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Il
cinema come strumento metanarrativo “principe” raccoglie l’eredità di un
binomio indissolubile che da sempre accompagna sogni e utopie, desideri di
giustizia e di eguaglianza.
Questo mese recensiti per voi:
| Parla con lei |
| Sulle mie labbra |
| Bloody Sunday |
| Irreversible |
| L'ora di religione |
| John Q |
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PARLA
CON LEI |
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Titolo
originale: Hable con ella
Genere: drammatico
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Interpreti principali: Javier Cámara, Leonor Watling, Darío
Grandinetti, Rosario Flores.
Origine : Spagna; 2002
Durata: 112'
Note: colore / Bianco e nero
L’antefatto con il quale bisognerebbe cominciare a parlare
dei film di Almodovar è che i suoi personaggi sono
autentici, forse grotteschi e sopra le righe ma mai banali,
passionali ma dalle contraddizioni interiori che fanno la
normalità. La bravura di Almodovar è proprio quella di
riuscire a raccontare un storia complessa con una semplicità
che ha del disarmante. L’interpretazione dei protagonisti
è magistrale, d’altronde la capacità del regista
spagnolo di caratterizzare i personaggi e di plasmarli al
volere del copione è comprovata da tempo.
Almodovar prende spunto da alcuni fatti di cronaca realmente
accaduti (l’infermiere che violenta una paziente in coma e
una torera incornata che poi muore) per tessere la trama di
"Parla con lei" fatta di poesia e melodramma. Un
film sull’amicizia tra due uomini, sull’amore senza
confini e la semplicità nel vivere sentimenti autentici.
Rispetto alla precedenti pellicole Almodovar azzera i toni
grotteschi per ergersi a paladino della vita fatta a
passione. Magistrale lo spezzone espressionista che
trasforma la penetrazione in poesia e l'amore in sacrificio.
Il film dura un’ora e mezza ma ve lo trascinerete nella
testa per ore e ore.Marco Trabucchi
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SULE
MIE LABBRA |
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Titolo
originale: Sur mes lèvres
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Tonino Benacquista, Jacques Audiard
Musica: Alexandre Desplat
Interpreti principali: Vincent Cassel, Emmanuelle Devos,
Olivier Gourmet
Origine : Francia; 2001
Durata: 115'
Sulle mie labbra è un intenso e originale film di
formazione in cui tutte le scelte della protagonista
diventano tasselli di un percorso che la portano ad
un’inevitabile epilogo. Originale perché apparentemente
tutto sembra accadere casualmente, invece sono casuali solo
due piccoli ma importanti imprevisti: una tazza di caffè
versata e un protagonista maschile appena uscito di galera.
Il resto non lo è affatto. Come ogni classico film di
formazione la protagonista, Carla Bhem, interpretata dalla
bravissima Emmanulle Devos, premiata con il Cezar, è
destinata ad una esistenza vuota, monotona e talvolta
umiliante. Dall’aspetto scialbo, protagonista
incontrastata di una vita grigia e triste, fonte
inesauribile di frustrazione. sotto la superficie, dietro
l’apparente immagine della donna fragile, pulsa una
personalità complessa, volitiva e morbosa, che si agita
come un animale in gabbia. Carla in ufficio in mezzo a
carte, fax e colleghi arroganti, grigia e remissiva; Carla
allo specchio nella sua stanza mentre indossa solo un paio
di scarpe rosse col tacco. Sembra non avere il coraggio di
liberare quel demone che la agita, e così preferisce
abbassare la testa e frenarsi. Ma nella sua vita irrompe,
l’ex galeotto Paul, diventato nel frattempo suo assistente
e nulla sarà più lo stesso.
E’ lui il vero deus-machina che avvia il percorso di
formazione/cambiamento di Carla, ed è da lui che lei prende
energia e, a poco a poco, il coraggio di cui aveva bisogno.
Sia ben chiaro. Non è il racconto di un’eroina romantica.
Nelle scene iniziali del film non è casuale la precisazione
che Carla merita in un certo senso la sua vita. E sono
proprio le sue stesse scelte che ce lo fanno intuire. Carla
è una donna sola e solitaria, che per molto tempo rinnega
dei rapporti umani “normali”, con il risultato che tutte
le sue azioni sono frutto di logica e raziocinio, per
evitare eventuali errori che altrimenti non saprebbe
risolvere. Una vita non vita.
La reale sordità nella protagonista allora, da normale
handicap diventa un malessere in cui però lei si crogiola.
E quando tutto per lei comincia a cambiare, c’è da
chiedersi se la nuova vita è veramente migliore. Niente è
facile. Rinunciando a quello che lascia non può più
tornare indietro. Di fatto diventa complice di un furto
miliardario e di un triplice omicidio. Ma forse anche tutto
questo è frutto di una scelta consapevole e il regista usa
un interessante espediente per farcelo capire.
