Distacco
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concedersi un giusto "periodo di lutto"
(un tempo adeguato per poter elaborare l’infelicità) | |
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farsene una ragione (trovare una spiegazione, capire, e apprendere
dall’esperienza della perdita) | |
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prendere l’iniziativa, affrontare la situazione, piuttosto che lasciarsi
andare, autodistruggersi... | |
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adottare la filosofia (dell’antica Cina) "può
essere una disgrazia, può essere una fortuna" | |
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viversi il tempo come alleato per cicatrizzare la ferita | |
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far leva sulle forze residue per prendere in mano la
situazione, accettando l’evento traumatico come una sfida, verso ulteriori
traguardi possibili, poiché "la vita continua ", ed è
l’unica che abbiamo. |
Si
possono cercare molte spiegazioni e trovare molte griglie di lettura: ma è
importante capire, è rilevante - per apprendere dall’esperienza -
analizzare alcune ipotesi di ricerca dell’evento "separazione". Fra
i molti approcci possibili, se ne propongo tre: uno d’ispirazione psicanalitica,
l’altro più legato alla ricerca empirica, il terzo - infine - di tipo
storico-evolutivo.
Si
può sottintendere l’idea che la disfunzionalità della coppia sia da
collegare a immaturità evolutiva, o a vera e propria patologia, per il
prevalere dei giochi inconsci nel rapporto; ecco brevemente la tipologia mutuata
da questa ottica:
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Il primo tipo di relazione è la cosiddetta "collusione
narcisistica". In questo rapporto l’amore è inteso
prevalentemente in funzione simbiotica, "amore come essere uno",
e comporta abitualmente un partner schizoide. L’unione simbiotica è un
rapporto sado-masochista (dove il più forte fagocita il più debole) e in
cui va perduta l’identità e la "noità" della coppia
(l’essere noi). La relazione matura comporta invece una unione nella
distinzione, il rispetto dell’altro come distinto, l’accettazione
della diversità, ecc. | |
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Un secondo tipo di relazione è la cosiddetta "collusione
orale": qui l’amore è concepito come "aver cura
dell’altro". E’ un amore di tipo materno, che comporta un
partner a struttura depressiva, autodenegantesi. L’amore maturo invece
è caratterizzato da mutualità, reciprocità, essere contemporaneamente
soggetto e oggetto nella relazione; non solo capacità di dare, ma anche
di ricevere. |
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Un terzo tipo di relazione è la cosiddetta "collusione
sadico-anale". Qui l’amore è inteso come possesso totale;
l’oggetto dell’amore è considerato proprio dominio e tenuto
continuamente sotto il proprio controllo. Questa relazione comporta un
partner a struttura ossessiva. L’amore maturo invece è caratterizzato
da libertà, autonomia, fiducia. Mutualità, interdipendenza reciproca di
due soggetti indipendenti e liberi. | |
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Un quarto tipo di relazione è la cosiddetta "collusione
fallico-edipica" dove l’amore è vissuto soprattutto come
autoaffermazione antagonista (virile) e il partner è vissuto
sostanzialmente come rivale e luogo della propria affermazione. Questa
relazione contempla un partner a struttura isterica. | |
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L’amore
maturo è caratterizzato invece da solidarietà, compartecipazione, parità di
possibilità di autorealizzazione al cento per cento. Senza eccessiva
competitività. La mancata evoluzione verso un rapporto d’amore più maturo può
condurre alla crisi di coppia; le tecniche per rimettere in movimento la
maturazione bloccata (ove ciò è possibile) si rifanno alle varie metodologie
d’intervento e alle varie scuole di psicologia. |
In
questo approccio, più legato alla ricerca empirica, è sottintesa l’idea
che molto spesso le relazioni falliscano perché la scelta è stata fatta in
base a quello che conta di più nell’immediato e non a quello che conta di più
nel lungo periodo.
Sternberg,
Professore di psicologia e pedagogia a Jale, ha teorizzato, suffragato da alcune
sue recenti ricerche, un concetto di amore completo, sulla base di tre
componenti fondamentali: l’impegno come componente cognitiva, l’intimità
come componente emotiva e la passione come componente
motivazionale dell’amore. Si può visualizzare l’amore come un triangolo in
cui quanto maggiori sono impegno-intimità-passione, tanto più grande è il
triangolo e più intenso l’amore.

Da
questa teoria scaturisce una tipologia collegata alla combinazione dei tre
diversi fattori, dando luogo a otto possibili tipi di relazione.
