INDUISMO

 

 

            Degli attuali, il popolo indiano è forse quello più permeato di senso religioso, ed intorno al senso religioso ruotano tutte le attività della società indiana.

            La mentalità indiana è sempre stata recettiva nei confronti di elementi eterogenei; l’induismo in particolar modo sembra disposto ad accettare tutte le verità di qualsiasi civiltà o religioni esse siano. Proprio per questo motivo, nell’induismo appaiono concomitanti elementi altrimenti contraddittori, come politeismo (credenza in più divinità), enoteismo (credenza in due divinità, spesso contrapposte, come un dio buono ed un dio cattivo), monoteismo.

            Il fulcro dell’insegnamento induista potrebbe essere visto in un codice elementare di condotta cui si deve aggiungere l’amore verso tutte le creature, la generosità, indifferenza per ciò che è apparenza. Una loro credenza secondo la quale la divinità trascendente interviene direttamente ed attivamente nella vita e nella storia dei popoli ha permesso loro di appropriarsi di divinità a loro estranee. Questa divinità si incarna in esseri detti avatara (discesa), alcuni dei quali si conoscono come Krishna, Buddha, Gandhi..

            Shiva è conosciuto come il principe degli Yogin (esperti di Yoga) e signore degli animali; le numerose divinità femminili legate alla vegetazione furono assorbite dalla teologia shivita con il nome di matrika (mamme) e di sakti (donna, moglie). Tale aspetto è presente nei Veda (libri sacri dell’induismo) come conseguenza dell’opera di assimilazione di elementi estranei alla propria religione celeste.

            Alla pari di altre religioni etnico-politiche (fondate su una concezione di razza e di popolo) l’induismo manca di un fondatore conosciuto, storico. Le sue radici affondano nella indistinta preistoria di un popolo che è segnato da una impronta così apertamente etnico-politica come è quella delle caste. La parola sanscrita che indica casta è varuna che indica anche colore,e, quindi assume una connotazione razziale.

            L’India è stata terra di lenta e progresiva infiltrazione da parte delle popolazioni indoeuropee (poste al di là del Caucaso e del Danubio); il che spiega perché non si trovano reperti archeologici che attestino tracce di violenti devastazioni. Sono sempre gli ariani (popolazioni indoeuroepee) a vincere le battaglie o a prevalere nei contatti con i dasya (popolazioni autoctone; nei libri Veda si descrivono come coloro che hanno la pelle nera).

            Si arriva, così, alla suddivisione in arya (etimologicamente nobile), quindi, ariani, indoeuropei, comprendenti le caste superiori ed i "non ariani". Di quest’ultimo gruppo fanno parte i sudra, i quali diedero origine ad una quarta casta composta da uomini liberi, ma privi di pieni diritti cittadini e politico religiosi; ne facevano parte anche i parya, i senza casta, gli intoccabili (attualmente sono circa 80 milioni). Di rango ancora più basso sono gli adhiwasi (gli aborigeni), posti non solo al di fuori delle caste ma nche di tutto il sistema indù.

                Il raggrupparsi in professioni è stata una delle cause che ha portato gli ariani a dividersi in tre caste superiori, riflesso delle tre funzioni tipiche di ogni società: a) il potere spirituale, i bramini o sacerdoti ai quali aspetta il compito dei riti sacrificali, lo studio, l’insegnamento, la raccolta delle offerte private; b) potere temporale: i ksatriya o nobili e guerrieri, incaricati di proteggere le persone e di resistere agli invasori, di esercitare la carità e di evitare l’attaccamento alle comodità ed ai piaceri dei sensi; c)produzione dei beni economici: i vaisya, ai quali compete l’agricoltura, la pastorizia ed il commercio con esclusione di quelle professioni e di quei compiti che sono propri degli intoccabili (il becchino, lo spazzino, il lavandaio, tutte attività contaminatrici).

