti i campanacci.

 

Il metallo di ottone, sciogliendosi, si attaccava alle pareti dei campanacci e a lavoro ultimato li prendeva con una lunga pinza da fabbro li introduceva in un secchio di acqua per raffreddarli e temprarli.

 

Per renderli sonori applicava un lungo chiodo, che usava per ferrare i cavalli e che aveva una grossa testa, per batacchio del campanaccio, e, poiché le dimensioni non erano identiche, i suoni che emettevano nello scuoterli erano diversi.

 

Soddisfatti di quanto avevamo visto siamo ritornati a casa.

 

Adesso dovevamo disfarci della polvere da sparo; nei pressi della nostra abitazione abitava un signore abbastanza facoltoso: aveva molti servi che andavano a pascolare il suo bestiame e lui si dedicava prevalentemente alla caccia, quasi ogni mattina usciva di casa col fucile in spalla e i suoi cani, la sera rientrava spesso con il suo bottino di caccia.

 

Bussammo alla porta della sua casa e ci venne ad aprire la figlia, chiesto se il padre era in casa ci disse di  si e ci portò nella sua sala da pranzo dove Lui era intento a confezionare delle cartucce per il suo fucile.

 

Quando ci vide, nel suo sardo italianizzato ci chiese il motivo della nostra presenza al che con una grande faccia tosta risposi: Signor Francesco, sappiamo che lei è un grande cacciatore e che per confezionare le sue cartucce ha bisogno di polvere da sparo, guardi se quella che le abbiamo portato può interessarle.

 

Ci guardò con una certa diffidenza come per dire: ma cosa vogliono questi ragazzini da me. Poi osservato il contenuto della scatola ci chiese: Ma dove avete preso questa polvere?

 

Con tutta sincerità gli dissi: L'abbiamo portata via ai Tedeschi che scappavano e che la hanno abbandonata per strada, abbiamo pensato che Lei la avrebbe potuta utilizzare noi  non vogliamo soldi ma se in cambio ci offre del pane sardo e qualche gallina le saremo grati.

 

Affare fatto, anzi, se me ne potete procurare altra, vi sarò ulteriormente riconoscente.

 

Non le promettiamo niente, vedremo se sarà possibile.

 

Chiamò a gran voce sua figlia e le disse di darci tre grandi pani sardi e alcune galline e aggiunse anche delle uova.

 

 

Caricatici con fatica di quanto ci era stato dato per lo scambio, ci siamo presentati a casa con il nostro fardello.

 

Il nonno, aprendo il portone di casa e visto quel ben di Dio che avevamo portato, rimase senza parole e poi, quasi balbettando, ci chiese: E tutta questa cosa dove l’avete presa?

 

L'abbiamo avuta in cambio della polvere da sparo: il signor Francesco ce l’ha offerta di sua spontanea volontà e, anzi, ci ha chiesto se potevamo procuragliene altra.

 

Noi abbiamo risposto: Forse. Ma sarà molto difficile che un’altra occasione simile possa ricapitare.

 

Il pane fu stivato nella credenza, le uova altrettanto e le galline che erano ancora vive furono sistemate nel cortile a razzolare liberamente.

 

La richiesta del Signor Francesco ci frullava ancora nella mente, chiedemmo agli altri nostri amici che cosa ne avevano fatto del materiale che avevano preso al campo: lo avevano regalato ad altri cacciatori perché anche a loro i genitori li avevano pesantemente rimproverati; avevano saputo che alcuni ragazzi di Nurri avevano messo ad asciugare sul fuoco dei proiettili bagnati e che per le esplosioni alcuni avevano subito delle mutilazioni.

 

Poi ci dissero che il campo era stato ulteriormente recintato e requisito dalle Forze Militari Italiane che avevano messo delle sentinelle armate, perciò la richiesta del Signor Francesco non fu mai esaudita.

 

Non eravamo certamente così stupidi da rifare quello che avevamo  incoscientemente già fatto.

 

Dopo pochi mesi, anche se la guerra non era ancora terminata, fu programmato il rientro di tutta la famiglia a Cagliari e gli amici con cui avevamo trascorso la nostra parte di gioventù ripresero le loro abitudini; la riapertura dell’anno scolastico era prossima e noi prendemmo direzioni e strade diverse.