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La prima è "l’assenza di amore": tutte
e tre le componenti mancano; è la situazione della grande maggioranza
delle nostre relazioni personali, casuali o funzionali. |
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Il secondo tipo è la "simpatia". C’è solo
l’intimità, si può parlare con una persona, parlare di noi, ci si
riferisce ai sentimenti che si provano in una autentica amicizia e
comporta cose come la vicinanza, il calore umano (ma non i sentimenti
forti della passione e dell’impegno). | |
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Il terzo tipo è "l’infatuazione":
quando c’è solo la passione. Quell’amore a prima vista che può
nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Vi interviene una
intensa eccitazione fisiologica, ma senza intimità o impegno. La
passione è come una droga, rapida a svilupparsi e rapida a spegnersi,
brucia alla svelta e dopo un po’ non fa più l’effetto che si voleva:
ci si abitua, arriva l’assuefazione. | |
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"L’amore vuoto" è il quarto tipo di
relazione, dove l’impegno è privo di intimità e di passione:
tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme. Un rapporto
stagnante che si osserva talora in certe coppie sposate da molti anni: un
tempo c’era l’intimità, ma ormai non si parlano più; c’era la
passione, ma anche quella si è spenta da un pezzo. |
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"L’amore romantico" è una combinazione
di intimità e di passione (tipo Giulietta e Romeo). Più di una
infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione
fisica e dell’eccitazione, ma senza l’impegno, come un’avventura
estiva che si sa che finisce. |
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"Amore fatuo" è quello che comporta la
passione e l’impegno, ma senza intimità. E’ l’amore da
fotoromanzo: i due si incontrano, dopo una settimana sono fidanzati, e
dopo un mese si sposano. S’impegnano reciprocamente in base
all’attrazione fisica., ma dato che l’intimità ha bisogno di tempo
per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno.
E’ un tipo d’amore che di solito non dà buon esito nel lungo periodo. |
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"Sodalizio d’amore" è chiamato un
rapporto d’intimità e impegno reciproco, ma senza passione. E’
come un’amicizia destinata a durare nel tempo. Quel tipo di amore che
spesso si osserva nei matrimoni dove l’attrazione fisica è scomparsa. |
Infine quando tutti e tre gli elementi si combinano in una
relazione, abbiamo quello che Sternberg chiama "amore perfetto
o completo". Raggiungere un perfetto amore, dice
quest’autore, è come cercare di perdere un po’ di peso, difficile ma
non impossibile; la cosa davvero ardua è mantenere il peso forma una
volta che ci si è arrivati o tenere in vita un amore completo quando lo
si è raggiunto. E’ un compito aperto, non una tappa raggiunta una volta
per tutte. In questa visione, l’indice più valido per predire la
felicità di una relazione è dato dalla consonanza tra triangolo
ideale passivo (i sentimenti che si desiderano dall’altro) e il triangolo
percepito (i sentimenti che si presuppongono dall’altro). La
relazione tende a finir male se non c’è corrispondenza tra quello che
si vuole dall’altro e quello che si pensa di riceverne: chiunque ha
amato senza essere ricambiato altrettanto, sa quanto può essere
frustrante. Alle volte si potrebbe consigliare di ridurre le proprie
aspettative e diminuire il proprio coinvolgimento: ma è un consiglio
difficile da seguire. In USA metà dei matrimoni finiscono in divorzio e
anche chi non divorzia non è detto che viva in una coppia molto felice.
La gente è davvero così stupida da fare sempre la scelta sbagliata?
Probabilmente no: il fatto è che sceglie troppo spesso in base a quello
che conta di più nell’immediato. Ma quello che conta nel lungo periodo
è diverso: i fattori che contano cambiano, cambiano le persone e cambiano
le relazioni.
Nella
ricerca fatta sui fattori che tendono a diventare più importanti con l’andare
del tempo, si sono rilevati questi tre:
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la disponibilità a cambiare in funzione delle esigenze
dell’altro | |
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la disponibilità ad accettare le sue imperfezioni | |
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la comunanza di valori, specie quelli religiosi. |
Queste
sono cose che è difficile giudicare all’inizio di una relazione: l’idea che
l’amore vinca tutti gli ostacoli è molto romantica, ma poco reale. Quando si
devono prendere delle decisioni, quando arrivano i figli e si devono fare alcune
scelte, una cosa che sembrava poco importante, lo diventa. Altri fattori invece
nel lungo periodo diventano secondari: come l’idea che l’altro sia
"interessante" (all’inizio c’è il timore che se cala
l’interesse la relazione svanisce). In realtà quasi tutto tende a diminuire
col tempo (nelle coppie studiate statisticamente): calano la capacità di
comunicare, l’attrazione fisica, il piacere di stare insieme, gli interessi in
comune, la capacità di ascoltare, il rispetto reciproco, il trasporto
romantico... può essere deprimente, ma è importante fin dall’inizio
sapere che cosa aspettarsi col tempo, avere aspettative realistiche circa quello
che si potrà ottenere e quello che finirà con l’essere più importante a
lungo andare.
Sternberg
propone un ultimo triangolo: quello dell’azione. Spesso c’è un bel salto
fra pensiero, sentimento e azione. Le nostre azioni non sempre rispecchiano i
nostri sentimenti, per cui può essere utile sapere quali atti sono
specificamente associati alle varie componenti dell’amore.