            Al di sotto delle caste troviamo le sottocaste che in India assommano a più di tremila. La casta, quindi, è un gruppo corporativo chiuso, ereditario, con usi e costumi propri riguardo al cibo ed al matrimonio che deve essere endogamico, cioè contratto con quelli della propria casta; con ornamenti, abbigliamento, segni distintivi particolari allo scopo di evitare ogni contatto indebito ed il conseguente contagio socio-religioso.

            Molto presto la religione ha avvallato una tale discriminazione socio-politica, che si è venuta sviluppando in una duplice direzione: 1) l’origine divina di ogni casta si lega alle diverse parti del corpo di Brahman (la testa ai bramini, le braccia agli ksatriya, le gambe agli vaisya, i piedi ai sundra); in epoca successiva si è tentato di metterli in relazione con i tre dei principali, cioè Shiva (Bramini), Visnù (Ksatriya) e Brahma (vaisya). 2) Le caste sono frutto non di un volere divino, ma della condotta degli uomini: credenza del Karma e della reincarnazione.

                Attualmente la credenza nelle caste non investe l’India, almeno a livello di costituzione, ma a livello di credenze, specialmente nei villaggi. L’anima si incarna in un corpo e ciascuno nasce in una determinata casta secondo il comportamento tenuto nelle vite precedenti. In questa casta vi rimarrà sino alla morte; se ad esempio un padrone desse la libertà ad un sudra (schiavo) questo rimarrà sempre un servo, in quanto la servitù è inerente alla sua stessa natura. Ognuno è obbligato a compiere con la massima perfezione possibile i doveri della propria casta; solo così il suo spirito potrà ascendere alla casta superiore sino a che, totalmente puro, non raggiungerà l’unione definitiva e felice con Brahman. In caso contrario, si reincarnerà in caste inferiori, come pure in animali.

                Solitamente la mentalità occidentale ci porta a credere che più una casta è superiore, più vi sono dei diritti; gli indiani, al contrario, ritengono che più si è in alto nella gerarchia, più si è tenuti a compiere determinate azioni, ad osservare obblighi che ad altri non spettano, ma ai quali compete l’osservanza di quelli propri della casta di appartenenza.

                Si è induisti per il fatto di essere nati da genitori induisti e come tali si è considerati anche se molte delle sue dottrine e delle sue pratiche non vengono più accettate. Se l’induismo in alcuni particolari momenti storici si è diffuso al di fuori del proprio territorio, ciò è dovuto alla colonizzazione di varie regioni ad opera degli indiani stessi ed alla relativa facilità di inserire gli indigeni in una delle tre caste superiori. Di contro, alcune sette di origine indiana continuanao ad essere ritenute tali pur praticando riti stranieri o non facendo più visita a templi induisti. E’ questo il caso ddei bhagavata, attuali adoratori di Krisna.

                L’induismo, al pari di altre religioni celesti ed etnico politiche, è politeista; gli dei proliferano in modo incalcolabile sia per le ripetute incarnazioni, sia per l’assimilazione continua delle divinità locali e regionali, con conseguente incorporazione nel pantheon nazionale.

Al vertice di questo pantheon troviamo una triade: Brahma (da non confondersi con Braman), Shiva, Visnù.

                A partire dal V secolo fiorirono due sette importanti, come il tantrismo ed il saktismo. Il primo è descritto nella letteratura tantrica, testi liturgici, rituali di teorie metafisiche e Yoga; può essere simboleggiata dai mantra (formule religiose da recitare metodicamente e scrupolosamente per quanto concerne la posizione del corpo, il ritmo, la melodia, il movimento). E’ più importante recitare con seria partecipazione ciò che si recita, che conoscere il significato delle parole. Il saktismo, invece, è segnato dal carattere femminile e tende a collocare la vertice del pantheon una sakti o divinità femminile ( la predominanza femminile ha finito per esasperare l’erotismo sessuale e le pratiche segrete). Brahman è considerato come la sostanza primigenia di tutto l’essere, il principio primordiale, impersonale,creatore, l’assoluto, la Totalità. A volte viene identificato con atman e nelle Upanishad più antiche si chiama Atman-Brahman .

