Ecco
schematicamente alcuni rimedi suggeriti per chi vive l’esperienza della fine
di un rapporto, specie per chi non ha scelto, ma ha subito la fine:
1.
Farsene una ragione, acquistare consapevolezza. (Prendere di coscienza)
Si può
provare rabbia, ribellione, protesta, si può urlare la propria disperazione,
fino allo sfinimento...ma poi la vita continua.
Col tempo subentra la calma: si passa pian piano dalla rassegnazione, al
fatalismo, all’accettazione. Si può pensare alla rivincita a lunga
scadenza, alla ripresa nel lungo periodo, vivere il tempo
come alleato...
Bisogna
accettare la condizione umana: ogni bene può essere perduto, anche l’amore di
coppia. Ogni essere ha una parte (e a volte intollerabile, così sembra), di
dolore; ma contro il muro di bronzo della realtà non serve battere i pugni
..non serve a nulla! La realtà non cambia. E’ giocoforza accettarla!
2.
Fare il punto, mettersi in faccia alla situazione e incominciare a farsene
carico, (Responsabilizzarsi)
Se non io,
chi? Se non adesso, quando? Se non qui, dove?
Constatazione mentale, orale, scritta... nero su bianco. Scrivere può servire a
circoscrivere, ridimensionare, relativizzare. Prendere atto che: "Sembra
di morire, ma non si muore".
3.
Evitare le pseudo riparazioni (non servono)
Per esempio: evadere col
pensiero, rifugiarsi nella fantasia o nella fantasticheria, divertirsi e
stordirsi nel piacere immediato, anestetizzarsi con gli psicofarmaci,
l’alcol, le droghe (bere per dimenticare, affogare nell’alcol il
proprio dolore)...
Invece
bisogna guardare in faccia la realtà, chiamare le cose col proprio nome:
tradimento, perdita, separazione, distacco, cambiamento, morte, lutto.
4.
Cercare di fare buon uso della separazione! Trasformarlo in tempo di
maturazione.
Farne un
tempo di riflessione, occasione per ri-orientarsi con punti di riferimento meno
precari e illusori (abbasso la stupida corsa programmata dell’esistenza: la
moda, il profitto, i mille inutili orpelli del consumismo, senza i quali pare
non si possa vivere!), e invece...pian piano ci si adatta! Si trova un nuovo
equilibrio, pian piano si trova un altro significato.
Cfr. Dubchek:
"Il corpo come si adatta! Carcere, freddo, buio, inutilità, fame,
lavori forzati... L’uomo è l’animale più adattabile e l’istinto di vita
supera ogni avversità, fino a farsi una gioia di tanti piccoli niente...
Nell’animo, nella profondità dell’anima (come nella profondità del mare)
si può percepire una calma indistruttibile; l’esserci, il vivere, nonostante
ogni privazione esterna, o perdita interiore."
Cfr. W.
Frankl: "nel lager vivere è dolore, sopravvivere è trovare un
significato a questo dolore!". (Uno psicologo nel lager)
Cfr. Solzenitsyn:
"Lev, amico mio, la felicità non dipende dalla quantità dei beni
strappati alla vita, ma soltanto dal nostro rapporto verso di essi "
5.
L’umorismo
L’umorismo
ridimensiona, sdrammatizza, riduce il catastrofismo, ridà la giusta misura. Ci
vuol saggezza, una certa filosofia, non prendersi troppo sul serio, sorridere
di sé, (le vere cose che importano sono poche). E’ in questo sorriso fatto di
ragionevolezza, di benevolenza e di relativizzazione, che sta la nostra fierezza
di essere umani ("ragionevoli" appunto).
L’umorismo è il salvataggio del significato,
e la capacità di riconquistare il senso della totalità, la visione
dell’insieme dell’essere, la capacità di immaginazione dell’insieme
(al di là della reazione catastrofica del "Tutto è perduto").
Resta il
compito di ritrovare un significato qui, adesso, nella nuova situazione; tra il
tutto e il niente ritrovare il possibile... Se si drammatizza... è perché - in
balia dell’angoscia della perdita - i piedi affondano nelle sabbie mobili
dell’insignificante, del "perduto per sempre"...
Ci sono
persone incapaci di umorismo (=incapaci di ridimensionamento con la
visione d’insieme delle cose): di ogni piccolezza fanno un dramma, e della
loro esistenza fanno il dramma dei drammi! (egocentrismo
megalomanico-narcisista)
Eppure,
prima o poi, si dovranno fare i conti con le tragedie dell’essere, con la
"malattia mortale" che è la vita e col destino di "condannati a
morte" che è di tutti.
Se uno si
distanzia arriva al senso della misura (delle vere misure). Se uno sorride,
scherza con le cose che accadono, l’umorismo lo riporta al realismo, alla
felicità possibile (che è l’unica raggiungibile).
Bisogna
saper perdere, incassare i colpi delle avversità, reggere nella buona e nella
cattiva sorte. La fortuna non dipende da noi. Non dipende da noi il vento: ma
tenere ben alta la vela della nostra barca: questo dipende da noi!
(Solo il
"giocatore" pretende la benevolenza, a tutti i costi, della dea dagli
occhi bendati: la fortuna deve rivolgersi a me. Non può non rivolgersi a me,
provo un’altra volta! E così complessivamente... fino ad autodistruggersi).
Gran pessimi giocatori quelli che da avversari diventano nemici!
In realtà a
noi tocca solo tenere ben tesa la vela della nostra barca, in modo che, quando
il vento soffia, la nostra barca vada avanti. Ma il vento non dipende da noi.