La
passione richiederà il contatto fisico, la sessualità, la varietà e
non la monotonia dei comportamenti sessuali. L’intimità richiederà la
comunicazione dei propri sentimenti interiori, l’offerta del sostegno emotivo,
la condivisione del proprio tempo e delle proprie cose. L’impegno,
infine, comporterà il fidanzamento, il matrimonio, la fedeltà, la capacità di
superare i momenti difficili, la capacità di trovare un valido compromesso
nelle diverse legittime esigenze ed aspirazioni.

E’
importante esprimere l’amore nei comportamenti perché il modo in cui
ci comportiamo plasma i nostri modi di pensare e di sentire, forse non meno di
quanto ciò che pensiamo e proviamo plasma le nostre azioni (se non agisci come
pensi, finirai per pensare come agisci). Inoltre certe azioni portano ad altre
azioni: le espressioni d’amore dell’uno influiscono su ciò che l’altro
pensa di lui (sui sentimenti e sui comportamenti dell’altro nei suoi
confronti) dando luogo così ad una serie di azioni che si rinforzano a vicenda.
E’ necessario dare importanza alle espressioni d’amore. Senza espressione
anche il più grande amore può morire.
Questo
approccio, per capire la crisi di coppia, è stato sviluppato dal Prof. Mario
Bertini dell’Università di Roma.
L’idea
che guida questa analisi è che la coppia tradizionale spesso entra in crisi e
può morire a motivo della forte contrattualità, statica e consumistica,
che sta al fondo di questa relazione: un disegno di norme latenti che
modellano con forte direttività la relazione stessa.
Bertini
fa notare che storicamente, superato il modello di tipo vittoriano dell’epoca
precedente (rigidità dei ruoli e soggezione globale della donna), tra le due
guerre, si è venuto affermando un modello apparentemente (e in parte
obiettivamente) liberatorio, ma portante alla base, filtrata attraverso
le varie ideologie post-freudiane e il consumismo capitalistico di
ispirazione nord americana, una contrattualità implicita bloccante e
mortificante.
E’
la cultura romantica dei fiori bianchi, dell’abito bianco di nozze, della
fedeltà reciproca a tutti i costi, della felicità di stare insieme...
(concomitantemente a questo mutamento di prospettiva, e apparentemente in modo
contraddittorio, aumenta la conflittualità, la coppia è sempre più in crisi).
E’ come se la coppia dicesse: "Dopo tanto laborioso cammino, finalmente
siamo approdati a questo meraviglioso giardino recintato dove tutto si può
godere. Protetti dal nostro amore e dalla consistenza del contratto. Il
compito che ci sta davanti è finalmente quello di godere
"consumando" insieme tutto quello che ci viene chiesto è di rispettare
le regole di non uscire dal recinto e di sacrificarsi l’un l’altro,
sicuri che l’amore riuscirà a far superare ogni ostacolo".
E’
un atteggiamento di base dettato dal consumismo imperante nella cultura
odierna. E’ una visione statica, "di morte", ispirata
all’ideologia del mercato che fa del matrimonio (invece che una fase cruciale
per lo sviluppo della persona), un punto di stasi, entro cui
godere e consumare dei vantaggi acquisiti.
Quali
sono queste norme contrattuali implicite nella relazione tradizionale? O.
Neill le indica così:
1^ norma - possesso o proprietà del partner:
marito e moglie sono reciprocamente vincolati nel "tu mi
appartieni". E’ una concezione tipicamente statica del rapporto, dove
le tentazioni simbiotiche riaffiorano, mortificando in vario modo la
realizzazione personale.
2^ norma - denegazione del proprio sé. Al contratto insensibilmente si finisce per sacrificare
la propria identità personale: "Sono pronto a sacrificarmi per te, a
rinunciare a questa mia esigenza a vantaggio della nostra unione";
sembrerebbe altruismo e generosità, invece è una concezione di morte ad
ispirare questa norma. Il solco che separa masochismo e altruismo è sottile,
ma profondo è il baratro sotteso. Chi si dispone a coartare, a sacrificare
la propria identità e il proprio bisogno di realizzazione, forse riuscirà a
salvare formalmente la propria unione, ma preparerà l’atrofia dell’unione
stessa. L’altro cresce non nella misura in cui l’uno si sacrifica, ma nella
misura in cui si realizza nel rapporto stesso.
3^ norma - mantenimento del fronte-coppia.
"Come gemelli siamesi noi dobbiamo sempre apparire come coppia". Il
matrimonio in sé diventa la carta d’identità, come se uno non esistesse
senza di esso.
4^ norma -comportamento
rigidamente ispirato al ruolo. I compiti e le prestazioni varie sono
predeterminate dagli stereotipi di mascolinità e femminilità. L’alibi del
ruolo serve così a eludere il rischio di una implicazione interpersonale più
profonda.
5^ norma - fedeltà assoluta. Fisicamente e psicologicamente obbligante, mediante
coercizione morale, se non fisica, piuttosto che frutto di libera scelta e di
maturazione.