Brahman è l’Unità. È l’Assoluto, è "ciò che è"; tutta la realtà contingente, anche l’uomo, è una emanazione di Brahman. Quanto più la realtà si allontana da "ciò che è", tanto più sono "ciò che la totalità non è". Lo spirito dell’uomo tende a tornare in seno a "ciò che è", ma tale unione si realizza solo dopo la morte, e solo dopo che l’anima si sia totalmente purificata.. Il fine dell’indù è la realizzazione, con le proprie forze, dell’identità del proprio spirito (atman) con lo Spirito, con la Totalità cosmica, con Atman-Brahman.

                La vita dell’uomo sulla terra può essere sintetizzata con tre parole: samsare, Kama, Karma.

                Kama ha il significato di desiderio, cioè di un amore non ancora posseduto. Secondo l’Upanishad-Brhadaranyaka il desiderio dell’uomo spinge a compiere determinate azioni, ed uno agisce in base a ciò che desidera, e l’uomo è ciò che agisce.

                Al kama segue il Karma o azione, che può essere buona o cattiva; a seconda di essa l’uomo sarà buono in misura maggiore o minore, con la conseguenza dell’esistenza in una determinata casta o la conseguenza reincarnazione in una casta inferiore o superiore. Solo chi è veramente saggio e totalmente puro si libera dalla legge del Karma e ritorna all’Assoluto per non fare più ritorno al mondo nel ciclo del samsara.

               Il samsara è una sorta di viscosità che lega ed impantana lo spirito umano al maya, a ciò che è apparenza in quanto emanazione di Brahman. Per disgrazia propria l’uomo si lascia sedurre dal maya (mondo dell’illusione che ottenebra la mente dell’uomo. E’ l mondo dell’uomo dopo che questo si è allontanato da Brahman), vincolandosi ad esso, ed il samsara non rappresenta altro che il legame soggettivo, umano con il maya. L’uomo riuscirà a raggiungere la salvezza solo quando spezzerà i fili che lo legano al maya

                L’indù possiede varie vie per arrivare alla via della salvezza: le opere; la conoscenza fonte della filosofia indù; donazione totale alla divinità o bhakti. Ciascuna di questa via corrisponde ad ognuna delle tre caste: la via dello studio ai bramini; la via delle opere agli ksatriya. L’etica indù possiede due note essenziali: a) compimento delle azioni in spirito di totale distacco dal mondo, ovvero senza samsara, liberi dal maya; 2) sforzo di adeguatamento dei doveri etici alle diverse circostanze concrete di ciascuno. Oltre i doveri di virtù specifici di ogni casta ve ne sono alcuni comuni a tutti gli uomini: la non-violenza, cioè non danneggiare nessun essere vivente, sia o no razionale; il dominio di sé; la sincerità; l’osservanza delle prescrizioni rituali. Solo così si può raggiungere il dharma, la legge morale, l’ordine sociale e cosmico.       

              Credenza basilare dell’induismo è la dottrina della trasmigrazione delle anime; tale credenza è così diffusa e permea tutta la realtà induista che, spesso, viene vissuta più come una realtà evidente che come un oggetto di fede. Da questa concezione nasce la passività di fronte alla discriminazione delle caste. Ogni anima si reincarna come spinta dal peso d’inerzia del karma e riceve esattamente la ricompensa o il castigo adeguato; pertanto non si può di ingiustizia o di discriminazione nella suddivisione in caste.

                Al contrario ogni reincarnazione è: - una esigenza di giustizia; - una espiazione delle mancanze anteriori; - una progressiva purificazione. In questa concezione si può vedere anche una soluzione accettabile ai problemi relativi all’origine del male e dei mali, nonché a quello dell’innocente che paga colpe apparentemente non sue, o, al contrario, del malvagio cui arride ogni fortuna.