Note: Tre César, per la sceneggiatura, miglior sonoro e la
miglior interpretazione femminile.
Francesco Serini
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BLOODY
SUNDAY |
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Titolo
originale: Bloody Sunday
Genere: drammatico
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Paul Greengrass
Interpreti principali: James Nesbitt, Declan Duddy, Tim
Pigott-Smith, Nicholas Barrell, Gerald Mc Sorley
Produzione: Granada television, Hell's Kitchen
Origine : Gran Bretagna, Irlanda; 2002
Durata: 107'
30/01/'72, Derry, Irlanda del Nord. Mentre Ivan Cooper,
membro del parlamento, perfeziona gli ultimi preparativi
della manifestazione del pomeriggio, il comandante dell'
esercito inglese mette a punto il dispositivo per un arresto
collettivo di giovani 'terroristi', una risposta dura e
necessaria dopo mesi di tensione. Finirà in tragedia.
L' IRA si rafforza, i militari insabbiano.
Londonderry-Irlanda del Nord, 30 Gennaio 1972. “Il
movimento per i diritti civili” si mobilita per
organizzare una manifestazione storica di denuncia contro la
supremazia orangista e del Governo di Londra in Irlanda del
Nord.
Jerry è un giovane diciassettenne cattolico che vive con la
sorella sposata; la sera prima della dimostrazione
accompagna la sua ragazza fino al confine con il quartiere
protestante nel quale lei vive. All’alba arrivano
d’oltre manica i parà britannici e vengono organizzati
posti di blocco strategici per impedire la riuscita della
manifestazione. Gli esponenti del Movimento decidono di
portare avanti il loro progetto in modo pacifico, senza
rispondere alle provocazioni; Jerry (interpretato da Declan
Duddy, nipote di Jackie Duddy che fu la prima vittima di
quella giornata), ed i suoi amici partecipano alla marcia
come molti altri, ma questa si trasforma in una carneficina
e l’Esercito della Regina deve giustificare il vergognoso
bilancio delle vittime: 13.
Buona prova del regista Greengrass (che si è fatto le ossa
con i documentari) che riesce a trasmettere la drammaticità
dell’accaduto ricorrendo a tecniche documentaristiche.
L’uso della macchina da presa è volutamente “nervoso”
ed essenziale (la macchina a spalla nelle scene più crude
mette a dura prova lo stomaco dello spettatore, luce
naturale, fotografia più televisiva che cinematografica,
niente colonna sonora, a parte la scelta obbligata di 'Sunday
Bloody Sunday'). Ottima la ricostruzione del quartiere
“bogside” dove sono avvenuti gli scontri. Concludendo il
regista sembra non volere prendere posizione o cercare un
facile coinvolgimento emotivo, ma presentarci
naturalisticamente i fatti. A noi tirare le conclusioni.
Orso d'oro all'ultimo Festival di Berlino e Premio del
pubblico al Sundance.Marco Trabucchi
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JOHN
Q. |
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Titolo originale: John Q
Genere: Thriller/Drammatico
Regia: Nick Cassavetes
Sceneggiatura:
Interpreti principali: Denzel Washington, Robert Duvall,
Anne Heche, Ray Liotta, James Woods.
Origine: Usa; 2002
Durata: 104’
Sito ufficiale: www.iamjohnq.com
Denzel Washington e Robert Duvall in un melodrammatico
thriller diretto dal figlio d'arte Nick Cassavetes.
Alla sua terza opera il regista Nick Cassavetes, figlio di
John Cassavetes e Gena Rowlands, si conferma ancora una
volta come l’indagatore di quei meccanismi che portano
esistenze emarginate e solitarie a trovare riscatto con
gesti apparentemente folli. Ciò accadeva anche nelle sue
pellicole precedenti: “Una donna molto speciale” del
1996 e “She’s lovely” del 1997.
Si parte da un problema serio e reale degli Usa: i costi
delle assicurazioni mediche, troppo alti per un terzo della
popolazione. Nel film si racconta di due genitori di
media-bassa estrazione sociale, alle prese con un figlio
malato di cuore, abbandonati da un sistema sanitario che
emargina i meno abbienti e favorisce le compagnie
assicurative. Di fronte a tali difficoltà rimangono solo
due alternative: o si trovano subito i soldi, “solo” per
mandare il suo nome in cima alla lista dei donatori, oppure
dimetterlo dall’ospedale e lasciarlo morire. Il padre
“ovviamente” decide per la prima soluzione con un gesto
folle e disperato.