6^ norma - esclusivismo totale. "Lo stare insieme ad ogni costo e sempre, anche se
forzato, finirà per salvaguardare l’unione, qualunque cosa accada".
Questa cappa di normatività estrinseca, al servizio di un intimismo
consumistico, va smascherata, perché prepara la stasi, la morte della coppia. Va
affermata invece una visione del matrimonio di tipo evolutivo, come tappa di
sviluppo, non come traguardo definitivo (NB: bisogna "investire"
meno nel matrimonio).
Ci
sono due concezioni dello sviluppo della personalità: una impostazione
per così dire "accrescitiva" di sviluppo, (di significato
passivo), conservatrice e sostanzialmente statica. Il bambino è concepito come
un uomo in miniatura e lo sviluppo un fenomeno statico lineare di crescita di
una struttura che sostanzialmente è identica a sé stessa, si muove solo nel
senso di un accrescimento quantitativo. In contrapposizione a questa posizione
accrescitiva si è venuta affermando una visione dinamica dello sviluppo
della personalità, intesa come un processo continuo di trasformazione e di
evoluzione. L’uomo quindi non si accresce, ma evolve; la sua legge non è la
statica prevedibilità, ma il cambiamento. Lungo questa linea incessante di
progresso si misura il cammino agile della personalità verso la sua liberazione
nel senso del passaggio da situazioni di dipendenza (eteronomia), verso forme
sempre più evolute di autodeterminazione razionale e creativa (autonomia).
Alla
radice della logica conservatrice, accrescitiva, si nasconde la paura
come molla che blocca il progresso della persona. Paura di lasciarsi andare
fluidamente nel gioco rischioso della libertà: paura di abbandonare le vecchie
certezze, paura di affrontare il vuoto senza rischiarsi verso nuovi orizzonti
creativi. Invece, molla traente della prospettiva dinamica dello sviluppo è la speranza.
Speranza che dopo aver lasciato il braccio della madre (la morte ha questa
certezza), c’è la scoperta dell’autonomia. Dopo la morte la risurrezione.
Quella speranza che (come osserva Erikson) "è la più
precoce e indispensabile virtù inerente allo stato di essere vivi".
Quella speranza che una volta stabilita come qualità "basica"
dell’esperienza, rimane viva anche indipendentemente dalla verificabilità
delle "speranze".
Il
rischio liberante della innovazione continua, sotto l’impulso della
speranza, costituisce quindi una prima chiave interpretativa importante per
l’analisi della coppia in crisi. A questo rischio si contrappone
(nell’impostazione statica-conservatrice) il "bisogno di
controllo" di sé stessi e degli altri.
L’evoluzione,
la realizzazione della persona, non si attua tuttavia nel vuoto: l’uomo cambia
ed evolve in un rapporto di coesione con gli altri. Il bisogno di coesione è
fondante lo sviluppo a patto che avvenga nella dimensione della mutualità.
La mutualità può essere concepita come una relazione un cui due membri
dipendono l’uno dall’altro per lo sviluppo delle rispettive potenzialità
(interdipendenza). Questo principio ci fa capire che non è tanto nella misura
in cui uno dà o si mortifica per l’altro che l’altro cresce, ma nella
misura piuttosto in cui uno si "realizza" nel rapporto con l’altro,
che l’altro cresce. Il contrario della mutualità è la pretesa che l’altro
cambi senza il rischio partecipativo del proprio cambiamento nel rapporto
stesso. Non ha senso dire: "ho la speranza che la mia donna sarà più
donativa", ma nella misura in cui rischiandomi nel rapporto, io stesso
divento più donativo, in quella misura si cresce entrambi.
La
garanzia quindi dello sviluppo sembra fondarsi in relazioni di reciprocità, in
cui al di fuori di ogni logica prevaricatrice, la realizzazione di sé passa
attraverso la realizzazione dell’altro e viceversa. Questo sono due chiavi
normative ideali che possono innovare profondamente il rapporto di coppia:
accettazione della vita come processo continuo di innovazione nella
speranza e convinzione che la crescita autentica non avviene se non nel rispetto
della mutualità. Accettazione della vita non come processo statico di
accrescimento, ma come processo dinamico di innovazione nella mutualità:
questa chiave di lettura ci consente di prendere coscienza di ciò che è
morto nel modello tradizionale di relazione di coppia e di individuare le
linee emergenti di un significativo salto evolutivo. E’ in questa luce che
andranno rivisti i concetti stessi di fiducia, di sessualità, di ruolo, di
uguaglianza nella coppia.
A volte la violenza delle separazioni amorose ci sconvolge: come è possibile essersi dati così tanto, e d’improvviso essere niente l’uno per l’altra? Come può essere così sottile il confine tra amore e odio? Quando l’amore non c’è più, possiamo almeno provare a mantenere delle buone relazioni. Ma come?
