ERNESTO GUEVARA "EL CHE"

 

Questa pagina vuole essere un modestissimo contributo ad uno dei più grandi eroi del nostro tempo ERNESTO “CHE” GUEVARA personaggio che ha esaltato la fantasia, le menti e i cuori di grandi masse giovanili in ogni parte del mondo.

Nacque a Rosario in Argentina il 14 luglio 1928 da Ernesto Guevara Linch e da Celia de la Serna. La nonna paterna era irlandese e il Che più avanti negli anni ripeterà spesso che la testardaggine del suo carattere era dovuto a questo ramo di origine irlandese appunto. La madre era più impegnata politicamente del marito, parlava correttamente sia l’inglese che il francese ed era una grande nuotatrice, a quell’epoca era già raro che una donna sapesse nuotare figurarsi in modo eccezionale. Proprio per questa passione della mamma, andarono a fare il bagno nel fiume in un freddo mattino di maggio, sembra che il “Che” si fosse ammalato di asma la quale lo perseguitò per tutta la vita. Ma proprio la lotta contro il male fu lo strumento per costruirsi una volontà di ferro ed un fisico eccezionale. Rifiutò sempre di accettare le limitazioni che la malattia gli imponeva, anzi nel corso degli anni sfidò se stesso in tutti gli sport ed insieme al suo amico Alberto Granados cominciò a compiere escursioni in montagna sempre più difficili e le pause imposte dalla malattia Ernesto le riempiva con le letture, approfittando della fornitissima biblioteca di famiglia.


foto di famiglia

Una svolta politica fu per Guevara la guerra spagnola, infatti il padre ad Alta Gracia fondò un comitato di sostegno per la Repubblica spagnola. Quando però si consumò la sconfitta, la casa ad Alta Gracia dove nel frattempo la famiglia Guevara si era rifugiata, divenne un vero centro di mobilitazione politica antifranchista. Dopo il liceo si scrisse all’università scegliendo la facoltà di medicina sognando di diventare un famoso ricercatore e di mettere i suoi risultati a disposizione dell’umanità. Non fu mai uno studente modello sotto l’aspetto disciplinare, ma ciò non gli impedì di rivelarsi uno dei più capaci assistenti del prof. Salvador Pisani allergologo di fama mondiale. Non ancora laureato scrisse diversi saggi su riviste specializzate e lavorò anche in lebbrosario di San Pablo in Perù.

