Atti del seminario "Le biotecnologie"

organizzato dal Ministero dell' Ambiente

Roma , 24 Settembre 1999

 

Dott. Gianni Tamino

Università di Padova-Dipartimento di Biologia

 

Quali sono i rischi delle biotecnologie?

 

I vegetali geneticamente modificati autorizzati nell'Unione Europea sono cinque: mais, soia, colza, radicchio e tabacco. Sono stati modificati per ottenerne la resistenza ai parassiti o la tolleranza agli erbicidi. Tra questi, principalmente due riguardano direttamente il settore alimentare: mais e soia, che direttamente o con i loro derivati come additivi , oli di semi ( sia di mais che di soia), amido di mais, lecitina di soia, finiscono poi nei prodotti più svariati ( basti pensare che ogni anno l'Italia importa dagli Stati Uniti un milione e duecentomila quintali di soia, poco meno della metà della quale è di origine transgenica).

In Europa la produzione di vegetali geneticamente modificati è consentita dal 1993, ma solo a titolo sperimentale e senza l'autorizzazione all'immissione in commercio. Mais e soia geneticamente modificati in Italia sono solo importati, con una situazione, a prescindere da ogni altra considerazione, di concorrenza iniqua per i nostri agricoltori.

Se non si interverrà in tempo con un'adeguata legislazione, i vegetali geneticamente modificati in commercio potrebbero diventare molti di più: le multinazionali delle biotecnologie hanno infatti già inoltrato agli organi competenti le richieste di autorizzazione per la commercializzazione di moltissime altre piante geneticamente modificate (pomodoro, patata, anguria, broccolo, carota, cavolo, cotone, melanzana, melone, peperone, riso, uva, barbabietola da zucchero, zucca, papaya, ecc. ).

Se si dimostrerà che il nuovo organismo modificato è equivalente a quelli esistenti dal punto di vista nutrizionale e d'uso, quest'autorizzazione rischia di essere praticamente automatica. Così prevede la direttiva europea numero 220 del 1990 che venne elaborata quando non si teneva conto del "principio di precauzione" ( il principio di precauzione è stato inserito nel protocollo di Rio de Janeiro nel 1992 ed è stato inserito all'articolo 130R nel trattato costitutivo dell' Unione Europea, il trattato di Maastricht, entrato in vigore nel 1994.), secondo il quale prima di sviluppare una tecnologia in un sistema produttivo bisogna saper prevedere i rischi che comporta e avere gli strumenti di prevenzione del danno potenziale. Questa direttiva è attualmente in corso di revisione al Parlamento europeo, e questa è solo una delle tante battaglie in tema di biotecnologie combattute in questi anni dai Verdi a difesa dei consumatori.

L'immissione sul mercato, senza un adeguato controllo preventivo di organismi geneticamente modificati, e la richiesta di brevettare tali organismi o tali tecniche, hanno creato una crescente preoccupazione nell'opinione pubblica per le conseguenze ambientali e sanitarie che potrebbero derivare da un'incontrollata diffusione di Ogm, e per gli interrogativi di natura etica che tali manipolazioni suscitano.

La cosa più preoccupante è che, se da una parte sono ben chiari gli interessi economici che spingono le multinazionali a investire in questo settore nella speranza di forti guadagni futuri, non è per nulla chiaro se il bilancio costi-benefici vada a favore della collettività.

Le negative esperienze già fatte con le industrie chimiche e con il nucleare non possono che suscitare forti sospetti per tecniche che potrebbero essere ancora più sconvolgenti sugli equilibri ambientali e sulla nostra salute.

Una pianta contenente un gene modificato non è certo come un veleno che provoca un effetto immediato. Le conseguenze per future generazioni di piante, animeli e uomini, di un "inquinamento" genetico potrebbero essere catastrofiche, ma potremmo misurarle solo in tempi molto lunghi.

Il primo, e più grave, dei problemi delle biotecnologie risiede proprio in questa complessità, che rende molto difficile, se non impossibile, prevedere le innumerevoli variabili degli effetti delle modificazioni. In termini di valutazione di impatto ambientale, introducendo nell'ambiente individui con caratteri genetici che non esistevano prima, non sapremo mai prevedere in anticipo quali conseguenze potranno verificarsi.

In ogni momento è possibile che una pianta modificata si incroci per caso con piante coltivate o spontanee dello stesso tipo e diffonda un carattere che potrebbe avere conseguenze catastrofiche: una resistenza particolare ad un parassita, per esempio, potrà fare sì che questa pianta si trovi senza più controllo e diventi infestante.