In
genere, prima di poter stabilire con un ex una relazione sana e pacifica è
necessario “digerire” la propria storia, cioè fare la pace con se stessi e
con l’altro. Solo quando questo passo è compiuto si potrà pensare a
costruire un’amicizia tutta nuova. Per alcuni, una volta superata la parte più
ardua del cammino la scoperta è delle più liete, e a volte la
nuova
amicizia che si costruisce vale tutto, se non di più, l’amore
precedente: una relazione più tranquilla e serena, ma non per questo meno
complice – insomma, si può scoprire che valeva la pena di amarsi per arrivare
fin qui… Ma come si può gestire la fine di una storia d’amore per far
nascere un nuovo rapporto sotto il segno dell’amicizia? Come ogni storia
sentimentale, ogni rottura è una vicenda a sé, e le soluzioni per renderla più
facile da vivere devono essere adattate alle circostanze, al carattere di
ciascuno e alla particolarità della relazione. Riflessioni e qualche idea per
uscirne al meglio.
Datti
tempo
Che
dei partner tu sia quello che lascia o quello lasciato, comincia col concederti
un periodo
di riflessione di qualche settimana o di qualche mese, in funzione della
durata e dell’intensità della relazione: in questo periodo non cercate di
vedervi, né di parlavi. Questo intervallo di silenzio darà a entrambi la
possibilità di fare
il punto della situazione e di superare
poco per volta la rabbia e il dolore. Se sei quello che se ne va,
l’interruzione del rapporto potrà forse rappresentare per il tuo partner
un’occasione per distaccarsi e iniziare a fare i conti con le tue possibili
colpe, specialmente se l’hai tradito. Se intendi mantenere i rapporti, al
momento della separazione o subito dopo esprimi chiaramente quello che provi e
il tuo desiderio di mantenere i contatti, e rispetta la scelta dell’altro di
rivederti oppure no. Non precipitare le cose e spiega che tutti e due avete
bisogno di ritrovare voi stessi e di elaborare questa relazione prima di passare
ad altro. Ammettere
che una storia importante è finita non è facile…
Il
modo giusto
Evita
la gelosia: quando una storia è finita, è ovvio che ciascuno cerchi di
ricominciare con qualcun altro. Almeno razionalmente dovresti essere capace di
ammettere che altre persone, dopo di te, ameranno del tuo partner tutto quello
che hai amato tu, e non dimenticare che i
tormenti della gelosia non solo costituiscono un inutile spreco di energie,
ma ti
tengono avvinto a una storia finita e ti impediscono di guardare
avanti. Cerca di non lasciarti travolgere dalla nostalgia: certo è stata
una magnifica relazione, ma la
risposta che cerchi è nel futuro. Comincia a pensare a tutte le cose che
potresti fare per stare bene, comprese tutte quelle che hai sacrificato alla
vita di coppia. A volte l’attrazione
fisica scompare molto tempo che una relazione è finita, quindi almeno agli
inizi cercate di incontrarvi in luoghi neutri che non sono legati al vostro
rapporto e non ti inducono in tentazione. Quando vi incontrerete, ricordati che
stai incontrando una persona nuova, o almeno che la vedrai sotto una luce nuova
– preparati a questo, così potrai controllare meglio le tue emozioni. Evita i
rimproveri e i regolamenti di conti, e cerca di orientare la conversazione verso
l’avvenire piuttosto che verso il passato: informati delle sue nuove attività,
dei suoi progetti, dei suoi amici o del suo lavoro, e racconta le novità della
tua vita. Non
forzarti mai a rivedere il tuo ex se questo ti fa soffrire o ti mette in
tensione, a volte per girare la pagina bisogna essere da soli!
Prima o poi la/lo incontrerai in compagnia di un’altra persona, e forse proprio questo momento sancirà l’inizio di una relazione completamente nuova. Quando l’incontro avverrà, cerca di non confrontarti immediatamente con l’altra persona: chi ti ha amato non ti dimenticherà mai del tutto, e una nuova storia d’amore è nuova proprio perché sarà diversa da quella vissuta con te. Insomma, evita i pregiudizi, i confronti stupidi e i giudizi a priori. Da evitare tassativamente: i consigli non richiesti, le prese di posizione e gli slanci di finta amicizia. Nessuno si aspetta che tu sia felice in un momento del genere, è sufficiente che tu mantenga un comportamento civile e decoroso, soprattutto per te
|
Si
può restare amici di un ex?
| Vorrei
che fossimo ancora amici, ma lui/lei non vuole
| Vorrebbe
che restassimo amici, ma io sono ancora innamorato/a
| E’
finita ma non riesco ad accettarlo
| Meglio
amici che niente? |
A
volte la vita di coppia non termina con
la separazione, e che ci siano figli o meno, la forza del legame resta
comunque presente. Le coppie possono essere legate da interessi concreti,
materiali o affettivi che le rendono in un certo senso “coppie che non
finiscono mai”. Ci sono molti modi per mantenere in vita una coppia finita:
nella violenza e nell’odio, o nel rispetto e nell’amore. Molte coppie che
stanno divorziando continuano a esistere in un confronto continuo, perché fino
a quando combattono, in un certo senso continuano
a esistere – un modo per dimostrare che pur odiando profondamente si
continua ad amare moltissimo, tanto che non si riesce a spezzare il legame.
