Monte Tarino

Solito giro di e-mail e telefonate. "No, non vengo, ho un po' di indisposizione" "No, io ho messo lo smalto alle unghie dei piedi ieri, non vorrei rovinarmelo"... il monte Velino, vissuto o narrato, è per molti ancora un incubo. Alla fine saltano fuori i tre soliti maledetti compagni di sventure, una trinità che fa della sofferenza fisica il suo credo, insofferente della piattezza e banalità del livello del mare e che anela ad innalzarsi a quote che si misurano in kilometri, per guardare in basso dove miliardi di vite si svolgono, ignare di quello spirito eroico che brucia nei loro cuori.
Si parte da Santa Maria dopo aver racimolato un pasto frugale, poche cose giusto per mantenersi forti e quella poca acqua che ti tiene al di sopra della soglia di disidratazione. Il viaggio in macchina si presenta più lungo del previsto a causa di una buona ventina di Km di curve, che il nostro pilota, Fabrizio, disdegna di affrontare al di sotto del limite di aderenza. Lo stomaco debole di Roberto è in subbuglio, ma lui stoicamente resiste fino al limite dell'umana sopportazione, chiedendo solo una piccola pausa per prendere un po' d'aria. Ci fermiamo a Trevi nel Lazio, giusto il tempo di respirare un po' d'aria pura: la montagna è già sopra di noi e ci chiama con tono di sfida.
Gli scarponicni da trekking (e un paio di scarpe da ginnastica....) colpiscono rabbiosi l'acciottolato del viottolo in salita, sonora dichiarazione di guerra alla inviolatezzaa della vetta: il corpo è appena giunto a 927 mt., ma il cuore è già sui duemila.
Saliamo, più che un'azione un modo di vivere, ci inerpichiamo su un sentiero dapprima semplice ed evidente, poi sempre più ripido e nascosto da un mare di foglie, lacrime variopinte degli alberi piante sulla morte dell'estate. Attraversiamo un magnifico bosco di faggi, semispogli per l'inverno incombente; seguiamo i pochi segni che indicano la via, ma con la responsabilità di portare in cima sani e salvi i miei compagni, non posso fidarmi di qualche colpo di pennello su un albero. I miei sensi sono tesissimi nel cogliere ogni particolare del bosco, nello studiare la direzione del sole, nel verificare su una cartina poco accurata per estrarre un briciolo di informazione sulla nostra posizione. Nel mondo dell'informatica e dei GPS, a noi piace ancora vivere così....
Il bosco comincia a diradarsi, si intravedono le cime. Ad un tratto la mia anima vibra, sento il fondo dell'Essere che mi chiama, mi invita ad un contatto: suggerisco di deviare per una cinquantina di metri a destra. Uno spacco in un muraglione di pietre si affaccia sulla valle sottostante, un salto di forse mezzo chilometro ci separa dal sentiero percorso, ed una vista stupenda sui monti più a sud alleggerisci i nostri cuori di un po' della fatica fin lì affrontata. È come se di fronte a tale grandiosità perdessimo la coscienza del nostro corpo, dei muscoli sofferenti, della gola riarsa per la sete e dello stomaco affamato per il poco cibo.
Ed ora, puri spiriti, non ci resta che seguire la nostra via naturale: innalzarci fino alla vetta. Usciamo definitivamente dalla faggeta e cominciamo il tratto finale, sul versante ovest della montagna. Ormai non c'è più spazio per girarsi a rimirare il panorama: la cima ci chiama e noi, fedeli suoi amanti, consumiamo ogni nostra ultima energia per congiungerci ad essa. Roberto, eterno spirito inquieto, sempre in lotta col mondo e con se stesso, avverte ancora la montagna di fronte a lui come una nemica, una donna arcigna che lo sfida, lo deride, lo sbeffeggia per la sua umana piccolezza, e così, accecato dall'orgoglio, si lancia in una furiosa corsa verso il tratto finale. Noi altri due, lo osserviamo giungere in cima, osservare la croce che lì si trova e sedersi pensieroso su una roccia. Giungiamo anche noi. La fatica è finita. L'aria rarefatta che fino a qualche minuto prima ci affamava il cervello rendendolo inebetito, in quello che ironicamente battezzammo l'effetto Velino, oraci sembra un soave profumo. I colori intorno a noi sembrano esploderci in faccia tanto è nitida la nostra vista, che spazia su quel mondo nobile ed austero che è la montgna.
Questa è la storia di tre che giunsero sulla cima del monte Tarino con mille domande su se stessi e sul mondo, e ridiscesero da quelle cime con mille domande su se stessi e sul mondo, ma con una certezza in più. Finchè ci saranno cime impervie da scalare, mari tempestosi da affrontare, misteri e bellezze e grandiosità da ammirare, questa nostra
vita avrà un senso.
Potrei continuare a raccontarvi del frugale pranzo consumato in cima, del riposo così dolce e profondo che ci siamo concessi prima di scendere, del ritorno a valle tutt'altro che facile sul sentiero infido e coperto di foglie, ma questo poco aggiungerebbe a quanto già detto.
Saluti a voi dunque, cari i miei tre lettori, grazie per la pazienza di essere giunti fin qui, sulla cima di questo racconto. Se un giorno vi sentirete stanchi, tristi, confusi come barche in mezzo ad un oceano sconosciuto, ricordatevi di noi, Roberto, Fabrizio e Claudio e, se volete, raggiungeteci lungo la salita.
Perchè la Compagnia della Vetta trova sempre una salita da percorrere...