 

Dopo tanti anni in una visita a Orroli per la festa di Santa Cristina ritrovai il carissimo amico Peppino Schirru: era diventato un valente giornalista e si era laureato in lettere e, dopo l’insegnamento, si era dedicato al giornalismo.

 

Durante la festa ricordammo gioiosamente i bei tempi trascorsi nella nostra giovinezza.

 

Il caro amico ora non c’è più e, credetemi, è stata veramente una grande perdita; era ancora giovane e amante della Sardegna e delle sue bellezze che declamava nei suoi articoli pubblicati anche all’estero.

 

Ciao Peppino sarai sempre nella mia mente e nel mio cuore.

 

Durante i quattro anni di permanenza a Orroli per lo sfollamento le occasioni di svago per noi ragazzi erano pochissime, ci ritrovavamo la sera nella canonica del Parroco a fare qualche partitella a carte con lo stesso, per altro, in gruppo girovagavamo per le campagne e per i monti del circondario a cercare ruderi del periodo nuragico; andavamo spesso presso alle Domus de Janas, grandi massi con alla base una piccola porta scavata nella pietra dove solo noi ragazzi che avevamo una esile struttura corporea potevamo entrare.

 

Per la strada che portava al Flumendosa e a Escalaplano un maestoso nuraghe (Nuraghe Arrubiu ) dominava tutta la vallata, era la nostra meta settimanale: in gruppo ci sedevamo nella parte superiore del nuraghe a ricordare i tempi migliori che avevamo passato e a pensare a quelli che sarebbero succeduti dopo la guerra.

 

Molti di noi si sistemarono sia nel campo lavorativo che in quello politico, alcuni intrapresero la carriera militare, altri per il loro tenore di vita abbastanza provvido si dedicarono alle loro proprietà terriere.

 

Ricordo con tanta nostalgia e tenerezza una vecchietta che viveva nei pressi della nostra abitazione: era sempre intenta a filare la lana di pecora sarda e alle mie curiose insistenze mi aveva insegnato a usare il suo strumento per filare.

 

Dopo poche nozioni ero riuscito a svolgere questa funzione, con grande meraviglia della nonnina che non parlava l’italiano ma che mi disse nel suo perfetto idioma sardo: Ma castia custu pippiu esti arrennesciu a fairi su ghi attras femminas nun ci funti arrennesciasa (ma guarda questo ragazzino è riuscito a fare quello che altre donne non ci sono riuscite).

 

Questa esperienza è stata di valido aiuto anche perché nelle serate invernali seduti davanti al caminetto mia sorella ci aveva corredato di ferri da maglia e rotoli di lana insegnandoci a confezionare sciarpe maglioni e calze; la lana la preparavo io filandola come mi aveva insegnato la nonnina del vicinato. Per colorare la lana usavamo le pastiglie di Italchina e la scorza di alberi di pino che, miscelati alle pastiglie, producevano un colorante beige.

 

Pian piano eravamo diventati degli esperti.

 

La Mamma, che era diplomata Maestra di Taglio, ci aveva insegnato come adoperare la macchina da cucire per assemblare i prodotti lavorati, ci eravamo arrangiati e avevamo rinnovato il nostro vestiario; la lana ci veniva fornita da alcuni  pastori, la dovevamo lavare, stendere al sole per asciugarla per poi pettinarla e quindi filarla, compito che ormai svolgevo solo io.

 

Ma le esperienze lavorative per aiutare i componenti della mia famiglia a sbarcare il lunario erano diventate molteplici; non rifiutavo nessun tipo di lavoro manuale pur di avere in cambio qualche prodotto della terra, lo stipendio di mio padre non bastava e poi non serviva se non per acquistare i pochi prodotti alimentari razionati e acquistabili con tessere annonarie.

 

L’affitto delle case, sia di Cagliari che di Orroli,  sminuivano notevolmente lo stipendio del Babbo che oltretutto viveva a Isili dove il suo ufficio Statale era strato trasferito e quindi doveva sopperire anche al suo sostentamento.

 

Noi figli eravamo a conoscenza di questa ingrata situazione e non pretendevamo più del necessario per sopravvivere in modo dignitoso, l’alternativa era darsi da fare e collaborare.

