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Questo mese abbiamo selezionato per voi...
| NICOLO'
AMMANITI: IO NON HO PAURA |
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Crescere comporta dolore, sofferenza, prendere
coscienza della realtà significa mettere in discussione il mondo
proprio, gli affetti, il rapporto con gli adulti e il ridimensionamento
degli stessi, in modo particolare i genitori. Sono riflessioni che
emergono leggendo l'ultimo libro di Nicolò Ammaniti "Io non ho
paura" Edizioni Einaudi-Stile Libero (pagg.219 £.16.000). Lo
scrittore romano ambienta la storia, nella calda estate del 1978, in
un paese non identificato del Sud dove un bambino di nove anni viene
a scoprire una verità atroce, terribile, fonte di dolore e di
sofferenza. Una scoperta che lo farà maturare e gli aprirà gli
occhi, prima del previsto, verso il mondo degli adulti, spesso
diversi da quelli che sembrano. Lo scrittore, forse, lascia
intendere che è da preferire l'età dell'infanzia al mondo adulto,
tranne che per Michele Amitrano, "colpevole" di aver visto
qualcosa che non doveva vedere e di essere "costretto" a
lasciare prematuramente il mondo dell'infanzia. Attorno alla figura
del protagonista principale del romanzo, dilaniato dalla scoperta e
dal segreto che deve tenere per sé, ruotano cinque ragazzi alle
prese con i giochi, le passeggiate in bicicletta e, nel contempo, lo
scrittore descrive la realtà degli adulti, la loro disperazione, il
loro volere cercare, anche con atti illegali e assurdi, di cambiare
il loro destino. Ammaniti alterna ne "Io non ho paura"
descrizioni inerenti il giorno (la vita?) e la notte (la morte?) e
colloqui fra i ragazzi (la speranza) e gli adulti (la realtà triste
e dura) usando, volutamente, un linguaggio freddo, asciutto. La
trama è avvincente, il ritmo intenso, il romanzo coinvolge il
lettore che vuole conoscere come finisce la storia. Lo scrittore
romano, che ha dato alle stampe il suo primo volume nel 1994
"Branchie", autore di fortunati libri di successo come
"Ti prendo e ti porto via" dà vita ad una trama narrativa
apparentemente semplice, ma in realtà molto articolata e semina
dubbi ed interrogativi: I genitori sono come si presentano a noi o
nascondano sempre qualcosa? La realtà è quella che vediamo sotto i
nostri occhi o viviamo in una società dove la regola è la
finzione? L'amicizia esiste o rappresenta, spesso, un rapporto di
interesse come succede al protagonista che, svelato il segreto al
migliore amico Salvatore viene tradito dallo stesso? Interrogativi
ai quali lo scrittore non dà risposte; offre spunti per delle
riflessioni che deve compiere, giustamente, il lettore.
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| IRVINE
WELSH: Colla |
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Aspettando
Porno, il chiacchierato seguito di Trainspotting (a
maggio nelle librerie inglesi), i lettori italiani di Irvine Welsh
hanno un bel tomo da leggere. Un anno dopo le gesta deliranti di Roy
Strang, il cattivo ragazzo comatoso di Tolleranza Zero,
l’acido scozzese torna al romanzo corale, ad una lunga storia
d’amicizia nella ‘Corea’ di Edimburgo che comincia negli anni
Settanta (Elvis è ancora il Re e sta sfornando il singolo The
Wonder of You) e arriva fino al decennio dell’house,
dell’ecstasy, del dj-ismo.
La Colla del titolo è quella che tiene
uniti i destini di Terry Lawson, Carl Ewart, Billy Birrell e Andrew
Galloway, figli della classe proletaria proiettati in un mondo
spietato e fatiscente. Si tengono insieme l’un l’altro,
soprattutto nella cattiva sorte e, dei loro giorni selvaggi, Welsh
non ci risparmia proprio niente: famiglie sfasciate, scuole dirette
da sadici, botte tra hooligans (con George Best in campo), cani
orribilmente massacrati, sesso fatto male, albe tragiche. Persino la
combriccola (non ancora) tossica di Trainspotting si ritaglia
un cameo: Spud, Frank Begbie, Tommy e Renton da cuccioli stanno alle
costole dei ragazzi più grandi e fanno quasi tenerezza con i loro
goffi tentativi di attirare l’attenzione. Ancora una volta, Welsh
mescola l’elemento tragico col grottesco, scrive di facce e luoghi
che conosce bene, stupisce attraverso una ricerca linguistica che
noi italiani abbiamo conosciuto solo in Pasolini. Colla è un
Ragazzi di Vita scozzese con tanto football, sesso e droghe,
certo, ma con la stessa attenzione per la lingua (e la fame di vita)
dei quartieri poveri di pasoliniana memoria. Prosa martellante,
vicende sporche: sapete cosa aspettarvi da un grande come Welsh. I
suoi libri sono disperati e disperatamente veri, cioè privi di
concessioni al gusto letterario medio. Si leggono d’un fiato e
commuovono: toccano qualcosa dentro, lasciano tracce anche molto
tempo dopo averli riposti nello scaffale, non vanno più via.