Queste coppie si abbarbicano a ogni minimo appiglio per continuare la relazione
perché sono incapaci, in un momento molto doloroso della loro vita, di credere
in un futuro diverso e di rompere i
ponti con il passato.
Altre
coppie mantengono invece legami più costruttivi, nel rispetto e nella
comprensione reciproci; ma perché all’amore possa sopravvivere una vera
complicità, è necessario che la relazione fosse costruttiva già prima della
fine, e per entrambi. Se infatti uno dei partner pensa che la relazione non
avrebbe mai dovuto esserci, non avrà alcun interesse a conservare in vita un
legame e penserà a una cosa sola: cancellare questa esperienza dalla sua vita,
e passare oltre. Ma se questa
relazione ha invece avuto un ruolo decisivo nella sua vita, potrà allora
riconoscere una sorta di “debito” nei confronti della persona che lascia o
da cui è lasciato, e avrà tutto l’interesse a preservare i momenti felici
passati in due. In altre parole, per
lasciarsi bene bisogna amarsi molto. Se si desidera eliminare del tutto una
storia passata dalla propria vita, ammesso che questo sia possibile, ci si
potrebbe porre alcune domande, per esempio: di cosa ho paura? Perché voglio
cancellare questa parte del mio passato, e rinnegare
una parte di me e dell’altro?
E’
certo che fino a quando si provano collera e rancore è inutile pensare a un
ritorno. Bisogna darsi il tempo di perdonare
e ritrovare una nuova fiducia. Voler
riprendere con un ex per fargli pagare il male che ci ha fatto o per risolvere
una situazione economica precaria sono motivi che anche se evitano un taglio
definitivo, conducono per forza di cose a una relazione negativa. Se la coppia
si riformasse su queste basi, è poco probabile che duri a lungo; fortunatamente
però gli strappi profondi, le menzogne e gli atti violenti non sono presenti in
tutte le separazioni. Molte coppie mettono fine alla propria storia in maniera
molto meno esplosiva – è quello che chiamiamo “separazione
rispettosa”. Gli scenari possono
variare, ma tutte hanno in comune l’onestà di fondo e la maturità dei
partner. La separazione è sempre dolorosa, ma contrariamente alle rotture che
accadono a seguito di un tradimento, quelle in cui i partner si soo parlati
apertamente hanno il merito di non distruggere la fiducia: il partner che ha
bisogno di prendere le distanze per vivere nuove esperienze ha molte più
probabilità di mantenere il rispetto dell’altro parlandogli apertamente dei
suoi bisogni, piuttosto che conducendo una doppia vita.
Comunque sia finita la vostra storia, e qualunque ne sia il seguito attuale – che vi sentiate ogni tanto, o che non vi siate più sentiti ma forse un giorno il destino vi farà incontrare di nuovo – non si riprende mai una relazione là dove la si era terminata. Non abbiamo scelta, bisogna tener conto del cammino di ciascuno dopo la rottura. Se la vita ci riserva a volte gradevoli ritrovamenti, in altri momenti può metterci di fronte a sorprese che non ci aspettavamo, e anche se il rispetto e la fiducia sono miracolosamente intatti, può accadere che i due componenti della coppia siano semplicemente su lunghezze d’onda diverse…
La
fine di un amore è una delle esperienze più dolorose da affrontare. Da dove
cominciare a rimettere insieme i cocci, cosa è possibile fare per non venire
sommersi dalla sofferenza? Come sopravvivere alla separazione, come ricominciare
da sé.
Mito
e separazione
Secondo la mitologia Orfeo, cantore e musicista di eccezionale bravura, compì
un viaggio negli Inferi per supplicare Persefone, regina dell'Ade, di
restituirgli la sua sposa Euridice, morta per il morso di un serpente. Persefone,
commossa dalle melodie di Orfeo, gli concesse di riportare alla luce la consorte
a patto che fosse rispettata la regola di non guardare la defunta finché si
trovavano nel regno dei morti. Orfeo, come è noto, non riuscì a resistere alla
tentazione, si voltò e perse per sempre la sua amata.
Anche
nel mito di Amore e Psiche la
separazione avviene per opera del guardare. Psiche poteva amare il suo
compagno, Amore, solo a patto di non poterlo mai vedere. Contravvenendo
all'ordine di Amore, lo guarda durante il sonno che segue il loro piacere, viene
scoperta e lasciata sola. La domanda che poniamo sia a Orfeo che a Psiche è: che
cosa avete guardato? Perché questo
gesto vi ha separati?
