|
Nato
a Uliveto Terme (PI) il 28 giugno 1943, Giuliano Taccola arriva alla
Roma nella stagione 1967/68, appena ventiquattrenne. Fu preso in
comproprietà dal Genoa e riscattato quasi subito, per la cifra di
novanta milioni di lire. Prima di vestire la casacca giallorossa aveva
girovagato per la Liguria fino al momento
di venire notato da Fulvio Bernardini. Nell'inverno del 1969 iniziò ad
esser preda di febbri intermittenti, un brutto momento, nonostante
Helenio Herrera lo reputasse in perfetta forma e ritenesse che i medici
non capivano nulla (loro continuava a chiedere analisi continue). Venne
operato di tonsille, ma invano. Il disturbo del povero Giuliano era però
un altro, un antico vizio cardiaco che il prof. Visalli riuscì a
identificare. Ma il mago non ne volle sapere e lo tacciò di
incompetenza. Taccola doveva giocare. Il ragazzo sembra non riprendere
più quella vigoria fisica che la natura gli aveva dispensato a piene
mani. Il 16 marzo del 1969, Herrera lo porta con la squadra a
Cagliari per la partita coi sardi, ma lui non sta bene. Ha la febbre e
la moglie confida che addirittura sanguinava dalla bocca. Non giocherà
quell'incontro. Negli spogliatoi dello stadio il malore fatale che lo
uccide a nemmeno 26 anni. Si parlerà di shock anafilattico per
un’iniezione di penicillina, poi di broncopolmonite, ma sulle cause
della morte del ragazzo non è stata mai fatta piena luce.
L'autopsia
cui fu sottoposto il corpo di Taccola attribuì la morte del centravanti
giallorosso a una broncopolmonite, ma la sua scomparsa, secondo Losi e
la vedova di Taccola, sarebba da attribuire ad altre cause. L'unica a
chiedere di conoscere la verità sugli ultimi momenti del marito, in
quel tragico giorno del 16 aprile del 1969, è stata proprio la signora
Taccola, Marzia Nannipieri, che si rivolse perfino agli ex Presidenti
della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro e Ciampi. La donna ha sempre
sostenuto la responsabilità delle autorità sportive e della Roma per
la morte del marito e nel novembre '95 denunciò la società giallozozza
e la Figc presso il Tribunale civile di Roma.
Ma il processo però si concluse con un nulla di fatto.
Qualche
anno dopo è stato un ex compagno di squadra di Taccola a riaprire il
mistero sulla morte dell’attaccante giallorosso, rivelando
particolari allucinanti: l'ex capitano di allora Losi:
In
quell’intervista Losi non si è nascosto dietro a niente, e ha
raccontato quei momenti in base a quanto gli riferirono poi alcuni
compagni di squadra presenti al momento della morte di Taccola (il
capitano giallorosso ha fatto i nomi di D'Amato, Scaratti e Cordova),
visto che lui non era stato convocato per quella partita. Ma i racconti
gli sono stati fatti da chi in quello spogliatoio c’era. E ha visto.
Le
parole di Giacomo Losi
"Giuliano era stato da poco operato per
una brutta tonsillite e dopo quell'operazione in genere dopo ogni
allenamento gli si alzava la febbre, così gli facevano un'iniezione,
non so di che, e stava meglio. È andato avanti così per parecchio.[...]
Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe
sostanze, sembra per disfunzioni cardiache.[...] I miei compagni mi
hanno raccontato che Giuliano fece un provino al mattino, ma disse a
Herrera che non ce la faceva, così andò in tribuna. Ma dopo la partita
scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Mi dissero che
era felice, però dopo cinque minuti ha cominciato a dire "Mi sento
male, mi gira la testa". Così l'hanno sdraiato sul lettino e gli
hanno fatto la solita iniezione, credo il massaggiatore Minaccioni.
Appena gli hanno messo l'ago e iniettato il liquido ha fatto alcuni
sobbalzi e non si è più mosso. L'hanno lasciato lì. Herrera disse ai
giocatori "Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più
niente. Mercoledì abbiamo un'altra partita". E l'hanno abbandonato
lì. Ai miei compagni che mi raccontarono queste cose io dissi di dirle
anche alla polizia e ai carabinieri. Non so se l'hanno fatto..."
Le
parole di Carlo Petrini
"Io e Giuliano abbiamo giocato insieme e
la sua morte, qualche anno dopo, mi ha sorpreso, ma non più di tanto.
Avevo già visto come era stato in qualche modo isolato, era stato
lasciato solo insomma e, nell’ambiente, quando un atleta viene isolato
vuol dire che "scotta", che non ci si guadagna a stargli
vicino insomma."
Da
parte sua si sa che la società non fece nulla. Non solo non prese
provvedimenti contro l'allenatore, ma sappiamo che nemmeno aiutò la
famiglia del povero Taccola che resto nell'indigenza.

I
funerali del povero Taccola nella basilica di S. Paolo a Roma |