Nessun uomo sarà mai libero finchè almeno uno al mondo sarà in catene

Verso la fine del 1951 cominciò a viaggiare per conoscere l’Argentina e l’America latina (Cile, Perù, Colombia e Venezuela) insieme con l’amico Alberto Granados, viaggiando con mezzi di fortuna e facendo lavori più diversi per guadagnare qualche soldo. Una grande avventura, ma vissuta con la voglia di conoscere questi Paesi nel profondo. Questo viaggio lo cambiò profondamente, affermando di essere entrato in stretto contatto con la miseria, la fame, le malattie, con l’impossibilità di curare i bambini per mancanza di mezzi, e cominciò a vedere cose che gli apparirono tanto importanti quanto essere un ricercatore famoso. Ma non solo la miseria, la conoscenza di un destino comune per l’America latina, soprattutto davanti alle imponenti rovine Incas del Perù che contrastarono in modo drammatico con la condizione di abbrutimento degli indios. Questi viaggi accentuano il suo radicalismo, in particolare per quel che riguarda la sua concezione della lotta armata come ineluttabile per cambiare le cose in America latina. Quando il suo amico Alberto Granados fu imprigionato per violente manifestazioni antiperoniste in Argentina, a Guevara che lo andò a trovare in carcere disse che bisognava organizzare cortei di studenti per farli liberare. Ma Guevara rispose:”Sì, per farci picchiare a man salva, se non mi danno una pistola non ci vengo”. Anche quando arrivarono in Perù, Granados accennò alla possibilità di arrivare al potere e di cambiare la vita di quella povera gente attuando la riforma agraria. Guevara rispose sorridendo che fare la rivoluzione senza sparare era da matti. La svolta definitiva fu quando andarono a La Paz in Bolivia, dove al governo vi era il presidente Paz Estenssoro dopo la rivoluzione del 1952. Un esperimento originale, nato con grandi speranze popolari e che per la prima volta affrontava la nazionalizzazione delle miniere e la riforma agraria, e che fu poi ridotto e detronizzato dai militari e dagli Stati Uniti. Quando vi arrivò appunto Guevara a La Paz le speranze erano ancora molte nella “rivoluzione”, ma il suo giudizio fu sprezzante affermando: ”Questi sono soltanto dei riformisti, daranno il Ddt agli indios per toglierli i pidocchi, ma non risolveranno il problema che è la causa dei pidocchi. Una rivoluzione che non arriva alle sue ultime conseguenze è perduta”. In Guatemala era in corso un altro esperimento democratico e nazionale, quello condotto dal presidente Jacobo Arbenz. Qui la riforma agraria non aveva colpito solo i latifondisti locali, ma soprattutto interessi statunitensi colpendo soprattutto la potentissima United Fruits, cioè uno degli strumenti del potere economico degli Stati Uniti, basti pensare che i legali della multinazionale i fratelli Foster e Allen Dulles, segretario di stato e capo della Cia. Guevara arrivò in Guatemala convinto di fare il medico al servizio del governo, ma ben presto si trovò a chiedere armi a al presidente Arbenz per difendere il paese dall’aggressione che per conto degli USA conduceva il “gorilla” Castillo Armas partendo dall’Honduras. Arbenz non ebbe il coraggio di armare il popolo e questo segnò la sua sconfitta. Guevara in quei giorni scrisse un saggio di 14 cartelle dal titolo “Ho visto la caduta di Jacobo Arbenz”, un latinoamericano ha una sola patria, tutto il subcontinente, e un solo nemico, l’imperialismo yankee. L’unica speranza di vittoria sta nel popolo armato. In Guatemala conobbe un gruppo di rivoluzionari cubani, guidati da Nico Lopez, chiamato il “Movimento del 26 luglio” ed il loro leader Fidel Castro era in una prigione dell’Isola dei Pini dopo aver tentato di attaccare la caserma più importante di Cuba, il Cuartel Moncada di Santiago. Quando Guevara scappò in Messico ritrovò Nico Lopez e di lì a poco conobbe Raul Castro e quindi Fidel nel frattempo amnistiati dal dittatore Batista.

 

L’incontro con Fidel avvenne una sera in casa di una cubana, Maria Antonia, ed in una notte si trasformò in un futuro membro della spedizione “Granma”. Ma in quel momento quella spedizione non aveva né barca, né armi, né truppa. In una intervista Guevara disse che: ”Fidel mi impressionò come uomo straordinario, le cose più impossibili erano quelle che affrontava e risolveva, condividevo il suo ottimismo, bisognava farla finita con i piagnistei e combattere”. Ernesto Guevara divenne allora “il Che” perché, come tutti gli argentini, intercalava spessissimo “che” (equivalente al “ciò” dei veneti) quando parlava. Tra la fine di novembre gli inizi di dicembre del 1956 cominciava l’avventura cubana con la traversata sul “Granma”, il primo disastroso combattimento di Alegria de Pio, poi la ricomposizione della guerriglia. Ben presto il Che passa da medico a tenente, a capitano, a comandante. Non solo è un valoroso combattente ma comincia a essere l’uomo che elabora una teoria della guerriglia, questi appunti diventeranno “La guerra di guerriglia”, che sarà  un “testo sacro” di tanti movimenti rivoluzionari dell’America latina e del mondo. Tra le considerazioni essenziali del libro: ”Primo: le forze popolari possono vincere una guerra contro un esercito. Secondo: non sempre bisogna aspettare che ci siano tutte le condizioni per la rivoluzione; il “foco” insurrezionale può crearle. Terzo: nell’America sottosviluppata il terreno della lotta armata deve essere fondamentalmente nel campo”. Era un grido di guerra contro l’imperialismo, ma anche contro i partiti comunisti tradizionali che in America latina rifiutavano la lotta armata sostenendo che non ne esistevano ancora le condizioni. Una teoria costruita sulla pratica della guerra cubana, nella quale il “Che” ebbe compiti di primissimo piano.