Il
formarsi della coppia
La separazione presuppone un'unione pregressa. Spesso questa è frutto
dell'innamoramento, un'esperienza che fa sentire più vivi, o vivi per davvero,
come se fosse accaduto qualcosa che attendevamo da tanto tempo, o come se la
nostra vita precedente non fosse altro che il preludio a quel momento. Immagino
che, anche se con diverse sfumature, questi pensieri abbiano attraversato almeno
una volta la vostra mente. Ciò accade perché l'incontro col partner risveglia
dentro di noi una parte che è in grado
di vivere soltanto nella dimensione di coppia.
Carl
G. Jung, psicoanalista svizzero del secolo scorso, l'aveva chiamata Anima e
Animus. La prima incarna il principio femminile e, grosso modo, rimanda alle
capacità di sentire, provare sentimenti, intuire ecc. L'Animus, invece, incarna
il principio maschile ovvero la volitività, la normatività, l'agire ecc.
Queste caratterizzazioni, naturalmente, riflettono il periodo storico di chi le
ha compiute. Oggi nessuno si azzarderebbe a collocare la volitività, per
esempio, nel mondo esclusivamente maschile.
E'
vero però che una caratterizzazione secondo il genere cui si appartiene esiste.
Si diventa uomini e donne anche perché
si riceve un'educazione che mira a crescerci come tali. Poco importa se nel
terzo millennio si chiederà all'uomo di occuparsi di sentimenti e alla donna di
fare carriera. Il concetto importante è la
complementarità: ciò che ha uno non ha l'altro; insieme vi è
completamento, totalità.
Jung
spiega che in ognuno di noi vi è una
parte il luce e una in ombra. Questo significa che c'è una parte cui
possiamo accedere senza sforzo, con naturalezza, che sentiamo lucidamente come
costitutiva del nostro essere. L'altra, quella in ombra, è una zona cui non
riusciamo facilmente ad accedere, che non sentiamo neanche facilmente come parte
di noi. Jung riteneva che nell'uomo la parte in ombra è l'Anima; nella donna
l'Animus.
In
genere si accede a queste zone nascoste tramite un'esperienza
"mistica", come l'innamoramento, che ci permette di superare i
nostri tentativi di tenere nascosto ciò che è in ombra. Il completamento di
cui parlavamo poc'anzi, perciò, è solo in apparenza l'unione tra due persone
che incarnano le "due metà del cielo". In realtà è la congiunzione
tra la propria parte in luce e quella in ombra. E' proprio questo che ci fa
sentire completi.
Ma allora io non amo una persona ma solo il riflesso di lei che c'è in me? In parte è vero. Potremmo dire che inizialmente è così, poi, col tempo, la potenza di queste proiezioni si riduce e cominciamo a vedere la persona più per come è veramente. Cosa ha visto perciò Psiche? Ha visto Amore per ciò che egli era davvero e ha dovuto rinunciare a vederlo solo come una proiezione del suo Animus.
La
coppia si separa
La separazione è la rottura del
sodalizio interiore creato dall'amore, della promessa di vita più vera. Ci
rimanda al limite di ciò che è possibile e che non è possibile fare. E' un
processo mentale simile all'elaborazione del lutto, in quanto implica
l'allontanamento definitivo da qualcuno che amiamo.
Le
fasi emotive che contraddistinguono la separazione sono:
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la
negazione iniziale,
ovvero la speranza che quello che sta capitando non sia vero;
| la
rabbia, ovvero la domanda
"perché sta capitando a me?";
| la
depressione, che in genere
coincide con il riconoscere che è così e non ci si può fare
| l'accettazione, ossia il pensiero che le cose dovevano necessariamente andare in quel modo. |
L'immagine
che ci portiamo dentro da quel momento in poi è il "fantasma"
della persona amata, quello che rappresentava dentro di noi e con cui dobbiamo
misurarci per elaborare la perdita e rinascere affettivamente. Proprio ciò che
ha guardato Orfeo, che, incapace di accettare la perdita della sposa, aveva
voluto ottenere ciò che non è naturale: riavere una persona già defunta.
Orfeo trova la risposta guardando Euridice che ha riavuto ma che è un fantasma
e come tale scompare.
Non
è molto diverso da quando incontriamo dopo parecchio tempo la persona con cui
abbiamo avuto una intensa relazione d'amore. Improvvisamente ci accorgiamo che
il lui o la lei che visitava con insistenza i nostri pensieri, che faticava a
"lasciarci", è molto diverso dalla persona di fronte a noi. Ci
accorgiamo che ci siamo trascinati dietro un "fantasma" che ora non ha
più senso di esistere.
Arrivare
a questo stato di accettazione serena è tutt'altro che semplice.
Inizialmente il senso di impotenza e di fallimento che seguono la separazione ci
pervadono e si generalizzano in un "mai più". E' una fase che spesso
coincide con un ripiego nell'omosessualità. Per alcuni si tratta di vere e
proprie manifestazioni omosessuali, per altri semplicemente nella ricerca di
persone dello stesso sesso con cui passare il tempo, amici, conoscenti e così
via.