 

Mia madre aiutava le giovani del vicinato insegnando l’arte del taglio e del cucito, il nonno dava qualche ripetizione a dei ragazzi del paese, mia sorella sostituiva mia madre, quando era impegnata a dare lezioni di taglio e di cucito, nelle faccende domestiche i miei due fratellini mi aiutavano a fare qualche lavoretto saltuario.

 

Nella soffitta avevo trovato delle matasse di filo di ferro che servivano per la macchina dell’imballaggio del fieno per il bestiame che ormai non veniva più utilizzato.

 

Chiesi alla padrona di casa se potevo utilizzare quelle matasse di filo di ferro, lei mi disse che non sapeva neanche di possederle e che pertanto le avrebbe fatto piacere se le avessi tolte dal solaio anche perché arrugginendosi avrebbero potuto provocare dei danni al pavimento in legno.

 

Per me fu una manna caduta dal cielo, mi erano venute in mente i vari modi per poter impiegare quel filo di ferro e utilizzarlo per la fabbricazione di varie cose.

 

Per primo presi la morsa che aveva delle ganasce lisce e ben consistenti, con una limetta quadrangolare intaccai la parte interna delle ganasce dandole una forma quadrangolare, in sostanza questa modifica mi sarebbe servita per dare forma ai cosiddetti chiodini da calzolaio, con una tenaglia tranciavo il filo di ferro per la lunghezza di circa un centimetro e mezzo.

 

Il pezzetto ricavato lo stringevo nella morsa nel punto quadrettato e il pezzetto di filo che spuntava fuori dalle ganasce lo martellavo fino a ridurlo a una testa del chiodino, a questa operazione mi aiutavano i miei due fratellini  uno provvedeva a rifinire con una limetta la punta del chiodino e l’altro metteva i chiodini ultimati dentro un barattolo di latta per poi porli su i carboni accesi del caminetto per arroventarli e quindi gettarli nell’acqua per l’indurimento.

 

Questo nostro lavoro è stato un ulteriore accrescimento dei fondi familiari non in soldi ma in derrate alimentari prezzo dello scambio con il nostro lavoro e i calzolai del luogo.

 

Il materiale che ricavai da quelle matasse di filo di ferro non fu soltanto la costruzione di chiodini, ma dal fabbro del paese mi ero fatto insegnare come si potevano costruire delle piccole catene in ferro che sarebbero servite a trattenere alcuni animali domestici come cani, maiali, e asinelli.

 

Sempre nella stessa morsa in mio possesso applicai un ferretto a U che il fabbro mi aveva costruito e con quello, dopo aver tagliato il filo di ferro nella lunghezza necessaria per costruire una maglia, agendo con una pinza a punta tonda riuscivo a dare forma a la maglia della catena che poi  veniva collegata alla successiva con grande facilità.

 

Di queste catene ne costruii parecchie, ormai si era sparsa la voce e venivano fatte solo su richiesta.

 

Frugando nei cassetti del comò trovai una macchinetta meccanica per tagliare i capelli, vi era inoltre con essa anche un paio di forbici e un pettine da barbiere attrezzatura che mio padre utilizzava per aggiustaci i capelli quando ogni tanto veniva a trovarci.

 

Mi venne subito un’idea, perché non utilizzarla per il taglio dei capelli per i ragazzini del vicinato?

 

Le prove furono fatte sulle teste dei miei due fratellini che si erano prestati come cavie; l’esperimento diede ottimo risultato, e allora iniziai anche questo lavoro: la ricompensa era sempre la stessa, prodotti mangerecci.

 

I ragazzini del vicinato non erano molti e pertanto il nuovo lavoro non fu continuativo, anche perché gli adulti preferivano servirsi del loro barbiere di fiducia e non di uno sprovveduto come me.

 

Un  ditta privata, che aveva l’appalto del rifacimento del piano stradale del paese, aveva collocato cumuli di pietre prelevate dal Flumendosa per essere trasformate in ghiaia da adoperare per il ripristino della sede stradale ormai dissestata e piena di buche.

 

Il banditore del paese aveva comunicato a tutti che occorrevano delle persone per spaccare le pietre e ridurle a ghiaia, il lavoro veniva considerato a cottimo e pertanto tutti coloro che si sarebbero presentati al Comune del paese avrebbero potuto iniziare anche subito il lavoro.

 

Non mi era sembrato vero, anche da qui avrei potuto ottenere qualche soldo per essere di aiuto alla mia famiglia.