www.irvinewelsh.net
www.randomhouse.co.uk/irvinewelsh
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JON
SAVAGE: Il Sogno Inglese
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Questo
libro mancava dagli scaffali delle librerie italiane dal 1994.
Provavi a chiederlo e la risposta era sempre la stessa: "Fuori
catalogo!". Vogliamo scherzare? Ecco come hanno fatto i Blink
182 a fregare i ragazzini. Otto anni sono francamente troppi per
un’opera capitale, uno dei testi più importanti che siano mai
stati scritti sulla musica ed il costume (non solo inglesi).
Scrupoloso. Attendibile. Corredato da appendici bibliografiche e
discografiche impeccabili. Il risultato di anni di lavoro, di una
ricerca estesa oltre la musica, nei territori propri della moda,
della grafica e della letteratura.
Jon
Savage, eminente critico e storico del rock racconta di "Quando
i Sex Pistols e il Punk Rock diedero alle fiamme il Regno Unito"
(questo il sottotitolo del tomo) partendo necessariamente da
lontano, dai primi anni ’70 e dal 430 di King’s Road, nel
World’s End londinese. Si parla di vestiti stravaganti e di gente
non proprio a posto con la testa come un certo Trevor Miles che
guida una Mustang rivestita di ruvido tessuto tigrato. Al 430, Miles
ha una boutique dalle alterne fortune destinata a diventare
rapidamente il regno incontrastato della caustica coppia Malcom
McLaren e Vivienne Westwood. Odio
per gli hippies, sfiducia in una patina di cultura libertaria sotto
la quale permaneva il disagio di un’intera nazione, rifiuto per
una musica che, smarrito lo spirito di rivolta originario degli anni
’50, risultava totalmente asservita al business delle grandi
compagnie discografiche. McLaren e la Westwood
pensano allo stile e alla musica dei teddy boys anche se, scrive
Savage: "Con il suo modo di essere, McLaren era molto più
vicino a post-hippie come gli MC5 che al cocciuto tradizionalismo
dei teds."
I
Sex Pistols arrivano nel capitolo 7. Steve
Jones: proletario, ladruncolo (tra le sue vittime illustri,
Ron Wood e Keith Richards dei Rolling Stones), intenzionato a
formare una band comincia a ronzare intorno a McLaren: "Furono
l’ostinazione di Jones e, in definitiva, il suo aspetto a
convincere l’irrequieto ma nondimeno ambizioso negoziante a
impegnarsi in quel gruppo destinato a diventare i Sex Pistols."
Un modo come un altro per affermare (siamo sempre stati d’accordo
con Lydon) che il gruppo sarebbe venuto
presto o tardi fuori anche senza il catalizzatore McLaren, insomma.
La rivolta punk era nell’aria. Un
pugno che arrivava dal basso e che ancora oggi, nella memoria
collettiva, conserva il suo potente valore di rottura sociale.
NO FUTURE: disincanto. Promesse non
mantenute (la modernità, le utopie della modernità),
preoccupazione ad occidente. I sobborghi di Londra, le premonizioni
di Burgess e Kubrick
in Arancia Meccanica, i covi del neo- situazionismo, queste
voci sgraziate che, più che cantarle, urlavano le emozioni in cima
a un muro di chitarre distorte. 1977: processo alle rockstars, ai
media, alla società, sfruttando i meccanismi dello starsystem e
della comunicazione.
Nome
oltraggioso. Abbigliamento/taglio di capelli sconvenienti. Concerti.