Questo ripiegare è psicologicamente un dato positivo, se transitorio. Infatti è l'occasione per ritrovare un'appartenenza a un genere che conferma e arricchisce la nostra identità. Nel rapporto di coppia, invece, l'identità può essere messa duramente alla prova, specialmente se fragile, poiché vi è un continuo movimento tra essere una cosa sola ed essere due individui distinti, lavoro psichico rischioso e faticoso.
Cosa
si deve fare quando ci si separa?
La prima cosa è richiamare alla mente
le differenze tra sé e il proprio partner. In particolare quelle che hanno
reso impossibile proseguire il rapporto, ma anche quelle più banali, e
sottolinearle. Ciò significa che se il partner pretendeva che si dormisse con
la finestra chiusa e il buio completo, può essere salutare tentare soluzioni
completamente diverse come la finestra aperta e la tapparella alzata. Così pure
se con il partner si conduceva una vita prevalentemente casalinga, è il momento
di uscire più spesso e sperimentarsi in un modo nuovo e diverso.
Questo
differenziarsi dal partner può
essere un modo per vedere che si è perso qualcosa ma si può guadagnare
qualcosa di nuovo. Un altro tema da affrontare è quello della dipendenza. Una
delle cose che impedisce per lungo tempo di separarsi è che il rapporto di
coppia offre alcune "comodità". Può esserci la dipendenza
economica di uno dei partner, o un dipendere che ha più a che fare con la
capacità di sbrigare cose pratiche o risolvere problemi. E' fondamentale
combattere queste forme di sudditanza e cercare di rendersi il più possibile
autonomi, poiché questi punti deboli potrebbero far tornare sui propri passi
sulla base di esigenze che non hanno nulla a che fare con un ripensamento
davvero profondo.
Lo
stesso discorso vale per i figli,
utilizzati, spesso in modo inconsapevole, come "scusante" di una
mancata separazione. "Se ci lasciamo soffriranno" si pensa, come se si
intravedesse una forma di sacrificio nobile in nome dei figli che hanno diritto
a entrambi i genitori. Da questo punto di vista è bene essere lucidi e
realisti. E' accertato da numerose ricerche che se la separazione dei genitori
è senza dubbio traumatica per un bambino, di sicuro lo è altrettanto se non di
più avere vicino due genitori che non si amano più, che litigano, che non sono
più capaci di creare un clima di armonia in casa. Non basta sorridere quando c'è
il bambino e fare finta che va tutto bene.
I
bambini, essendo più acerbi nella capacità di comprendere dal punto di
vista razionale e linguistico, sono dei veri e propri campioni nel captare gli
umori, l'atmosfera, i gesti che ci scappano ma che tradiscono la realtà della
situazione, come, ad esempio, i genitori che non si danno più neanche un bacio.
Una
volta presa la decisione, di fronte agli inevitabili dubbi che ne seguiranno, cerchiamo
di richiamare alla nostra mente il motivo principale per cui ci siamo separati.
Proviamo a capirlo anche considerando che cosa di solito diciamo a chi ci chiede
perché è finita. Parliamo del fatto che ci siamo sposati troppo giovani? O che
era un modo per uscire di casa? A volte parlando con le persone diciamo
candidamente e lucidamente quello che nelle nostre riflessioni personali ci
nascondiamo o semplicemente non vediamo. Questa prima riflessione sulla
separazione dovrebbe condurci a un secondo livello di analisi.
Se
la risposta alle precedenti domande era stata "mi sono sposato per andare
via dai miei genitori" dovremmo domandarci se non cercavamo, tutto sommato,
qualcuno che li sostituisse. Dovremmo perciò cercare di risolvere il nostro
rapporto di dipendenza dai genitori prima di pensare di avventurarci di nuovo in
un rapporto di coppia impegnativo. In
generale vale la pena di porsi la domanda: che
cosa avevo cercato nel mio partner senza trovarlo perché in realtà volevo
trovarlo in me stesso e non in lui? Nell'esempio già menzionato
potrebbe essere il desiderio di sviluppare delle competenze che ci permettono di
essere persone veramente indipendenti.
Per
concludere
Il
tema della separazione richiama perciò problematiche diverse e complesse: c'è
un livello simbolico che pertiene allo sviluppo della nostra personalità e del
nostro sé più profondo. Vi è invece un livello più pratico e concreto, fatto
di accorgimenti che è possibile seguire per tentare la via di una separazione
certamente non indolore, ma sicuramente più dignitosa e meno devastante. Sta
poi a noi decidere di volta in volta su quale registro vogliamo muoverci, a cosa
vogliamo dare la precedenza o a quali riflessioni siamo in grado di dare voce. A
mio avviso, tuttavia, una separazione
dal partner che non porta con sé una riflessione più approfondita su chi siamo
è un'occasione persa, soprattutto perché le problematiche che hanno
condotto alla separazione, dal momento che ci appartengono profondamente,
possono ripresentarsi in un successivo rapporto.
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