 

Mi recai al Comune dove mi fu assegnato un mazzuolo, un paio di guanti di pelle, e un paio di occhiali protettivi.

 

Scelsi un cumulo di pietre vicino a casa mia e iniziai il lavoro.

 

Non vi dico le difficoltà iniziali, non avevo mai fatto questa cosa e mi sentivo veramente in difficoltà, un giovane che abitava vicino a me e che di mestiere faceva il muratore, accortosi che non ne cavavo piedi mi diede alcuni suggerimenti del caso, mi disse che prima dovevo prendere le pietre più grandi e appoggiarle sulla sabbia in modo che non si muovessero durante la percussione e poi dopo averle divise in due, sempre poggiandole sulla sabbia martellandole le avrei ridotte in pezzi più piccoli.

 

Ci misi un bel po’ ad imparare anche ricevendo qualche martellata dolorosa sulle dita, ma poi tutto filò liscio e al termine della giornata il cumulo di pietre era stato trasformato in ghiaia.

 

Terminato il lavoro, un incaricato della ditta constatato il tutto fatto mi diede cinquanta lire, era una fortuna in quei tempi.

 

Presi i soldi cercai di rialzarmi dalla posizione accovacciata che avevo assunto per il lavoro, ma che fatica, non mi sentivo più le gambe: un dolore atroce mi percorreva dal bacino sino alle ginocchia, fare questo lavoro non era per la mia gracile costituzione corporea, fu la prima e l’ultima volta che lo feci.

 

Altre occasioni saltuarie si presentarono per svolgere dei lavoretti retribuiti non con soldi ma con cambio derrate alimentari: svolsi l’incarico di portare buoi e cavalli all’abbeveratoio situato nei pressi della Stazione Ferroviaria che distava dal paese circa mezzo chilometro, incarico che svolgevo molto bene, specie con i cavalli che riuscivo a montarli anche senza sella, andare a raccogliere le fave nel periodi del raccolto per poi portale nell’aia per la trebbiature, spigolare il grano dopo la falciatura,  a raccogliere nei campi coltivati ortaggi come insalate, cipolle, carote, ceci e altri ortaggi vari.

 

Per la casa, settimanalmente, io e i miei fratelli armati di roncola e zappa , ci recavamo lontano dal paese nella valle del Flumendosa a raccogliere i rami di legna secca che, assemblati in fascine strette con una cinghia di cuoio, venivano caricati sul dorso della schiena e trattenuti sulle spalle da due tronchetti di legna e da una cintura che si avvolgeva sulla fronte protetta da un cappuccio di lana.

 

La particolarità di questo lavoro nei primi tempi era stata abbastanza agevolata dal possesso di scarpe abbastanza in ordine che ci permettevano di percorrere le strade campestri con facilità ma anche le scarpe cessarono di esistere, si erano consumate e vennero sostituite con zoccoli di legno e anche quelli durarono pochissimo quindi l’alternativa era di camminare scalzi, i primi giorni fu un vero supplizio poi pian piano si formò un callo sotto la pianta dei piedi che ci permise di camminare più speditamente anche su terreni irti di pietrisco e di spine.

 

Quando rientravamo in paese con alle spalle le nostre fascine di legna qualche volta venivamo applauditi dagli anziani del paese, denotavano in noi la nostra caparbietà e ci ammiravano, noi eravamo  contenti, ci eravamo integrati totalmente alle loro abitudini e avevamo imparato alla perfezione il loro dialetto che era molto diverso dal Cagliaritano e quindi eravamo ben voluti.

 

La benevolenza aumentò nei nostri confronti e  nei componenti della mia famiglia quando nel paese si sviluppò una epidemia di forma colerica nella quale fu coinvolto anche mio fratellino, il medico condotto non riusciva a reperire i medicinali necessari per la cura, la farmacia di Nurri, paese vicino al nostro, aveva terminato tutte le scorte e il rifornimento era praticamente impossibile.

 

Allora mio nonno si recò alla Caserma dei Carabinieri per parlare con il Maresciallo al quale disse se era possibile mettersi in contatto con la Caserma di Isili e rintracciare mio padre che lavorava presso il Comando Militare della Sardegna dislocato in quella zona.