Scandali. Autolesionismo. Apparizioni televisive. La Grande Truffa
del Rock’n’roll litiga con gli impresari, con le case
discografiche, poi implode (caso o strategia) per consegnarsi alla
leggenda. È un altro modo di pronunciare a voce alta la parola POP.
WHO
KILLED BAMBI? John Lydon (all’epoca, Johnny Rotten), classe 1956,
primo di tre fratelli. John Simon Ritchie, alias Sid
Vicious, infanzia infelice e turbolenta. Molto più che icone
stampate su una t-shirt. Lydon, tanto per dire, è l’autore delle
liriche di God Save the Queen e nel 1978 darà vita ai Public
Image Limited (in sigla P.I.L.), progetto post-punk ancora più
ambizioso dei Sex Pistols. Ma ci sono altri nomi nel libro di Savage.
Una selva di facce, di gruppi, titoli di canzoni e posti che hanno
visto proliferare il punk. Polystirene, Joe Strummer, i Clash, White
Riot ("il disco meno radiofonico che si potesse
concepire"), i Damned, gli Exploited, Richard Hell, i Pere Ubu,
Patti
Smith, i Ramones, Drayton Place, Neal Street,
Harlesden, Red Lion Square...
Savage:
"Nel momento in cui i Sex Pistols si misurarono col mondo fu
immediatamente chiaro che erano destinati allo scontro."
Se
volete conoscere la storia, leggete questo libro.
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| ALESSANDRO
BARICCO: NEXT |
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Piccolo libro sulla globalizzazione e sul
mondo che verrà

"I no global sono quelli che, d'improvviso sono
scesi dal treno. Il West gli puzzava. E sono scesi. E hanno detto che la
nuova frontiera non è la loro nuova frontiera. È un sogno di altri. E un
sogno nemmeno tanto pulito."
Poche pagine, molte delle quali già pubblicate sulla Repubblica
eppure un libro che ha già riscosso un grande successo tra i lettori. Ci
si può chiedere perché e si può decidere se concordare o dissentire dal
gusto del pubblico. C'è chi ha espresso proprio in questi giorni, come
Fabrizio Rondolino su "Sette", un dissenso che sfiora il
disprezzo, e chi, come chi scrive, invece considera questo piccolo libro
uno dei rari esempi di onestà intellettuale. Baricco, il
presuntuoso e arrogante Baricco (questa è la fama che lo scrittore
torinese si è fatta in molti ambienti letterari), si pone con grande
umiltà a trattare uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni.
Forse è proprio questo che infastidisce i detrattori di Next: l'atteggiamento
di ricerca è sicuramente uno dei più irritanti per chi preferisce le
grandi certezze, con cui concordare o divergere, perché è solo
dall'approccio critico, dal cercare una strada che non è ancora stata
tracciata che può nascere l'autonomia dell'intelligenza e la libertà
delle scelte.
Baricco, seguendo i gravi fatti di Genova del luglio scorso, ha avvertito
il profondo disagio di chi non aveva saputo, anzi non aveva neppure
cercato di capire il fenomeno così radicalmente contestato della
globalizzazione e di conseguenza non aveva saputo schierarsi né da una
parte né dall'altra. Così inizia la riflessione, partendo dalle parole e
dai concetti più scontati e abusati, mettendoli in discussione, anzi
sottoponendoli ad un esame che indubbiamente rappresenta un metodo,
vagamente socratico, di ricerca della verità. L'estrema semplicità del
linguaggio mi appare non tanto un vezzo dell'intellettuale che si rivolge
al volgo, quanto l'esigenza di chi deve trattare una materia che
non gli è consona e ha bisogno di parole chiare, essenziali, per fissare
a se stesso prima che al lettore, dei concetti di base. Ma non mancano
spunti interessanti e stimolanti che nascono da alcune competenze che lo
scrittore ha e che mette a disposizione del tema trattato: partendo
dalla tradizione musicale e dalla letteratura classica è possibile fare
riflessioni che abbiano un carattere generale e far emergere categorie
applicabili anche alla realtà odierna. Quello che mi sembra apprezzabile
è il discorso di metodo: il patrimonio culturale di ogni soggetto è una
sorgente inesauribile per capire meglio la realtà in cui vive. Questo è
il dato didascalico del testo, forse il più utile e significativo che,
senza pesantezza, indica una strada piuttosto che una verità. Questo è
ciò che serve oggi, non abbiamo bisogno di messia o di profeti, piuttosto
di chi ci faccia sentire il fascino del dubbio.
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