Atti del seminario "Le biotecnologie"

organizzato dal Ministero dell' Ambiente

Roma , 24 Settembre 1999

 

Dott. Gianni Tamino

Università di Padova-Dipartimento di Biologia

 

 

Etichetta,per sapere che cosa mangiamo.

 

Dal primo settembre 1998 tutti i prodotti contenenti derivati da Ogm dovrebbero poter essere riconosciuti dal consumatoreattraverso la dicitura posta sull'etichetta "prodotto contenente Ogm". In realtà di questa etichetta non c'è traccia in nessun prodotto di nessun supermercato italiano. Eppure, anche senza demonizzare gli organismi geneticamente modificati e i loro derivati, uno dei principi basilari della democrazia è l'informazione, il diritto di scegliere consapevolmente che cosa fare, e in questo caso che cosa mangiare.

All'inizio si è giustificata la mancanza dell'etichetta nei prodotti sugli scaffali dei supermercati dicendo che questi facevano parte di scorte ad esaurimento. Visto però che questi prodotti sono deperibili, ormai questa scorte dovrebbero essere esaurite, eppure l'etichetta non si vede. E non si vede perchè il regolamento europeo che prevede l'etichettatura dei cosiddetti "cibi innovativi" (novel food) nasconde un'inghippo: quando il prodotto derivato da un organismo geneticamente modificato è "sostanzialmente equivalente" a quello naturale, cioè non contiene ne l'informazione genetica, ne il prodotto dell'informazione genetica (ossia la proteina modificata) viene considerato identico a quello naturale.

Il "principio della sostanziale equivalenza" mette di fatto sullo stesso piano la manipolazione genetica e la selezione dei cartatteri tramite incrocio. Si tratta anzitutto di una comoda scappatoia legale che viene sfruttata, per esempio, per rifiutare qualsiasi etichettatura che renda possibile ai commercianti o ai consumatori di riconoscere e boicottare gli Ogm, ma ha anche una ragion d'essere più profonda: nel campo agroalimentare l'industria biotecnologica non è in grado di offrire prodotti nuovi : gli alimenti geneticamente modificati non promettono a chi li consuma niente di più dei loro corrispondenti tradizionali; è evidente che i loro promotori possono farli accettare soltando affermando che , come minimo, essi non offrono niente di meno..

Anche nel caso della presenza di derivati che contengono l'informazione geneticamente modificata è difficile fare i controlli e quindi le industrie produttrici hanno vita facile nell'evitare la dovuta etichettatura. L'industria alimentare che acquista la soia o il mais per utilizzarla nella produzione di prodotti alimentari non ha interesse a sapere se è stata geneticamente modificata, visto che in questo modo può declinare ogni responsabilità, tanto più che la soia manipolata importata dagli U.S.A. arriva mescolata con quella non modificata,

E' dunque evidente che per poter avere l'etichetta, che dovrebbe segnalare la presenza di Ogm o di loro derivati, dovrebbe essere previsto un controllo "di filiera".

Si tratta di passare dall'etichettatura attuale, che esplicita esclusivamente il contenuto del prodotto, a un'etichettatura di processo, analoga a quella che esiste per i prodotti biologici, che non dice solo cosa c'è in quel prodotto, ma indica come i componenti sono stati coltivati e trasformati. Con un'etichettatura di processo i prodotti dovrebbero portare scritto se fin dall'origine derivano da semi modificati o non modificati e quando l'industria compra la pianta, il seme, o una parte della pianta per usi alimentari, dovrebbe sapere che pianta ha comprato e avere poi, a sua volta, l'obbligo di scriverlo sull'etichetta del prodotto finito. Solo così il consumatore potrà essere informatose sono stati utilizzati derivati di piante modificate o non modificate.

Se è vero che la lecitina di soia modificata non è diversa da quella non modificata, è comunque giusto che il consumatore abbia il diritto di scegliere, anche perchè, indipendentemente dai rischi per la salute, potrebbe essere preoccupato dai danni all'ambiente prodotti dalle manipolazioni genetiche e per le conseguenze etiche. E il problema è anche più ampio: allo stato attuale infatti non è l'uomo a mangiare la gran parte della soia e del mais modificati, bensì gli animali e noi non sappiamo cosa stia succedendo nella catena alimentare. Ovviamente non c'è etichetta nella carne o nelle uova o nel formaggio che indichi cosa hanno mangiato gli animali.

L'etichettatura di processo, divenuta attuale a livello europeo dopo "mucca pazza", è l'unico modo per informare il cittadino sulla provenienza e la qualità di ciò che mangia. Pensiamo solo che oggi, per definire una carne come "carne italiana", basta che sia stata macellata in Italia; lo stesso olio, che, secondo la normativa europea, deve solo essere lavorato in Italia per essere definito "italiano" sull'etichetta. Questo è chiaramente assurdo e vanifica ogni garanzia.

 

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