Gli ingredienti dei film di Cassavetes ci sono tutti ma
rimane un grande problema di fondo: escludendo infatti le
nobili e dignitose premesse di analizzare le contraddizioni
della democrazia Usa, la regia appare mediocre e incapace di
approfondire l’umanità dei sui personaggi, di addentarsi
fino in fondo nel luogo dove questi meccanismi nascono e si
sviluppano: la mente.
in John Q. si preferisce sottolineare il ritmo e l’azione,
restando indecisi su quale delle due strade seguire con
risultati spesso imbarazzanti.
È veramente un peccato vedere una storia così interessante
sprecare Denzel Washington, Robert Duvall, Anne Heche e Ray
Liotta, proprio perché il regista preferisce abusare con
sentimentalismi, demagogie e i ritmi tipici da serial tv
alla Chuck Norris.
L’unica nota di merito sono le capacità attoriali di
Denzel Washington capace di interpretare i suoi personaggi
regalandoci momenti davvero intensi ( come il falso addio al
figlio morente), indipendentemente che la qualità del film
lasci a desiderare, come in questo caso.
Francesco Serini
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IRREVERSIBLE |
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Titolo originale: Irreversible
Regia: Gaspar Noè
Sceneggiatura: Gaspar Noè
Interpreti principali: Monica Bellucci, Vincent Cassel,
Albert Dupontel.
Origine: Francia, 2002
Durata: 92’
Trama:
Irreversible > Perché il tempo distrugge tutto> Perché
certe azioni sono irreparabili > Perché l’uomo è un
animale > Perché il desiderio di vendetta è una
pulsione naturale > Perché la maggior parte dei crimini
resta impunita > Perché la perdita della persona amata
distrugge come un fulmine > Perché l’amore è una
fonte di vita > Perché la storia è tutta scritta con lo
sperma e con il sangue > Perché le premonizioni non
cambiano il corso delle cose > Perché il tempo rivela
tutto > Il peggio e il meglio
“Il tempo distrugge tutto”.
Non solo questa è la frase che apre e chiude il film, ma su
questa il regista Gaspar Noè ha concepito tutto il
lavoro con dei rimandi tra loro. Ha rappresentato in
immagini questo concetto usando un treno della metropolitana
che percorre sempre lo stesso tragitto in modo ciclico così
come il tempo della narrazione limitato a 24 ore. La
circolarità percorsa a velocità forsennata come fa il
treno -e forse anche l’uomo d’oggi- produce un
vertiginoso girare a vuoto e su stesso dove tutti gli
elementi si scontrano, si sovrappongono e diventano un
tutt’uno. Amore-sesso, giorno-notte, ragione-istinto,
violenza-indulgenza, ma soprattutto vita-morte. Basta. Il
film è tutto qui.
Siamo di fronte ad un’opera narrativa, basata su tanti
elementi interessanti, ma il racconto è blando e poco
convincente. Sia chiaro, la coppia Cassel-Bellucci
funziona e il regista usa con mestiere la cinepresa
utilizzandola a spalla, con riprese ardite e vorticose che
ne sottolineano l’aggressività e danno un effetto
allucinato alle scene più violente.
Oltre i rimandi di cui si è parlato, Noè poi contrappone
in due parti il film: un inizio notturno e violento e una
fine solare e pacata, il tutto confluisce in un lungo
viaggio nel metrò e la relativa discussione sugli istinti
sessuali che potrebbero essere razionalizzati. Ha grande
capacità ma questo forse è il suo maggior difetto, e
quindi quello del film. Si prende troppo sul serio giocando
fin troppo con la sensibilità degli spettatori.
Francesco Serini
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Titolo originale: L’ora di religione
Genere: drammatico
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: M. Bellocchio
Interpreti principali: Sergio Castellitto, Piera Degli
Esposti, Jacqueline Lustig, Chiara Conti, Alberto Mondini
Origine: Italia; 2001
Durata: 1h 42’
Una madre cattolica viene uccisa da uno dei suoi figli
malato di mente e sta per essere beatificata. Il clero
invita i parenti a esprimere un parere nei confronti della
donna, pratica necessaria al rito di beatificazione.
Ernesto, interpretato da Sergio Castellitto, è uno dei
figli della donna, un pittore in crisi alla ricerca del
senso della quotidianità e dell'amore. Laico e poco incline
ai compromessi, si ritrova immischiato nell'inusuale
vicenda, scontrandosi nuovamente con il passato e con il
mito della famiglia e della fede.
Tutt'intorno una fauna di parenti ed altri personaggi
abbandonati dal senso ironico dell'esistenza che si dimenano
goffamente tra debolezze e profonda ipocrisia (una
beatificazione fa cassetta).
Marco Bellocchio ci consegna una grande prova del suo
talento, un film asciutto e a tratti spietato con un grande
Castellitto che ci offre continui spunti di riflessione e
una gran voglia di ascoltare un urlo liberatorio.
Andrea Spagniulo
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