 

Gli disse anche che i magazzini della Farmacia Militare erano stati trasferiti li e che con tutta probabilità mio padre avrebbe avuto la possibilità di reperire i medicinali che servivano per curare l’epidemia che aveva colpito la popolazione di Orroli.

 

Non ci fu nessun problema, mio padre venne contattato e rivoltosi al direttore farmaceutico militare ottenne una valigia di medicinali.

 

Per poterla portare ad Orroli occorreva un mezzo di trasporto veloce, lo stesso medico condotto il Dott. Mameli si offrì di svolgere questo compito; andò a Isili e con mio padre porto una valigia di iniezioni di GAMOSTIL.

 

Non mi dimenticherò mai il nome di quella medicina che salvò la vita di mio fratellino e anche di tanti altri suoi coetanei.

 

L’origine del contagio non fu mai individuata, a quel tempo non esistevano controlli medici in nessun campo.

 

La guarigione di quei bambini si trasformò in una gara di solidarietà nei confronti della mia famiglia, moltissime mamme venivano a portarci in dono derrate alimentari, il mugnaio ci regalò un sacco di farina che in una settimana fu trasformato in pane.

 

Nella casa in cui abitavamo esisteva un forno di pane inutilizzato da circa venti anni, le anziane del vicinato avevano raccontato a mia mamma che i proprietari lo davano in affitto a tutto il quartiere per cuocere il pane ed infatti il forno era collocato ai lati di un grande stanzone dove nel fondo erano accatastati dei tavoli di legno lunghi e bassi che senza meno venivano utilizzati per la confezione della pasta del pane.

 

Mia madre si mise d’accordo con alcune vicine e, dopo aver fatto ispezionare il forno da un esperto, dietro l’autorizzazione della padrona di casa che era una vedova di un’ufficiale militare morto in guerra, la quale acconsentì alla richiesta e anzi disse che avrebbe mandato le sue collaboratrici per far  cuocere il pane che lei da piccola aveva mangiato e che ricordava essere di una bontà squisita. 

 

Dopo pochi giorni le donne del vicinato si dedicarono a ripristinare la lunga sala in laboratorio per la lavorazione della pasta per il pane, una parte della sala venne attrezzata per la setacciatura della farina ciascuna portò il materiale che possedeva canestri di tutte le misure  setacci e supporti per l’uso di questi, sedie basse ed altre attrezzature necessarie.

 

Alle quattro del mattino successivo la lavorazione del pane ebbe il suo inizio, mentre le donne erano indaffarate alla lavorazione della pasta, un ragazzone si incaricò di riempire il forno con delle fascine di legna secca e dei tronchetti, poi dato fuoco iniziò il riscaldamento del forno, poiché era molti anni che non funzionava fu fatta una prova di assaggio della sua capacità di cottura, prepararono una piccola forma di pane senza lievito e introdotta nel forno mondato con una scopa di frasche bagnata.

 

Dopo circa venti minuti di cottura la pagnotta fu estratta dal forno, tagliata a metà manualmente si notò che la pasta aveva assunto una forma interna spugnosa e soffice: evviva il forno funzionava alla meraviglia!

 

La pasta lievitata avrebbe dato ulteriori  migliori risultati.

 

Dopo circa quattro ore di lievitazione le donne iniziarono a dividere tutto l’impasto in forme di dimensioni uguali circa venti centimetri di diametro, allineati su un tavolo posizionato nei pressi della bocca del forno; una donna abbastanza robusta e veramente esperta don una pala in legno dopo aver spruzzato  di  farina  la superficie  della  stessa  prendeva da sotto le forme e

con una rapidità da maestra infilava la forma del pane allineandola dentro il piano del forno.

 

Terminato il riempimento e messo un coperchio di lamiera nella bocca del forno: ora si trattava di aspettare la cottura che venne dopo circa trenta minuti.

 

Tra i primi ad assaggiare la bontà di quella meraviglia fui io: non dimenticherò mai la squisitezza di quel pane.

 

Peccato che dopo alcuni mesi noi andammo via da quella casa per rientrare a Cagliari.

 

La casa fu nuovamente chiusa e tutto finì.

 

Ridiventò un grande magazzino per la custodia delle attrezzature agricole e dei cereali per il fabbisogno dei proprietari.

 

Quella casa rurale custodisce innumerevoli ricordi della mia gioventù.