6.
L’arte, la creatività
Non tutti
possono giungere alle tecniche terapeutiche più raffinate, ma si può puntare a
raggiungere l’arte della separazione, l’arte del commiato; fare di un
inciampo un gradino per salire, migliorarsi, maturare.
L’arte
unisce al lavoro dell’immagine, il lavoro della materia. L’immagine si
impone per il suo essere presente, lo splendore della forma s’impone,
affascina. L’emozione estetica filtra il "bello", nell’anima, qui
adesso (fino all’estasi).
Il lavoro
creativo trasforma la materia, produce un grande raccolto! Ecco alcuni
frutti:
E’ la
gioia il frutto finale di questa equazione creativa (non il piacere): essa
annuncia che la vita è riuscita, ha guadagnato terreno, ha riportato vittoria
(sulla morte, sul niente...). E’ la gioia di aver fatto nascere qualcosa,
chiamato in vita, fatto esistere quello che prima - senza di noi - non c’era.
Essere
creativi, esprimere biofilia, far esistere qualcosa che non c’era, dà una
gioia (e si sente) che è una gioia divina! La separazione iniziale sul piano
del piacere (perduto), ma la gioia creatrice gli va oltre, estrae dal dolore
della perdita un’opera nuova, la separazione è nell’ordine del tempo
(caduco) la gioia creatrice è dell’ordine dell’eternità.
Fare di un
sasso in cui si inciampa un gradino per salire; dell’ostacolo un trampolino di
lancio, per un salto qualitativo di vita, irragiungibile senza quella
sofferenza. Ecco i passaggi possibili:
1. Morte -
risurrezione (se il grano non muore non porta frutto)
2. Dolore parziale - gioia più grande, universale
3. Tradimento - ritrovamento superiore
4. Sconfitta (parziale) - vittoria (globale)
7.
L’azione, la tecnica, il fare...
Essa ha -
come l’arte - il potere terapeutico di decentrare da sé, distogliere dal
ripiegamento sterile, uscire da sé, volgersi verso l’oggettività, la realtà,
il mondo.
Lo strumento
tecnico (un apparecchio, uno scalpello, un computer...) è un prodigioso
catalizzatore di energie: lo strumento mi obbedisce e mi resiste, concentra
l’attenzione, devo imparare, far prove, ricominciare, dominare la mia
impazienza! Mettendo ordine nel mondo degli oggetti, metto ordine in me stesso (ristabilizzo
una gerarchia di priorità, ridefinisco una scala di valori).
Alla fine
vinco, porto a compimento un compito. L’indefinito (e l’infinito) non mi
danno respiro, il finito mi lascia il tempo per il riposo, per il rilassamento,
per il sonno...
L’amore
dell’oggetto può divenire il sostituto di un altro amore. Un buon rimedio
contro la separazione non è la sostituzione, il riempimento con qualcosa
d’altro? La compensazione più valida dell’oggetto perduto? Disinvestire e
reinvestire di nuovo! Quale diversivo la molteplicità d’oggetti di consumo, i
piccoli piaceri, le novità del mercato...
Bisogna
potere agire, fare, "convertire un problema in azione".
Medici,
psicologi, droghe... possono aiutare, vi passeranno di mano in mano le difficoltà,
e si divideranno il compito di farvi vivere, di rimediare allo strappo della
vostra vita.
La
guarigione ottenuta con una rimessa in sesto del vostro corpo e della vostra
psiche è un’opera di solidarietà.
8.
L’ascesi, la comunità, l’altruismo
L’azione
è cammino della ricerca di sé verso il dono di sé; ma anche cammino dal
"sé perduto" verso il "sé ritrovato" attraverso la
mediazione del dono di sé.
Superati i
vari "oggetti sostitutivi transazionali" (=di passaggio), si può
arrivare all’oggetto vero: la comunità, la società, gli altri. L’altruismo
come oblatività, donazione gratuita, per la gioia di sentirsi utili a qualcuno
(dall’Eros all’Agape).
Il
"Separato" si è finalmente de-centrato da sé, per ri-centrarsi sugli
altri (=si è ritrovato perdendosi, ha guadagnato avendo avuto il coraggio di
perdere).
Votarsi agli
altri, rendersi utili a una causa, è da sempre un rimedio contro le grandi
separazioni, contro i lutti irreparabili.
Ristabilire
la comunicazione e, di questa, soprattutto l’ascolto. Un orecchio che ascolta
più che una bocca che parli. Un "silenzio attento", che accoglie, fa
spazio dentro di sé all’altro...
La parola
crea spesso malintesi, banalizza, alza barriere... il silenzio attento
dell’ascolto, crea legami, lancia un ponte, fonda una relazione (=si esiste
solo in una relazione io-tu, si dà realtà di esistenza solo nel rapporto, la
sensazione vera di esserci si ha solo nella relazione, nel dialogo io-tu).
Lo stoico
dice: resta indifferente a quello che non dipende da te. "Se qualcosa si
separa da te, tu sepàrati da essa" (con l’indifferenza). Cfr. Buddha.
I legami ti strazieranno con separazioni crudeli: separati dunque da tutto e più
niente ti procurerà separazione!
E’ questa
l’ascesi? Il distacco è il prototipo di ogni ascesi: "Tutto è vanità
e fiato sprecato" (Eccl. 1,17).
Ascesi per donarsi, non per chiudersi in sé! Per aprirsi a tutti gli
uomini. Staccarsi, per donarsi agli altri.