I parassiti negli equilibri sono indispensabili quanto le piante utili, è solo la prospettiva antropocentrica che divide le piante in utili e dannose; nella logica dell'equilibrio, invece, eliminare il nemico di una pianta utile può significare trasformare altre piante simili in dannosissime piante infestanti. Generazione dopo generazione si potrebbe modificare la struttura stessa degli ambienti naturali. O ancora: introducendo il gene per la resistenza a degli insetti, questa resistenza non si diffonderà nella pianta in modo omogeneo da quando la pianta germoglia a quando muore e non si distribuirà uniformemente su tutte le parti della pianta. Di conseguenza, un attacco precoce da parte degli insetti potrebbe distruggere tutto il raccolto, come già successo con le piante di cotone. Oppure, insetti che vivono in zone dove la concentrazione della tossina è minore, potrebbero non morire ma selezionare i più resistenti fra loro e diventare, nel corso dell'evoluzione, addirittura indenni da quella tossina: in questo caso non solo si sarebbe introdotto qualcosa di inutile, ma siccome la tossina del Bacillus thuringensis introdotta nei campi utilizzando direttamente il microorganismo che la produce serve come forma di difesa delle colture biologiche, introducendola in questo modo artificiale, non biologico, c'è il rischio di rendere resistenti gli insetti anche alla tossina che viene usata in agricoltura biologica pregiudicando così una forma di agricoltura corretta.

Altro aspetto è quello della riduzione enorme della biodiversità, della variabilità genetica delle piante e degli animali. Se alcune piante geneticamente modificate diventeranno particolarmente convenienti dal punto di vista economico ( soprattutto, ovviamente, per le multinazionali che controllano il mercato), si assisterà ad una progressiva riduzione della varietà delle piante e, in futuro, anche degli animali. Le conseguenze di queste scelte si potranno misurare già nel breve periodo con la perdita della ricchezza dei sapori diversi nell'alimentazione quotidiana ( perchè la grande industria imporrà, per ogni specie, una sola varietà frutto della sperimentazione biotecnologica) fino alle estreme conseguenze che potrebbero derivare per il nostro pianeta dalla perdita della biodiversità.

 

Oltre a questo, le biotecnologie nascondono conseguenze sanitarie anche per l'uomo: ogni volta che si modifica un prodotto alimentare, questo può provocare allergie ( come è accaduto nel caso della soia, nella quale è stato inserito un gene proveniente dalla noce del Brasile), intossicazioni, che magari non vediamo immediatamente, ma che possono produrre effetti a distanza nel tempo. Inoltre sappiamo che spesso per identificare i geni introdotti negli organismi geneticamente modificati e renderli riconoscibili, si inserisce come marcatore un fattore di resistenza agli antibiotici; questo marcatore, però, una volta arrivato nell'apparato digerente attraverso un alimento che lo contiene, potrebbe trasferire tale resistenza ai batteri che normalmente convivono con l'oumo e questi a loro volta potrebbero trasferire questa resistenza a batteri patogeni; a quel punto quel fattore di resistenza renderebbe nullo l'utilizzo dell'antibiotico specifico privandoci di una delle potenziali armi di difesa più importanti contro le malattie infettive.

Per quanto riguarda i benefici che deriverebbero dall'utilizzo massiccio di vegetali modificati geneticamente, diversi rappresentanti dell'industria biotecnologica sostengono che gli Ogm, pur presentando dei rischi, rappresentano una soluzione eccellente a problemi talmente gravi, come quello della fame nel mondo, che i vantaggi superano di gran lunga i rischi. Questa tuttavia è un'argomentazione ridicola visto che già oggi il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutta la popolazione, se solo fosse distribuito diversamente. Se il Sud del mondo continua a morire di fame, la causa sta negli sprechi e negli eccessivi consumi del Nord. E non è tutto: anche tra i Paesi industrializzati, ciò che si profila è solo un cibo peggiore. Molti brevetti biotecnologici delle industrie alimentari riguardano infatti la conservazione dei cibi e, di conseguenza, la loro facilità di trasporto e lavorazione; ad esempio, ritardando la maturazione o la marcescenza della frutta e verdura si riuscirà a trasportarla più facilmente o a tenerla sugli scaffali dei supermercati per periodi più lunghi. Un esempio è il pomodoro non marcescibile, prodotto dalla Calgene. Questo pomodoro è stato manipolato geneticamente in modo che le pareti delle sue cellule si decompongano più lentamente; tuttavia gli altri processi di invecchiamento cellulare, come la decomposizione delle vitamine A e C e delle altre sostanze nutitive, procedono a velocità normale. Il risultato è un pomodoro che mantiene a lungo un aspetto fresco sugli scaffali dei supermercati, ma il cui valore nutitivo è ridotto e che, oltretutto, contiene come marcatori della manipolazione dei geni che causano la resistenza agli antibiotici. E' evidente che queste caratteristiche non fanno nulla per combattere la fame nel mondo ma assicurano soltanto o una maggiore produttività dell'agricoltura intensiva e industrializzata o maggiori profitti a chi le vende.

 

 

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