 
dopo la conquista di Santa Clara

Il 31 dicembre 1958 proprio il “Che” conquistò la città di Santa Clara e diede il colpo finale a Batista affermando che si apriva un nuovo ciclo, erano molto di più che semplici fattori di una nazione e che tutti gli occhi sia degli oppressori che degli oppressi erano fissi su di loro. Guevara diventa prima comandante della fortezza de “La Cabana” poi a giugno dopo essersi sposato con Aleida March,


il giorno del matrimonio

parte per uno dei suoi tanti viaggi da ambasciatore straordinario della Rivoluzione cubana cercando di rompere l’isolamento di Cuba per il quale lavorano gli stati Uniti. Il primo problema è quello di vendere lo zucchero che gli USA non vogliono più e il “Che” visita numerosi paesi Egitto, Giappone, Indonesia, Ceylon, Pakistan, India, Sudan, Marocco e Jugoslavia. Al suo ritorno diventa Presidente del banco nacional e nel 1961 ministro dell’industria e ricade su di lui la responsabilità di affrontare il problema del passaggio da un’economia capitalistica dipendente ad una socialista. Un compito particolarmente difficile dovuto dal sottosviluppo di Cuba e dalle pressioni che gli USA esercitano senza sosta sull’isola. Guevara pensa che la rivoluzione di Cuba può vivere  solamente se si estende in America latina e nel suo messaggio d’addio inviato alla riunione Tricontinentale dell’Avana nell’Aprile del 1967 afferma che il compito di ogni rivoluzionario è fare la rivoluzione e lancia la parola d’ordine “Crear dos, tres, mucho Vietnam” Nel marzo del 1965 appare per l’ultima volta in pubblico, all’aeroporto dell’Avana lo ricevono Fidel e il Presidente della Repubblica Dorticòs, di ritorno da un viaggio in Cina, poi scompare. Va nel Congo, dove spera di aiutare gli eredi di Lumumba a resistere agli attacchi d3el fantoccio Mobutu. Poi torna all’Avana e dopo un periodo di duro allenamento parte per la Bolivia. Perché la Bolivia? Perché nella zona di Camiri si può pensare ad una estensione del “foco” in Paraguay, in Argentina, e nel centro del Brasile. Il 7 novembre 1966 raggiunge truccato, la fattoria di che sarà la base della guerriglia in Bolivia. Il primo scontro militare avviene con successo il 23 marzo 1967. Le cose in Bolivia vanno “normalmente” per alcuni mesi, ma i colloqui col Pc boliviano non portano a risultati positivi e nessun contadino si schiera con la guerriglia. In una situazione di sostanziale isolamento, il gruppo prosegue la sua lotta via via più disperata fino a quando l’8 ottobre 1967 nel canalone di El Yuro il gruppo del “Che” viene accerchiato da centinaia e centinaia di uomini diretti dai consiglieri militari statunitensi. Nella battaglia Guevara viene ferito alle gambe, catturato e portato alla piccola scuola di La Higueras dove il giorno dopo, su ordine del governo boliviano e dei consiglieri statunitensi, viene assassinato. Aveva solo 39 anni.

Il ritrovamento

"Presidente lo abbiamo trovato! "Esordisce così il
28 giugno 1997 il ricercatore cubano che da mesi lo stava cercando. E mentre lo dice al telefono Fidel e la 2ª moglie del Che si mettono a piangere. Finalmente i suoi resti sono stati ritrovati nel villaggio di Villagrande, in Bolivia; ecco che vengono alla luce fra la commozione generale prima i resti della giacca e infine parti dello scheletro. Dalla stessa spedizione, grazie all'uso di computer, vengono ritrovati anche i resti di sette guerriglieri. I resti del Che sono inconfondibili perchè privi delle mani che erano state inviate alla Cia come prova della sua morte. Successivamente i suoi resti furono tumulati in un tempio a Santa Clara, contro il volere di molti e forse dello stesso Che il quale ripeteva spesso "seppellitemi dove morirò".


Il “Che” assassinato

La foto più famosa e la più riprodotta e che continua a mantenere tutta la sua formidabile forza espressiva è opera di Alberto Korda il quale prima della rivoluzione cubana era un famoso fotografo di moda e di pubblicità e che alla vittoria dell’esercito ribelle decise di rimanere a Cuba diventando così il fotografo della rivoluzione. Fu scattata nel marzo 1960 durante i funerali delle vittime di una bomba messa come sabotaggio sulla nave La Coubre che portava il primo carico di armi comprato dalla rivoluzione e l’espressione dello sguardo esprimeva tutta la sua rabbia per l’attentato e il dolore delle vittime.

Quanto tempo è passato da quel giorno d'autunno di ottobre avanzato....... Arrivò la notizia, ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto sapere brutto grugno che CHE GUEVARA era morto................ Da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l'aspettate, il CHE ritornerà. (Da Stagioni di Francesco Guccini)

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scritta ai figli qualche giorno prima di morire