Dicono
che la noia sia il male della nostra generazione. Chissà, forse è
vero. Forse era più facile quando si lavorava 12 ore al giorno, quando
ci si sposava a ventanni e per il resto della vita si doveva badare
alla famiglia, e poi se si toccavano i settanta si era fortunati.
Immagino che qualcuno di quelli che per noia ho convinto a scalare montagne,
nei momenti di massima sofferenza, deve aver pensato questo.
Già, perché combattere la noia con la sofferenza fisica e con
il sudore può non sembrare una buona idea.
Questo preambolo perché, in quellafosa estate del 98, ci
trovavamo a casa di Massimo, nel cuore di quellAbbruzzo roccioso e selvaggio
come i suoi figli e, a dire il vero, non sapevamo proprio che fare. Il paese,
Capistrello, vanta molte attrattive, la più nota sicuramente un strada
a due corsie detta Via Veneto per la scoppiettante vita che vi
si svolge: le vecchiette che fanno le gare con le carrozzelle, i giovani del
paese che corteggiano le baffute coetanee, i vecchietti che giocano a carte.
Una vera Rio de Janeiro!
Insomma, per carenza di alternative convinco tutti ad imbarcarci in una gita
sul monte Viglio.
Loccasione me la presta lignaro Massimo, che per tirar su un po
la vacanza, ricorda di una località, la Moscosa, dove le famigliole
vanno a fare scampagnate.
Prima di perdere luso degli arti per atrofizzazione, saliamo in macchina
e partiamo.
Ci inerpichiamo su per una ripida strada, facendo lo slalom tra le vacche
e giungiamo al termine della carrozzabile.
Con abili manovre diplomatiche, degne del migliore dei Kofi Annan, riesco
a convincere tutti che arrivare fino in cima al Viglio è una cosa poco
faticosa: io però non avevo i Caschi Blu a difendermi al momento in
cui la verità avrebbe fatto capolino
Insomma
si parte, su per un sentiero a volte clemente, a volte ostile e ripido. La
prima metà si svolge in una valletta ed in mezzo agli alberi, poi il
sentiero si apre sul fianco ovest della montagna, privo di vegetazione. Qui
assistiamo allapuleiana metamorfosi di Roberto, che, anziché
asino, diviene stambecco: mosso da chissà quale impulso, il finora
recalcitrante Robby comincia ad accelerare i suoi passi ed in men che non
si dica lo vediamo ascendere in cielo, avvolto da una luce eterea di divinità.
In mezzora di cammino ci ha staccato di almeno duecento metri.
Lo ritroviamo seduto su una roccia: Questa non era la vetta, vero?
Mentre gli spiego che manca ancora un bel po, Neri, invidioso delle
caprine doti di Robby, gli nasconde nello zaino un paio di sassi da un chilo
ciascuno.
Si riparte, ed il nostro alpino nato va di nuovo in fuga: avesse due ruote
sembrerebbe Pantani.
Seconda vetta, seconda pausa, seconda spiegazione a Robby, secondo carico
di pietre da due chili.
Ripartiamo, ma stavolta Roberto corre cantando la canzone dellUltimo
dei Mohicani.
Neri piange.
Arriviamo ai piedi del Gendarme ed è la fine. Il tempo peggiora improvvisamente,
lora è ormai tarda, i corpi stanchi e sconfortati. Dietrofront,
si torna a casa.
A proposito, Robby, li hai tolti quei quattro chili di sassi dallo zaino o
te li porti dietro come portafortuna?